STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO X

CRISTIANESIMO E FILOSOFIA SINO AL V SECOLO D.C.

1. I cristirni tra ebraismo e filosofia-romana

2. Il costituirsi delle dottrine cristiane

3. La scuola cristiana di Alessandria

4. L'ultima filosofia «pagana»

 

2. Il costituirsi delle dottrine cristiane

Tipico rappresentante della corrente "conciliante" fu Giustino (morto nel 165 circa), nato a Flavia Neapolis in Palestina, convertitosi al cristianesimo dopo esperienze misteriche, platoniche e giudaiche. Scrisse due Apologie e un Dialogo con Trifone, un ebreo da lui incontrato ad Efeso e col quale aveva a lungo discusso; a Roma fondò una scuola in cui ebbe discepolo, tra altri, Taziano, famoso retore e polemista cristiano. Utilizzando elementi speculativi di diverse origini, platoniche, stoiche, pitagoriche, e adattandoli alla religiosità cristiana, muovendosi quindi in quell'atmosfera sincretistica che era tipica del suo tempo, Giustino interpreta il logos spermatikòs stoico come una verità razionale, sempre presente nella storia, che si è già rivelata parzialmente nelle filosofie del passato e che ora nel cristianesimo trova la sua espressione più compiuta.

La nostra dottrina si rivela senza dubbio superiore ad ogni insegnamento umano per il fatto che ciò che è razionale è il Cristo manifestatosi per noi, corpo, ragione e anima. Infatti tutto quanto di buono hanno, in ogni tempo, proclamato e scoperto filosofi e legislatori, è stata loro faticosa conquista di scoperte e di riflessioni secondo una parte della ragione. Ma siccome non erano arrivati a conoscere tutto della Ragione, che è Cristo, spesso dissero anche cose in contraddizione con se stessi. (Apologia 11,10)

La conoscenza e l'utilizzo delle argomentazioni filosofiche comuni della tradizione speculativa ellenica, fin dalle speculazioni eleatiche, per affermare le verità cristiane contro la filosofia "pagana" e la sua religione politeista, sono propri di un altro apologeta, ATENAGORA, che nel 177 indirizzò una Supplica per i cristiani a Marco Aurelio Antonino. Nella sua supplica, oltre a difendere i cristiani dalle accuse più comuni e più infamanti (di antropofagia, di incesto, oltre che di ateismo e slealtà verso l'impero) che ricorrevano nel suo tempo, Atenagora tenta una prima "dimostrazione" speculativa dell'unicità di Dio.

Che sia uno solo, dal principio, il Dio che ha fatto questo universo consideratelo nel modo seguente ed avrete così anche la ragione della nostra fede. Se da principio fossero stati due o più gli dei o fra essi vi era unità e identità, o l'uno era separato dall'altro. Ma non è possibile che vi fosse unità ed identità. In quanto dei, non erano simili e non potevano essere simili in quanto erano senza un cominciamento: solo le cose che hanno un cominciamento hanno somiglianza con i loro modelli; quelle che non hanno avuto principio non hanno somiglianza, poiché non derivano da un altro, né sono conformi ad un altro. Vi sia allora un solo Dio. (Supplica 8)


La "compatibilità" del cristianesimo con le verità confermate anche dalla filosofia greca è sostenuta in una tipica opera dell'apologetica cristiana di questo periodo, l'Octavius di MINUCIO FELICE. Della cui vita non si ha alcuna notizia sicura: probabilmente visse tra il II e il III secolo, forse era originario di Cirta, ed esercitò la professione di avvocato. L'Octavius è un dialogo che si svolge, alla presenza dell'autore, fra il pagano Cecilio e il cristiano Ottavio; è un dialogo molto studiato e curato nell'architettura e nello sviluppo delle parti, e la confutazione delle tesi di Cecilio avviene con precisione e puntualità, utilizzando argomentazioni razionali e con pochissimi riferimenti agli elementi della dottrina cristiana: lo stesso Cristo è nominato solo indirettamente. Ciò si spiega con l'intenzione dell'autore di presentare una difesa ed un'apologia della propria religione che fosse accettabile al pubblico pagano colto: il cristianesimo non è dunque una fede buona solo per gli ignoranti, ma si basa su dottrine provabili razionalmente ed accettate dalla stessa filosofia pagana; in esso, dunque, anche le persone colte possono trovare un appagamento alle proprie aspirazioni senza rinunciare alla tradizionale formazione filosofica.

Nettamente ostile alla filosofia greca fu invece Tertulliano (150/60-220 circa), il rappresentante più significativo della corrente intransigente. Nato a Cartagine da una famiglia pagana benestante, Tertulliano ebbe un'educazione filosofica, retorica e giuridica ed esercitò l'avvocatura, oltre che in Africa, anche a Roma; convertitosi al cristianesimo, aderì subito alle tendenze più rigide ed intransigenti della nuova religione, avvicinandosi (intorno al 207) al montanismo, una corrente dichiarata "eretica" dalla stessa Chiesa, propugnata da Montano, che predicava l'imminente fine del mondo e la necessità di seguire, nel culto e nella vita, pratiche ascetiche estremamente severe per affrontare l'evento in stato di grazia. In seguito, Tertulliano si allontanò anche dal montanismo per dar vita ad un movimento che da lui fu detto appunto tertullianesimo; le sue dottrine non furono mai accettate completamente dalla Chiesa. Le sue opere più importanti sono l'Apologeticum, l'Ad nationes, il De praescriptione haereticorum, il De testimonio animae, e poi Adversus Hermogenem, Adversus Marcionem, Adversus Praxean; per esortare le donne ad un comportamento modesto e pudico scrisse De virginibus velandis, De exhortatione castitatis, De pudicitia.
La novità di Tertulliano, rispetto agli altri apologeti cristiani di questo periodo, è la sua difesa del cristianesimo non solo dal punto di vista culturale e morale, bensì anche da un punto di vista giuridico, come si può vedere appunto dall'Apologeticum, indirizzato ai governatori delle province romane. Ma questa difesa viene svolta su di un piano di netta opposizione tra la "filosofia" ed i "filosofi" ed il cristianesimo ed i cristiani, dei quali viene rivendicata la superiorità morale.

Mentre chiaramente manifestiamo a tutti la nostra verità, per suo conto l'incredulità mostra di considerare il cristianesimo non un fatto divino, ma una setta filosofica. E sostiene che anche i filosofi insegnano e professano le stesse cose, la semplicità, la giustizia, la pazienza, la sobrietà, la pudicizia. Ma perché, mentre si stabilisce fra noi e loro un paragone per ciò che riguarda la dottrina, non si fa contemporaneamente un raffronto su come si trasgredisca a ciò che la dottrina prescrive? (Apologeticum XLVI,2)


Anche i filosofi criticano gli dei e mettono sotto accusa le superstizioni del popolo, eppure ricevono onori e monumenti e non sono condannati alle belve come i cristiani:

ed è giusto: filosofi è il loro nome, non cristiani. I demoni non fuggono di fronte a questo nome di filosofi... Insomma, cosa c'è di simile fra il filosofo e il cristiano, fra il discepolo della Grecia e quello del Cielo, fra chi bada alla fama e chi alla salvezza, fra chi parla e chi opera, fra chi distrugge e chi edifica, fra chi falsifica la verità e chi la testimonia nella sua interezza, fra chi ne è ladro e chi ne è custode?
(Apologeticum XLVI,5-18)

I filosofi anzi, con le loro sottigliezze, i loro ragionamenti astratti e artificiosi, hanno fatto perdere di vista le verità più semplici e naturali, quelle verità che hanno il loro naturale fondamento nell'anima di ciascun uomo. La testimonianza più sicura dell'esistenza di Dio, la testimonianza più sincera, non si trova in nessun libro scritto, in nessuna dottrina filosofica, ma nel fondo dell'anima.

Non chiamo qui a testimoniare quell'anima che ha ricevuto la sua formazione nelle scuole, che si è coltivata nelle biblioteche, che si è alimentata nelle accademie e nei portici dell'Attica, tumida di sapienza. Voglio trarre qui te, o anima semplice, rozza, senza cultura, ignorante, quale ti posseggono coloro che non posseggono che te, quella che viene dai crocicchi, dai trivi, dalle botteghe. (De testim. animae I,6)

Questa semplicità della fede contrapposta alle complicazioni della ragione, questo "primato" dunque della volontà sull'intelletto, costituiscono una nota caratteristica della posizione di Tertulliano, da lui riassunta nella famosa formula certum est quia impossibile est, da cui fu derivata l'altra, che pure ebbe larga fortuna negli scrittori cristiani, credo quia absurdum est: l'" assurdità" della fede, l'impossibilità di dimostrarla in accordo agli schemi della razionalità classica, sono appunto la garanzia della loro verità. Ma questa pretesa "anticultura" è in realtà debitrice di molto alle posizioni platoniche e stoiche, nel momento in cui Tertulliano riprende il tema dell'universalità della natura umana e della "naturalità" delle nozioni comuni presenti in ogni uomo: le testimonianze dell'anima "quanto più sono comuni tanto più sono naturali, quanto più naturali tanto più divine". Interrogando quindi l'anima, quell'anima che è naturaliter christiana, l'uomo crederà a Dio, alla natura, a se stesso.
Come abbiamo accennato, gli scrittori cristiani dei primi secoli furono chiamati Padri della Chiesa e la loro produzione letterario-filosofica, o le correnti culturali cui appartennero, furono dette Patristica. Ma questa fu una denominazione più tarda, che venne coniata quando la dottrina cristiana si era ormai consolidata in un corpo di dogmi ben organizzato. Il cristianesimo infatti si andava sempre più affermando in tutti i territori dell'impero romano, e conquistava strati sempre più vasti di popolazione: da religione di ceri oppressi socialmente o etnicamente, esso diveniva gradualmente anche la religione delle classi superiori della società e della parte occidentale dell'impero. Questo processo di diffusione sempre più ampia, che si rende evidente a partire dal III secolo in poi, era dovuto a vari fattori: la nuova dottrina aveva saputo appropriarsi di istanze diverse, provenienti anche da dottrine filosofiche comuni all'epoca, rendendosi accetta cosí anche ad un pubblico colto. Inoltre l'ansia e il bisogno di certezza, che si erano diffuse anche nei ceti più alti della società in un periodo abbastanza travagliato di vita dell'impero, potevano trovare una loro soddisfazione in una religione che, come il cristianesimo, non si fondava su culti esotici e su pratiche misteriche, quanto su modelli di vita comunitaria e su precetti morali che facilmente facevano presa su chi si sentiva partecipe di un'antica tradizione culturale. Infine la salda organizzazione che il cristianesimo si seppe dare fin dai primi secoli consentiva non solo ai vescovi di esercitare un controllo sulla vita e sul culto delle comunità cristiane, ma consentiva anche ai suoi adepti - in un'epoca di scarsa coesione politica e sociale - di trovare aiuto e solidarietà concreti nell'ambito dei nuclei comunitari dei fratelli nella fede di Cristo. Le tappe fondamentali di questo processo di diffusione e di affermazione sono, com'è noto, l'editto di Milano del 313, emanato da Costantino, che sanciva libertà di culto per tutte le religioni nell'impero, e quindi anche per il cristianesimo, e l'editto di Tessalonica del 380, emanato da Teodosio, che proclamava il cristianesimo religione dell'impero.
L'organizzazione delle chiese significava anche un'organizzazione della dottrina ed una precisazione sempre maggiore delle sue "verità". Il primo passo in questa direzione fu il Concilio di Nicea del 325, voluto dallo stesso Costantino; da allora in poi, il concilio divenne lo strumento attraverso il quale la nuova religione definiva sempre meglio il corpo delle sue dottrine ortodosse (dal greco orthòs= giusta, corretta, vera, e doxa= opinione, credenza), contrapponendole a quelle via via proclamate eretiche (dal greco hàiresis = setta religiosa, scuola). Le eresie che la chiesa condannava esprimevano non soltanto i diversi tentativi di tradurre le nuove verità religiose entro i termini di una mentalità che ancora risentiva degli influssi e delle dottrine delle filosofie ellenistiche, ma anche la risposta sul terreno della religione ad esigenze politiche e sociali che non riuscivano a trovare il loro più naturale terreno di espressione. Gli elementi oppressi del regime imperiale trasportavano nel campo religioso la conflittualità politica e sociale: da questo punto di vista, quelle che a noi oggi possono apparire delle vane dispute verbali trovano la loro ragione più profonda proprio in quei conflitti, esprimendosi appunto come dispute e contese di ordine religioso. E infatti la storia delle eresie, che inizia proprio in questo periodo, sarà una storia che correrà parallela alla stessa storia della chiesa cristiana: un momento di particolare vivacità tra ortodossia ed eresia si avrà proprio nel Medioevo.

Non possiamo, in questa sede, riferire della complessità e della ricchezza del movimento delle eresie (è compito infatti dello storico e dello storico delle religioni); accenneremo soltanto molto brevemente a quelle che in certo modo più da vicino toccano il campo della filosofia. Tra le prime eresie, influenzate principalmente dalla cultura ellenistica, ricordiamo l'adozionismo, che attribuiva a Cristo un'origine umana e non divina: Cristo sarebbe poi divenuto un dio per "adozione" da parte di Dio, sul modello degli eroi greci "divinizzati"; il patripassianesimo, che affermava che - data l'unità di Dio - la passione del Calvario era stata subita anche dal Padre, oltre che dal Figlio; il manicheismo, che prende il nome da MANI (216-277), un predicatore persiano, che affermava una lotta eterna di due principi irriducibili, il bene e il male: il mondo è un teatro della lotta tra bene e male, e tutti gli uomini sono coinvolti in questa lotta: Cristo non è che l'ultimo, ed il migliore, degli enti che Dio ha inviato in soccorso del bene sulla terra. Una importanza ed un peso maggiore ebbe l'arianesimo, così chiamato da ARI0 (250-336), che, sulla base di una formazione aristotelizzante, volle difendere il monoteismo e la trascendeza di Dio. Ma non solo la filosofia greca esercitò il suo influsso sulla dottrina ariana, bensì anche la premessa tipicamente giudaica del monoteismo e della priorità dell'attività del creatore sul creato: fondandosi quindi sull'Antico Testamento, che non conosce un sistema trinitario, Ario si preoccupò di definire l'esatto rapporto delle tre persone della trinità, sostenendo quindi l'assoluta priorità della sostanza divina del Padre. Il Figlio non è Dio, ma viene chiamato così per "comunicazione", cioè è stato adottato in virtù dei suoi meriti; così pure per lo Spirito Santo; ma né il Figlio né lo Spirito Santo, creatura del Figlio, partecipano realmente della sostanza divina. L'arianesimo fu condannato come eresia nel Concilio di Nicea, grazie all'opera tenace del vescovo di Alessandria, Atanasio.

dietro - avanti

inizio capitolo


Indice