STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VIII

DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA

1. Il filosofo e il dotto

2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno

3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino

4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono

5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo

6. Dal «pubblico» al «privato»

7. Il suddito si consola: filosofia come religione

6. Dal "pubblico" al "privato"

Per le ragioni cui abbiamo piú volte accennato, le scuole nell'età alessandrina sono profondamente mutate nella loro fisionomia rispetto a quelle delle età precedenti. Non solo sono cambiati il loro ruolo sociale e le loro finalità, perché ormai non si tratta di preparare i futuri governanti - come nell'Accademia di Platone - o i futuri scienziati - come nel Liceo di Aristotele, ma è cambiata anche la loro stessa fisionomia culturale ed organizzativa. Da un lato c'è la tendenza a ripetere piú o meno stancamente le dottrine del maestro ed a tramandarle, all'interno della scuola, difendendole dagli attacchi delle scuole rivali in una serie incessante e puntigliosa di polemiche, come accade generalmente nella scuola epicurea, e,da questo punto di vista, ciò dimostra chiaramente il distacco che si è verificato tra la filosofia e la società, ridottasi la prima ad un insieme di dottrine e di "conoscenze" che, pur essendo conoscenze del mondo, hanno tuttavia poco a che fare col mondo reale e concreto. E questo avviene nonostante i rapporti personali che molti filosofi intrattengono col mondo politico (che anzi sono la riprova di quel distacco), come avviene per esempio nel caso dei legami tra alcuni filosofi epicurei (Mitre, Idomeneo) e la corte macedone. Dall'altro lato, c'è il fatto nuovo che, con il graduale indebolimento dei regimi ellenistici e l'affermarsi della potenza romana, la "filosofia" diventa sempre piú un fatto culturale in senso largo e sempre meno un metodo di ricerca ben preciso (come era, sia pure con connotazioni diverse, da Parmenide a Democrito) o un complesso di tecniche del conoscere (come era in Aristotele). In questo senso, essa poteva presentarsi come un necessario ed indispensabile bagaglio culturale per il nuovo ceto emergente nelle società dal III secolo a.C. al II secolo d.C., nei regni ellenistici prima, nella repubblica e nell'impero romano dopo: il ceto dei funzionari e degli amministratori. Per costoro, il tirocinio in una scuola e la formazione di una "cultura filosofica" divenivano un passaggio obbligato, perché fornivano loro quella preparazione di base che permetteva di identificare sempre meglio il proprio ruolo e di svolgerlo con coscienza e capacità; permettevano, in una parola, la formazione di un quadro generale di riferimenti e di significati entro il quale "sistemare" le varie branche del sapere, le norme del comportamento umano, il valore delle esperienze e delle tradizioni religiose. È chiaro che questo tipo di partecipazione ad una scuola filosofica non comportava tanto l'approfondimento di dottrine ben precise e l'adesione a una determinata tradizione, che infatti diventavano un fatto secondario, quanto l'acquisizione di una "filosofia della cultura" intesa come un generale sfondo ideologico. Così, da un lato, l'approfondimento delle diverse tecniche del sapere, specifiche di ciascuna disciplina, veniva lasciato agli "specialisti" (filosofi, medici, astronomi, e cosí via), che per di piú andavano sempre piú differenziandosi gli uni dagli altri; dall'altro lato la filosofia ridotta a cultura conosceva una caratterizzazione sempre piú marcata degli aspetti retorici e oratori, che erano poi gli aspetti che piú servivano agli uomini colti chiamati a ricoprire le cariche pubbliche.
Tutto questo spiega anche un altro atteggiamento culturale che comincia ad apparire nell'età ellenistica e poi a poco a poco si affermerà sempre maggiormente nel mondo romano: l'eclettismo e il sincretismo. Il sincretismo, come tendenza ad accostare ed a riunire elementi dottrinali diversi provenienti da diverse tradizioni filosofiche, e l'eclettismo, come tendenza a non "scegliere" una sola dottrina filosofica, ma a scegliere le "parti migliori" di ogni dottrina per costruire cosi una "filosofia" piú duttile e maneggevole che meglio potesse soddisfare le proprie esigenze teoretiche e pratiche, sono appunto il segno della nuova valenza della "filosofia" in questo periodo storico. Essi furono forti soprattutto nella filosofia romana, e proprio per il bisogno che questa aveva di presentarsi, a se stessa e al mondo, come la cultura che realmente unificava le diverse filosofie e le diverse esigenze culturali, parallelamente all'unificazione che l'impero romano andava compiendo dei diversi paesi e dei diversi popoli.

Le scuole filosofiche che piú chiaramente espressero questa nuova atmosfera culturale furono l'Accademia (di cui diremo nel prossimo paragrafo) e la Stoa. Dopo il primo periodo di organizzazione della scuola e di elaborazione dottrinale (stoicismo antico, con Zenone, Cleante e Crisippo), si sogliono distinguere altre due fasi nella vita della scuola: uno stoicismo di mezzo (o media Stoa) ed uno stoicismo romano. I rappresentanti piú importanti dello stoicismo di mezzo furono Panezio e Posidonio. Panezio di Rodi (185-109), scolaro ad Atene di Antipatro di Tarso, fu uno dei piú importanti mediatori tra la filosofia greca e la cultura romana: a Roma, fu attivo ed illustre rappresentante di quella cerchia filoellenica che si raccoglieva intorno a Scipione Emiliano ("circolo degli Scipioni") e rappresentava nella repubblica romana il circolo culturale piú avanzato, contro il quale si scagliavano gli elementi conservatori della cultura romana, come per esempio Catone il Censore (234-149), che combatteva per la difesa della tradizione romana contro ogni influenza esterna, soprattutto quella dei Greci, "razza depravata e indocile ". Alla morte di Scipione Emiliano, Panezio tornò ad Atene, dove successe ad Antipatro nella direzione della scuola.

Elemento caratteristico dello stoicismo di Panezio fu il tentativo di conciliare motivi platonici ed aristotelici con le dottrine stoiche, il che lo portava ad una eliminazione degli aspetti meno "credibili" dell'antico stoicismo, come l'accettazione della divinazione e la dottrina della conflagrazione finale del mondo. La stessa premessa lo portava d'altro canto a sganciare dalle ricerche naturali le dottrine etiche, che si presentavano sempre di piú come una serie di norme pratiche particolari disancorate da una visione d'insieme, generale, della filosofia. In accordo con Aristotele, Panezio distingueva nell'anima una parte razionale, che identificava con l'egemonico degli Stoici, propria solo dell'uomo, da una parte irrazionale, comune anche agli animali, e da una naturale propria anche delle piante: nel suo complesso, però, l'anima non è immortale. Conciliando poi la dottrina stoica della provvidenza con le esigenze della classe colta di Roma, portata naturalmente ad esaltare i valori dell'attività pratica e mondana, Panezio elaborò una dottrina del libero arbitrio, cioè della libertà dell'uomo di scegliere le norme della sua condotta, ed ogni uomo aveva l'obbligo di operare nella società in accordo alla propria natura. L'uomo migliore, cosí, aveva uno specifico dovere di fronte alla propria città, cosí come la città migliore aveva il dovere di porsi come "guida" alle altre città: gettava cosí le basi per una giustificazione - a livello cosmico, potremmo dire - della politica espansionistica e di dominio di Roma, particolarmente forte proprio a partire dalla seconda metà del secondo secolo a.C..

Scolaro di Panezio ad Atene fu Posidonio di Apamea (135-51), in Sina. Uomo dai vivaci interessi culturali compì numerosi viaggi durante i quali si avvicinò alle piú diverse branche del sapere, dalla filosofia alle scienze, alle diverse teorie religiose, alla magia. Nell'87 fu ambasciatore a Roma, e rimase sempre in contatto con la cultura romana: suoi allievi furono Cicerone e Pompeo, della cui politica anzi fu un aperto sostenitore. In un quadro del sapere filosofico che si presenta di nuovo enciclopedico, ma nel quale vengono privilegiati gli aspetti mistici e religiosi, Posidonio non poteva non reintrodurre quelle tesi criticate dal suo maestro, come la conflagrazione universale, la divinazione, l'astrologia, l'immortalità dell'anima. Il logos stoico per Posidonio non solo s'incarna nelle leggi che reggono il mondo, ma si particolarizza in una serie infinita di logoi particolari, che sono le leggi regolanti tutti gli aspetti della realtà - dai fenomeni naturali alle singole concrete azioni umane.

Se lo stoicismo di mezzo fu, in generale, l'espressione ideologica della classe dirigente romana, alla quale forniva la giustificazione provvidenziale del suo dominio, il terzo stoicismo fu invece, alle sue origini, l'ideologia del ceto senatorio inizialmente ostile all'impero, per divenire infine una filosofia tipicamente "intimistica", che, lasciate da parte ormai fisica e logica, si presentava con la caratteristica veste della "meditazione morale". Seneca (4 a.C. - 65 d.C.), nato a Cordova, avvocato e scrittore, venuto ben presto a Roma e divenuto presto celebre, fu allievo di neopitagorici (Sozione) e di stoici (Attalo). Impegnatosi nel campo della politica a fianco del ceto senatorio, fu fatto condannare all'esilio in Corsica da Messalina. Alla morte di questa, richiamato a Roma, gli fu affidata l'educazione di Nerone, del quale fu precettore, e, quando questi divenne imperatore, consigliere e ministro. Alla morte dell'imperatore Claudio, nel 54 d.C., aveva scritto un libello, I'Apolokynthosis (= l'inzuccamento), una violenta polemica contro i metodi e la politica del defunto imperatore; coinvolto poi nella congiura dei Pisoni contro Nerone, quando fu scoperta e sconfitta, si uccise per ordine di Nerone.
Anche in Seneca, che pure si occupò di filosofia della natura (scrisse le Questioni naturali, ispirate alle idee di Posidonio), l'interesse prevalente è quello etico. Le sue opere piú importanti sono i Dialoghi morali e le Apistole a Lucilio. Se per lo stoico antico il compito del saggio è quello di scoprire il disegno provvidenziale che regge il mondo e quindi di inserirsi in esso e di armonizzare con esso la propria condotta, per Seneca la morale si riduce ad una serie di precetti morali, adatti alle varie situazioni e tendenti a realizzare la virtù dell'uomo. Questa è sí intesa come la capacità - razionale - di muoversi nell'ordine del mondo esprimendo cosí la libertà dell'uomo, ma assume anche i caratteri, che poi saranno propri di tutto lo stoicismo di questo periodo, della "rassegnazione". Perché anche se il mondo fosse retto dal caso e non da un ordine razionale, i precetti etici avrebbero lo stesso valore in quanto si affermano anzitutto nell'interiorità dell'uomo: sia l'uomo libero che lo schiavo possono realizzare virtù e libertà, pur restando l'uno libero e l'altro schiavo, perché ciascuno ha nella propria anima la possibilità di affermare la misura razionale del suo essere cosí com'esso è.
Il rinchiudersi sempre piú deciso nella sfera del privato, la ripresa del motivo cinico del disprezzo del mondo - ma senza accettare del cinismo la critica alle istituzioni della vita sociale - sono le caratteristiche fondamentali della posizione degli ultimi due rappresentanti dello stoicismo romano. Epitteto (50/55 -125/135 d.C.), di Ierapoli in Asia Minore, fu schiavo di nascita; liberato poi a Roma, ne fu espulso dal famoso decreto di Domiziano che cacciava dalla città tutti i filosofi. A Nicopoli in Epiro, fondò una scuola, dove insegnò fino alla morte; non scrisse nulla, ma le sue dottrine furono fedelmente trascritte dal discepolo Arriano di Nicomedia nelle Diatribe e riassunte poi in un Manuale.

Delle cose che sono, alcune dipendono da noi, altre non dipendono da noi. Dipendono da noi la credenza, l'istinto, il desiderio, il rifiuto e, in una parola, tutto quanto è opera nostra; non dipendono da noi il corpo, l'cquisto, le opinioni, i principi e, in una parola, tutto quanto non è opera nostra. Tutto ciò che dipende da noi è per natura libero, privo di impedimenti e di difficoltà; ciò che non dipende da noi è impotente, servile estraneo. (Epitteto Manuale, 1)

Poiché i turbamenti dell'animo non derivano dalle cose, ma dalle opinioni che abbiamo delle cose, dobbiamo liberarci di queste, e non tentare di cambiare le cose che non dipendono da noi:

A ogni rappresentazione violenta abbi cura di rispondere "sei solo una immagine e non la cosa che si manifesta". Poi esaminala, misurala con i canoni che possiedi, in pomo luogo con questo, se è o non è in rapporto con le cose che dipendono da noi; e se è tra le cose che dipendono da noi sia pronta la risposta "non è nulla per me". (Epitteto Manuale, 1)

Il culto dell'interiorità è maggiormente accentuato in Marco Aurelio (121-180 d.C.), imperatore dal 161, che scrisse, sotto forma di pensieri, staccati l'uno dall'altro, una specie di diario, le Meditazioni (o A se stesso). Lo stoicismo di Marco Aurelio assume la forma di una riflessione sulla condizione umana e di una rivendicazione dell'ideale del saggio, indifferente rispetto ai problemi del mondo esterno e dedito prevalentemente alla cura della propria anima.

Nulla di piú misero di chi scruta le cose che gli stanno intorno. La cura [della propria anima] consiste nel mantenerla pura da ogni emozione vanità e imitazione contro le cose che derivano dagli dei e dagli uomini. (Marco Aurelio, Meditazioni, II,13)

Le prime, infatti sono rispettabili, le seconde sono sempre degne di perdono, perché nascono per lo piú dall'ignoranza che gli uomini hanno del bene e del male. Ne deriva la necessità di una adeguazione al corso degli eventi e alla volontà del dio che si manifesta nella razionalità del mondo, compresa l'accettazione del posto che nel mondo si occupa e delle funzioni che gli sono connesse:

Tutto ciò che a te conviene, a me conviene, o mondo; nulla che per te giunga al momento opportuno, viene per me troppo presto o troppo tardi; tutto ciò che le tue stagioni portano, o natura, è frutto per me. Tutto deriva da te, tutto è in te, tutto ritorna a te. (Marco Aurelio, Meditazioni, IV 23)

Dove invece si continuò, ancora per molto tempo, ad applicare il modello di indagine scientifica fu nel Liceo. Nel 322, alla morte di Aristotele, divenne scolarca Teofrasto, l'amico e collaboratore dello Stagirita fin dai tempi di Mitilene. Autore di molte opere, tra cui Metafisica, I caratteri, Ricerche sulle piante, Le opinioni dei fisici, Della sensazione, Teofrasto non accolse passivamente le dottrine del maestro, ma le seppe applicare con intelligenza ed autonomia in campi non toccati da Aristotele (per es., in botanica), o addirittura le rivide e le modificò in punti anche non secondari, come per esempio nella logica e nella "sistemazione" delle filosofie precedenti: le sue Opinioni dei fisici costituirono il modello e la fonte principale per tutte le opere dei dossografi posteriori che le utilizzarono per le loro "raccolte" di opinioni o di dottrine. I punti fondamentali di critica ad Aristotele sono, in Teofrasto, la dottrina del motore immobile, il finalismo - ammesso solo per gli organismi viventi -, il dio pensiero di pensiero separato dal mondo: ne esce un quadro di interpretazione della natura che, pure se ricalcato sugli schemi generali della filosofia aristotelica, si presenta come una concezione tipicamente naturalistica e con forti interessi scientifici.
La stessa via seguirono anche due importanti esponenti del Liceo suoi contemporanei, STRATONE Di LAMPSACO (? -268 a.C.) e DICEARCO Di MESSINA (350-290 a.C.). Il primo, che fu anche scolarca del Liceo, ebbe una parte importante nella fondazione del Museo, dove si recò insieme a Demetrio Falereo, governatore macedone di Atene e vecchio scolaro del Liceo, costretto a rifugiarsi ad Alessandria presso il re Tolomeo. Sempre piú netta divenne la tendenza ad intendere il cosmo come una realtà retta da forze materiali e meccaniche, con l'esclusione di qualsiasi finalità o intervento provvidenziale divino: anche l'anima ed il pensiero - secondo la vecchia tradizione presocratica - non sono altro che delle funzioni corporee. Ma anche nella scuola peripatetica si affaccia la separazione sempre piú caratteristica fra scienze naturali e filosofia: capovolgendo la prospettiva aristotelica, Dicearco sostiene addirittura il "primato" della pratica sulla teoria ed assegna alla filosofia, come suo fine specifico, il compito di dettare le norme per la vita etica e politica.
Poi anche nella scuola aristotelica prevale il "commento" sulla ricerca originale, la "conciliazione" con dottrine di altre scuole sui richiamo ad una determinata tradizione oppure, al contrario ma in parallelo, la sterile difesa dei dogmi del maestro. Tra i commentatori delle opere di Aristotele, scolarca del Liceo ad Atene egli stesso, il piú importante è certamente ALESSANDRO Di AFRODISIA (vissuto nel II secolo d.C.). Il merito di Alessandro, che ci ha lasciato alcuni dei piú intelligenti commenti a molti testi aristotelici, fu quello di non offrire una lettura di Aristotele che tendesse a "conciliarlo" a tutti costi con Platone, né che tendesse a vederlo nella prospettiva dei filosofi posteriori, per esempio stoici, come era nella abitudine del tempo. Una tesi originale di Alessandro, e che ebbe una grande importanza storica - nella lunga vicenda delle interpretazioni aristoteliche -, fu la riduzione dell'intelletto attivo e di quello passivo ad una sola funzione, propria di ciascun individuo e legata alla sua corporeità, con la conseguenza di ritenere l'anima individuale decisamente mortale.

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