STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VIII

DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA

1. Il filosofo e il dotto

2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno

3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino

4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono

5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo

6. Dal «pubblico» al «privato»

7. Il suddito si consola: filosofia come religione

5. ...ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo

Molto piú originale ed importante è la dottrina logica degli Stoici questi anzi introdussero per primi il termine "logica", dandovi il senso che ancora noi oggi gli diamo; ritenevano infatti insufficiente e troppo restrittivo il termine "analitica" usato da Aristotele. Anche per gli Stoici, come per Aristotele, I'anima è il principio del movimento e della conoscenza; ma, a differenza di quanto sostenuto dallo Stagirita, essa è completamente corporea ed è come un "soffio caldo" che è diffuso per tutto il corpo:

L'anima è sensibile: essa è lo spirito connaturato in noi, perciò è corpo, permane dopo la morte, ma è corruttibile. Incorruttibile è l'anima di tutte le cose nella loro totalità, della quale sono parti le anime che sono negli animali. Zenone di Cizio, Antipatro e Posidonio sostengono che l'anima è uno spirito caldo, che per esso noi respiriamo e per esso ci muoviamo... L'egemonico è la parte piú importante dell'anima, nella quale nascono rappresentazioni e istinti, e d'onde trae origine il ragionamento esso è nel cuore. (Diog. Laer. Vll 156-157)

Non tutti gli Stoici ebbero la stessa dottrina dell'anima: alcuni sostennero l'unità e l'immortalità - fino alla conflagrazione - dell'anima, altri la distinsero in parti e ne analizzarono le funzioni. Comunque, in generale, per gli Stoici è nell'anima e nelle sue impressioni sensibili che inizia il processo della conoscenza solo che, a differenza degli Epicurei che avevano ristretto esclusivamente al mondo della sensibilità la validità ed il criterio della conoscenza, gli Stoici analizzarono acutamente le funzioni ed il meccanismo delle connessioni logiche che agiscono sul mondo immediato dei sensi e delle sensazioni. In questo campo, mutuando alcuni concetti da Aristotele, introducendone altri originali, essi giunsero all'elaborazione di una "logica proposizionale" che rimarrà per secoli un modello importante e che ancora oggi interessa gli studiosi contemporanei di logica.

Scomponendo il linguaggio nei suoi elementi costitutivi, gli Stoici distinguono la voce dalla parola e dal discorso:

La voce è un urto impresso nell'aria o... l'oggetto proprio del senso dell'udito; la voce è un corpo. Tutto ciò che esercita un'azione è un corpo, e la voce esercita un'azione pervenendo a chi ascolta da chi parla. Una parola è una voce racchiusa in lettere... Voce e parola differiscono in quanto voce è anche il suono, mentre parola è solo il suono articolato... Il discorso è voce significativa che deriva dal pensiero... Parola e discorso differiscono perché il secondo è sempre significativo, mentre la prima può anche non esserlo. (Diog. Laer. VII 55-57)

Se è vero dunque che il rapporto immediato con la realtà quello è della sensazione, il processo della conoscenza può iniziare soltanto quando organizziamo la sensazione con il pensiero costruendo un discorso. Altro è, per esempio, emettere un'esclamazione di dolore (voce), o indicare l'oggetto che ci ha prodotto dolore (parola), altro è riconoscerlo come causa del nostro dolore (discorso): è solo a partire dal discorso che inizia il processo di "comprensione" della sensazione. La "rappresentazione" (phantasia) è l'impressione immediata che si verifica nell'anima, è un "mutamento" che avviene nell'anima originato da un oggetto esterno e secondo le modalità proprie di questo; ma la rappresentazione diviene - nell'uomo - subito oggetto del pensiero, che se ne appropria inquadrandola nel suo proprio modo di funzionare, cioè nelle connessioni e nei legami che instaura con le altre rappresentazioni. L'appropriazione della rappresentazione da parte del pensiero avviene essenzialmente in alcune forme che possono venire cosí riassunte: l'incontro con l'oggetto, cioè l'apprensione cosciente e logica dell'oggetto della sensibilità; la somiglianza, il rapporto che si istaura con un oggetto diverso da quello immediato della sensazione, come per esempio Socrate a partire da un'immagine dipinta di Socrate; l'analogia, che può essere accrescitiva quando dalla rappresentazione di Socrate giungiamo a quella del Ciclope, o diminutiva quando giungiamo a quella del Pigmeo; la trasposizione, come quando dipingiamo, per esempio, gli occhi al di sotto del naso; la composizione, che si ha quando pensiamo, per esempio, all'ippocentauro; la contrarietà, come quando osservando il vivente pensiamo alla morte.
La rappresentazione, cosí, quando il pensiero se ne appropria, diventa "rappresentazione catalettica" (phantasia kataleptikè), cioè una rappresentazione a cui l'uomo dà il suo assenso; con l'assenso l'anima riconosce che la rappresentazione è in accordo con l'oggetto che l'ha provocata. E' quindi nella fantasia catalettica che risiede il criterio della verità; è possibile costruire la scienza soltanto a partire da essa, e cioè dall'evidenza con cui essa si impone nella nostra anima e ne provoca l'assenso, e dalla possibilità di introdurre essa soltanto - a differenza delle altre rappresentazioni - in proposizioni e in giudizi che la "comprendono", logicamente connettendola ad altre, in una trama unitaria.

Anche per gli Stoici, dunque, come per Aristotele, l'elemento fondamentale della comprensione e della scienza è il giudizio, cioè la trama delle connessioni logiche e razionali che l'uomo costruisce sul mondo; ma, molto piú di Aristotele, gli Stoici sono coscienti che il discorso è una "costruzione logica" dell'uomo che sta tra l'uomo e la realtà oggettiva ed a lui esterna. Essi distinguono, infatti, nella conoscenza,

tre elementi che si collegano: il significato, il significante e ciò che è. Di questi, il significante, ciò che significa, è la voce, per esempio "Dione". Il significato è la cosa indicata dalla voce e che noi cogliamo pensando alla cosa corrispondente, mentre i barbari, pur udendo la stessa voce, non la comprendono. Ciò che è, è il soggetto esterno, come lo stesso Dione. (Sesto Emp. Contro i matem. Vlll 11-12)

Questa distinzione fondamentale di tre piani, quello delle cose, quello del linguaggio che rinvia alle cose, e quello del significato delle cose, rompeva una tradizione fortemente radicata nel pensiero greco, fino ad Aristotele incluso, che concepiva una corrispondenza immediata tra linguaggio e realtà oggettiva. Per gli Stoici, il piano piú importante nel processo della conoscenza era il piano dei significati, senza il quale non è possibile "agganciare" la realtà, cioè comprenderla: un barbaro, per esempio, che senta parlare un greco, pur ascoltando la sua voce, pur impadronendosi cioè del piano dei significati e pur rappresentandosi lo stesso piano del ciò che è, della realtà, non comprenderà il suo discorso, cioè non si approprierà del piano dei significati. E questo è appunto quello che gli uomini costruiscono col pensiero e nel quale soltanto possono risiedere la verità e l'errore: i significati, infatti, come le cose, non sono né veri né falsi; mentre i giudizi con i quali costruiamo il mondo dei significati sono appunto gli strumenti razionali con i quali determiniamo il vero e il falso, gli strumenti quindi della nostra comprensione della realtà e della nostra scienza.

Sul piano dei giudizi si colloca cosí la possibilità di costruire discorsi veri connettivi delle nostre rappresentazioni. Senonché gli elementi fondamentali del giudizio non sono piú, come per Aristotele, i termini o concetti, bensí le proposizioni, perciò la logica stoica sarà chiamata "logica proposizionale". Le proposizioni possono essere semplici, del tipo "è giorno", "è notte", "Socrate discute" e cosí via, o complesse, del tipo "se è giorno, c'è luce", "se è notte, ci sono le tenebre", "o è giorno o è notte". Acquistano quindi una grande importanza, nella connessione delle proposizioni, i termini "se" e "poiché":

Tra le proposizioni non semplici, la connessione è quella costituita dal connettivo "se"... Questo connettivo esige che il secondo membro consegua al primo, per esempio, "se è giorno, c'è luce". La conseguenza è una proposizione costituita dal connettivo "poiché", il quale lega la proposizione da cui si comincia a quella in cui si termina, per esempio "poiché è giomo, c'è luce". (Diog. Laer. VII 71)

Il ragionamento, nella sua forma piú semplice, è allora costituito

da un lemma, da un'assunzione e da una conclusione, come "se è giorno, c'è luce; ma è giomo; dunque c'è luce". Il lemma è "se è giorno, c'è luce", l'assunzione "è giorno", la conclusione "dunque c'è luce". E questo è lo schema del ragionamento: "se il primo, il secondo; ma è il primo; dunque il secondo". (Diog. Laer. VII 76)

Formalizzando, si può scrivere: "se p, allora q; p; allora q". Come per Aristotele, il ragionamento è valido quando rispetta questo schema, ma non per ciò stesso è vero, cioè dimostrativo di una verità. Senonché, Aristotele usava termini come "uomo" "mortale", "animale", esprimenti concetti universali e rispecchianti l'essenziale struttura ontologica della realtà stessa, e quindi nel suo ragionamento per sillogismi si limitava a dare la struttura logica ad un complesso di conoscenze già empiricamente acquisite e a garantire quindi la loro organizzazione nel sistema del sapere. Gli Stoici invece pretendono con i loro ragionamenti non solo di costruire un piano di significati veri e non solo validi, ma anche, proprio grazie alle dimostrazioni fondate sulla struttura proposizionale, di estendere il piano della verità, e cioè di scoprire nelle conclusioni qualcosa che non era già implicito nelle premesse.
Cosí, se un ragionamento è vero non soltanto perché è vera la connessione che va dalle premesse alla conclusione, ma anche perché è vera la congiunzione delle stesse premesse, la scienza si fonderà sul ragionamento dimostrativo, che è qualcosa di piú del ragionamento vero:

Il ragionamento dimostrativo differisce dal ragionamento vero, perché il ragionamento vero può avere evidenti tutti i suoi elementi, cioè sia le premesse sia la conclusione, mentre il ragionamento dimostrativo pretende di avere qualcosa in piú: la sua conclusione, cioè, deve essere oscura e deve essere svelata dalle premesse. Perciò un ragionamento di questo genere "se è giorno, c'è luce; ma è giorno; dunque c'è luce", avendo evidenti sia le premesse sia la conclusione, è vero, ma non dimostrativo. Mentre un ragionamento di quest'altro genere "se questa donna ha latte nelle mammelle, ha partorito; ma questa donna ha latte nelle mammelle; dunque questa donna ha partorito", oltre ad essere vero, è anche dimostrativo. Infatti, la conclusione "questa donna ha partorito", che è oscura, è svelata dalle premesse. (Sesto Emp. Contro i mat. VIII 422-423)

Gli Stoici ebbero coscienza della novità della propria logica e la difesero non solo contro Epicurei, Scettici ed Accademici, che attaccavano sia la struttura proposizionale sia la possibilità di stabilire un qualsiasi criterio di verità nel linguaggio e nel discorso scientifico, ma anche contro gli aristotelici, sottolineando contro questi proprio il carattere di apertura e di accrescimento della conoscenza che la loro logica permetteva e quella aristotelica no. Elaborarono a questo proposito un'interessante dottrina: la teoria del segno, come garanzia della pensabilità della realtà.

Essi considerano il segno come una proposizione e per questo come pensabile. Cosí lo descrivono: il segno è una proposizione costituita da una connessione valida e rivelatrice del conseguente. (Sesto Emp. Contro i mat. VIII 244-245)

Il segno è quindi non soltanto una connessione valida che va dal vero al vero e che in fondo non costituisce altro che una connessione tra due proposizioni che si rivelano per propria evidenza; così per esempio, la connessione valida "se c'è giorno, c'è luce" va dalla proposizione vera "ma è giorno" alla proposizione vera "c'è luce". Comunque, in questo caso, I'antecedente non contiene in sé nulla che sia segno del conseguente, perché come "è giorno" si rivela di per sé, cosí anche "c'è luce" si rivela per propria evidenza. Il segno, invece,

deve non soltanto costituirsi in una connessione valida, cioè che vada dal vero al vero, ma anche avere una natura rivelativa del conseguente come in "se questa donna ha latte nelle mammelle, ha partorito" ...Perchè il segno è proprio "se questo, allora questo": è una conseguenza della natura e della struttura dell'uomo il disporre del segno. (Sesto Emp. Contro i mat. VIII 252, 275)

La differenza, dunque, tra l'uomo e gli altri animali non sta nella capacità di articolare suoni, perché anche molti animali posseggono questa capacità, né sta nella facoltà di avere rappresentazioni, perché anche gli animali posseggono rappresentazioni, bensí proprio nella capacità - che è solo dell'uomo - di connettere le rappresentazioni costruendo quel mondo artificiale di segni e di significati che è l'espressione piú originale del modo tutto particolare con cui l'animale uomo si rapporta alla natura.

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