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CAPITOLO VIII DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA |
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2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno 3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino 4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono 5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo |
7.
Il suddito si consola: filosofia come religione
Alla morte di Platone, l'Accademia continuò la sua vita fino al
I secolo a.C. Si suol dividere questo periodo in tre fasi: l'Accademia
antica, fino alla prima metà del III secolo; la Media Accademia,
tra il III e il II secolo; la Nuova Accademia, dalla fine del II
al I secolo. Le figure di maggiore rilievo, nell'Accademia antica, furono
SPEUSIPPO e SENOCRATE, che furono anche i primi scolarchi dopo la morte
di Platone, rispettivamente fino al 339 ed al 315. Essi accentuarono la
tendenza al pitagorismo già presente nello stesso Platone; la dottrina
delle idee è da loro interpretata in termini di matematici le idee
non sono altro che la struttura matematica, e perciò intelligibile,
di una struttura reale, di un "ordine geometrico" che si esprime
concretamente nel mondo sensibile. Altra figura di un certo rilievo fu
Polemone (scolarca fino al 270 circa), che accentuò prevalentemente
l'aspetto etico del platonismo. In questa forma eclettica e sincretistica le dottrine dell'Accademia
fecero presa sulla cultura romana: CICERONE (106-43 a.C.) ne è
il piú significativo rappresentante. Discepolo di Filone e di Antioco,
nonché di Posidonio, avvocato, uomo politico e scrittore fecondo
(tra le sue opere a carattere filosofico ricordiamo: Academica, De
fnibus bonorum et malorum, Tusculanae disputationes, Respublica, Leges,
De officiis), Cicerone si proclama accademico e antidogmatico: di
ogni tesi è portato a vedere i lati positivi e quelli negativi
per assumere poi una posizione moderata, che tende sempre ad accogliere
e conciliare motivi dottrinali di diversa provenienza, stoici, platonici
e aristotelici. L'opera filosofica di Cicerone fu importante sopratutto
per il ruolo di mediazione che assunse tra la cultura filosofica greca
e quella romana, per la sua "traduzione" nel mondo latino delle
tematiche greche; è importante per noi soprattutto per la notevole
massa di informazioni e di testimonianze sugli ambienti culturali ellenistici
del primo secolo a.C.. Nulla di nuovo, comunque, o di originale, essa
ci presenta sia rispetto alle tradizioni filosofiche, sia rispetto a questi
ambienti: accetta il criterio del consenso e della conciliazione di Antioco,
ammette l'esistenza degli dei, dell'immortalità dell'anima, nega
il fato necessitante degli Stoici e la loro dottrina della divinazione,
si fa assertore di un'etica che rifletta i valori dell'onestà e
della convenienza, in una prospettiva di rivalutazione dell'azione umana
e delle virtù che in essa si realizzano. Il tutto, in un linguaggio
e in una prosa piani, pacati, convincenti sempre controllati, dai quali
è eliminato ogni accento di polemica violenta, come ogni decisa
e netta presa di posizione: un "modello" insomma - e tale ritenuto
per secoli e in parte ancora oggi - di "cultura umanistica",
nel quale predomina l'aspetto letterario e conciliante di una riflessione
che in tanto si può esercitare tranquillamente su ogni tema e ogni
problema, in quanto per nessuno di essi conosce l'ansia, l'inquietudine
e la "disarmonia" dell'autentica ricerca. Uno dei principali filoni culturali del medio-platonismo fu però
il neo-pitagorismo, una corrente della quale non sappiamo molto
e della quale è difficile definire i contorni e le caratteristiche;
in esso è nota dominante l'idea di una interpretazione "autentica"
di Platone che non può che mostrare il platonismo come filiazione
diretta del pitagorismo. Ma in questo tentativo di leggere Platone alla
luce di Pitagora i neopitagorici di questo periodo non compiono affatto
un'opera di esegesi storica, bensí rifondono nelle loro riflessioni
elementi che provengono da tradizioni culturali molto diverse, e in primo
luogo dalle culture orientali: sono cosí riprese ideologie religiose
e mistiche, credenze popolari sul mondo ultraterreno, con tutto il corredo
di soteriologie, demonologie, sentenze oracolari, divinazioni; viene accentuata
nel contempo quella tendenza fortemente presente nell'età ellenistica
di intendere la filosofia come "medicina dell'anima" e, di piú,
come "salvezza dell'anima". Nell'ambito di questo indirizzo, quindi genericamente "medio-platonico",
una posizione importante assume Plutarco di Cheronea (46-125 circa
d.C.), autore delle famose Vite parallele, in cui mette a confronto i
"grandi" della civiltà greca con quelli della civiltà
romana, e delle Opere morali, che è una raccolta di opere
diverse e che trattano dei piú svariati argomenti. Caratteristica
della posizione di Plutarco è il tentativo di conciliare filosofia
e religione, o meglio filosofie diverse e religioni diverse, considerate
le une e le altre come espressioni particolari di un unico logos
divino che è alla base delle diverse dottrine ed in esse si esprime
in maniera piú o meno chiara. Questa conciliazione può avvenire
secondo Plutarco proprio sulla base del platonismo, del quale egli accentua
gli aspetti dualistici e la trascendenza divina rispetto al mondo. Accanto
a questo dualismo è presente però in Plutarco anche un'esigenza
monistica, che si manifesta nel suo tentativo di colmare la separazione
tra Dio e il mondo con una serie di "demoni", o intelligenze
divine, che rivelano la loro presenza in tutti gli aspetti della realtà,
dalle armonie celesti ai moti piú intimi dell'anima dell'uomo.
Questo sarebbe secondo Plutarco il grande insegnamento delle dottrine
orientali ed in particolare dei sapienti egiziani: nel De Iside et
Osiride c'è appunto questo tentativo di recuperare l'unità
del tutto, colmando le distanze tra la divinità e gli uomini ed
aprendo la via ad una dottrina che non è né filosofica né
religiosa perché vuole essere appunto, compiutamente, l'una e l'altra
cosa insieme. È chiaro che, in questo suo disegno, Plutarco poteva
sincretisticamente accogliere elementi aristotelici - specie nell'etica
-, ma doveva rigettare e criticare aspramente filosofie materialistiche
e razionalistiche come quelle epicurea e stoica, che furono oggetto di
molte sue polemiche. In questa stessa atmosfera di accoglimento dei culti misterici orientali
e di accentuazione degli elementi mistici in una cornice platonica, si
colloca l'opera di Apuleio di Madaura (125 d.C.-?). Di ingegno
vivace ed inquieto, Apuleio non fu soltanto un esponente di questa corrente
mistica: nella sua Apologia, difendendosi dall'accusa di magia
che interessatamente gli era stata rivolta, sostiene che, insieme alla
speculazione sul destino dell'anima, l'interesse per il mondo naturale,
lo studio dei processi e dei fenomeni della natura erano stati sempre
un tema dominante delle più famose scuole filosofiche e dei suoi
piú grandi rappresentanti. L'interesse filosofico di Apuleio si
appunta specialmente sulle dottrine platoniche ed aristoteliche, che aveva
avuto modo di apprendere ad Atene in uno dei suoi tanti viaggi; scrive
così il De Platone et eius dogmate, un'interpretazione delle
tesi platoniche; il De deo Socratis, un tentativo di interpretare
il "demone" da cui Socrate dichiarava di ricevere le sue prescrizioni
nella chiave della demonologia contemporanea; il De mundo, una
trasposizione in latino dell'omonimo trattato psendoaristotelico. Ma l'opera
piú importante di Apuleio sono le Metamorfosi, un romanzo
ispirato al tema platonico dell'anima rinchiusa nel "carcere"
del corpo, che solo dopo una lunga opera di purificazione e di espiazione
riesce a liberarsi ed a salvarsi; il tema platonico viene "conciliato"
con le esigenze misteriche delle religioni orientali, e infatti il protagonista
del romanzo viene salvato da un sacerdote di Iside, ed al culto di questa
divinità dichiara di volersi convertire. Le religioni misteriche dell'Oriente con i loro culti, i vecchi riti
orfico-pitagorici, le pratiche magiche, astrologiche e divinatorie, tendevano
ormai a soppiantare le religioni tradizionali, assorbendo per di piú
dalle filosofie ellenistiche tutti quegli elementi che valorizzavano e
sottolineavano l'individualità, la singolarità. Come le
filosofie ellenistiche puntavano alla "felicità" del
singolo, prescindendo dalla considerazione del contesto politico nel quale
l'individuo viveva ed agiva, così le religioni misteriche offrivano
al suddito dell'impero romano le stesse "consolazioni": una
volta superata l'iniziazione ai culti, qualunque fosse la gerarchia nella
quale il suddito era inserito, il fedele faceva parte di una comunità
di eletti che gli offriva la certezza di un contatto diretto e immediato
con la divinità e gli garantiva la salvezza della propria anima,
in un mondo nel quale il resto degli uomini era destinato a perdersi.
Questa atmosfera spirituale - che fu alla base dello stesso cristianesimo
- era dovuta anche alla perdita di significato dei valori filosofici e
culturali in genere della Grecia classica, in un periodo di precarietà
e di incertezza sempre piú diffuse nell'impero di Roma: a partire
proprio dalla II metà del II secolo d.C., il principato non si
presentava piú dotato di quella capacità di assicurare pax
e tranquillitas che aveva avuto alle sue origini, e i primi segni
di una grave crisi prima economica e poi politica e sociale cominciano
ad apparire all'orizzonte. Un tipico rappresentante di questa cultura alessandrina, inquieta e cosmopolita,
religiosa e sincretistica, fu FILONE DI ALESSANDRIA (25 a.C.-50 d.C.),
ebreo, e perciò detto anche Filone l'ebreo. Autore di molte opere
(tra cui De providentia, De somniis, De opificio mundi, De vita contemplativa,
De vita Mosis) nelle quali tenta un'interpretazione allegorica dell'Antico
Testamento, distinguendo tra espressione letterale e senso nascosto,
tra " lettera " e "spirito", Filone sostiene decisamente
la derivazione di tutta la filosofia greca dalla sapienza ebraica: pitagorismo,
platonismo, aristotelismo, stoicismo derivano dagli insegnamenti di Mosè,
e questi vogliono che Dio sia trascendente rispetto al mondo ed anzi creatore
del mondo. Quest'assoluta trascendenza viene però colmata - secondo
lo schema ormai classico di quest'epoca - da una serie di divinità
intermedie, intelligenze generate da Dio, a lui subordinate, aventi sede
nello stesso logos divino. |
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