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CAPITOLO VIII DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA |
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2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno 3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino 4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono 5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo |
4.
Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quello che sono...
Ben diversamente da quella epicurea, la scuola stoica, che durò
dal IV secolo a.C. al II secolo d.C., conobbe un vivace svolgimento, non
senza polemiche anche aspre al suo interno, ed elaborò un corpo
di dottrine originali, specialmente nel campo della logica, nel quale
introdusse delle importanti innovazioni rispetto alle dottrine di Aristotele.
Fondatore dello stoicismo fu Zenone (336/5-264/3), nato a Cizio,
nell'isola di Cipro, probabilmente da una famiglia di coloni fenici. Dedito
in un primo tempo all'attività di mercante, Zenone giunse ad Atene
intorno al 313 e qui si "convertí" alla filosofia, ascoltando
le lezioni degli accademici Senocrate e Polemone, dei megarici Diodoro
Crono e Stilpone, e specialmente del cinico Cratete di Tebe. Simpatizzò
anzi per un certo periodo con le dottrine ciniche, finché - verso
il 300 - fondò una sua propria scuola in un portico (in greco stoà,
donde il nome "stoicismo" dato alla sua dottrina) di Atene.
Tra i suoi primi scolari ricordiamo Erillo di Cartagine ed Aristone di
Chio; il suo successore nello scolarcato fu però Cleante di
Asso (331-232). Questi fu il piú fedele seguace di Zenone,
le cui dottrine difese accanitamente contro le tendenze eterodosse di
Erillo e di Aristone; la polemica continuò con il terzo scolarca
Crisippo di Soli (281/80-208/4), che si distinse per la sua brillante
dialettica e per gli accesi dibattiti che condusse all'esterno (contro
i rappresentanti dell'Accademia di mezzo) e all'interno della scuola (specialmente
contro Aristone). Ben presto la sua sistemazione delle dottrine di Zenone
si affermò come lo stoicismo ortodosso. Questi primi tre capiscuola
rappresentano quella che comunemente viene chiamata "prima fase dello
stoicismo", o "stoicismo antico"; le loro opere sono andate
perse per noi, e possiamo ricostruire le loro dottrine solo sulla base
dei pochi frammenti rimastici e elle testimonianze degli autori posteriori.
Mutuando alcuni concetti cardinali dalla fisica aristotelica, gli Stoici affermano l'esistenza di un universo continuo, nel quale non c'è posto per il vuoto, finito e distinto sostanzialmente in un elemento attivo ed uno passivo.
Senonché, a differenza di Aristotele, questi due principi non sono separati l'uno dall'altro, ma intimamente connessi: la divinità, che è la razionalità del mondo, è totalmente immanente al mondo e o muove dall'interno e non come causa finale ed esterna al mondo stesso. Il mondo è considerato, cosi come un grande organismo vivente, caratterizzato da una tensione interna, una forza che, nel mentre lo tiene unito e compatto, è la causa della differenziazione dei singoli fenomeni e delle singole cose. Per indicare questa duplicità di principi nell'unità del mondo, gli Stoici usano spesso delle metafore organicistiche: come l'uomo è una sola realtà, nella quale però distinguiamo un elemento passivo - il corpo - e un elemento attivo che muove e che comanda (perciò detto egemonico) - l'anima o l'intelletto -, cosí anche
Questa tensione interna, che si manifesta in tutte le cose, quelle che chiamiamo animate come quelle che chiamiamo inanimate, è detto pneuma (= soffio vitale). Lo pneuma è la causa anzitutto della differenziazione dei quattro elementi fondamentali (quelli della fisica tradizionale: fuoco, acqua, aria, terra) e dei processi di trasformazione dell'uno nell'altro, come del loro aggregarsi e disgregarsi che danno origine alle cose; esso è altresí la causa della compattezza del mondo e del suo coordinarsi ed armonizzarsi in tutti i suoi aspetti e senza spaccature al suo interno.
Ma gli Stoici introducono nella loro fisica un concetto che era estraneo alla tradizione greca classica, anche se non era ignoto ad alcuni miti ed alle culture orientali: il concetto della nascita e della distruzione del mondo.
Il mondo è soggetto cioè a cicli periodici di vita che
si concludono in un grande incendio (ekpyrosis = conflagrazione),
in un ritorno di tutte le cose al fuoco, per iniziare di qui un nuovo
ciclo di vita che ripeterà esattamente le stesse fasi del precedente,
fin nei piú minimi particolari: a saranno di nuovo Socrate e Platone,
e ciascuno dei loro contemporanei, amici e concittadini, e ciascuno realizzerà
immutabilmente le stesse cose che aveva già realizzato nel precedente
periodo. Questa originale tesi degli Stoici era dovuta sostanzialmente
a due bisogni: quello di soddisfare all'esigenza logica di ammettere la
finitezza del mondo in un senso temporale oltre che spaziale, nonché
di giustificare la piena razionalità e necessità del mondo,
ed inoltre al bisogno di venire incontro in un certo senso alla mentalità
popolare. Perlomeno in un primo tempo, infatti, lo stoicismo non fu quella
filosofia di èlite che diventerà in seguito, quando
conquisterà ceti aristocratici, e addirittura la stessa burocrazia
piú alta dell'impero romano: basti pensare alle componenti ciniche
della dottrina stoica, ed alla stessa figura di Cleante, uomo di umilissime
origini. Lo stoicismo riconoscerà infatti sempre un certo valore
alle "nozioni comuni", cioè a nozioni che si pretendevano
universalmente diffuse e radicate nell'anima di tutti gli uomini, e che
costituivano la base indispensabile per il processo della vera conoscenza.
d'altro lato essi riconoscevano che le varie divinità onorate con vari culti dai diversi popoli avevano una qualche ragione d'essere in quanto non erano in fondo che il riconoscimento dell'unico logos-dio chiamato con vari nomi:
Dio quindi è anche fato, ferrea necessità (eimarmène) e provvidenza (prònoia), perché è fondamentalmente logos, cioè ragione e ordine immutabile:
Perciò gli Stoici non disprezzavano né deridevano gli indovini:
piú dotati degli altri uomini, essi erano in grado di comprendere
con il loro pensiero il collegamento di tutte le cause e quindi di predire
in certi limiti le cose future sulla base di segni rivelativi del presente.
Ma se da questo punto di vista l'etica stoica accettava - e forse esasperava
- quei motivi di accettazione del mondo cosí com'esso è,
perché i suoi ordinamenti e le sue leggi, che regolano la vita
naturale e quella politico-sociale, sono in fondo l'espressione di una
razionalità che sarebbe follia voler negare o, peggio, contrastare,
quei motivi che da Aristotele in poi sancivano la sconfitta dell'uomo-cittadino
ormai estromesso dal controllo della città e dall'intervento sulle
sue istituzioni; da un altro lato le dottrine stoiche, proprio mentre
preparavano e giustificavano questi meccanismi di accettazione e di adeguamento,
elaborarono tutta una serie di tematiche che a distanza di secoli, a partire
dal Rinascimento, in altre temperie culturali e morali, si dimostreranno
oltremodo feconde. Si tratta in particolare delle riflessioni sull'istinto
(la cui caratteristica fondamentale è quella dell'autoconservazione,
presente in tutti gli animali, ma che solo nell'uomo diventa cosciente),
sul bene e sul male (legati, nella loro presenza immediata
e piú forte, al vantaggio e allo svantaggio), sugli indifferenti
rispetto alla morale (rapportati all'istinto, o alla propensione e all'avversione,
o alla felicità e all'infelicità, o anche all'uso ed al
valore pratico). Saranno proprio queste riflessioni stoiche a costituire
infatti l'antecedente storico di tutta la problematica morale che sarà
una parte non piccola della trattatistica filosofica dell'età moderna.
L'estraneità alla storia e l'accettazione dell'ordine esistente si riflettono anche nell'altra tesi stoica dell'eguaglianza degli uomini. A differenza che per Aristotele, non esistono uomini liberi e uomini schiavi per natura; per gli Stoici libertà e schiavitù sono condizioni che non dipendono dalla situazione sociale, che è puramente esteriore. Quello che conta è la coscienza della bontà e della razionalità dell'ordine e la capacità di affermare la propria natura all'interno di quest'ordine; e affermare la propria natura significa far trionfare nella sfera tutta privata e personale la propria autonomia dal resto del mondo, e quindi la propria sapienza e quindi la propria libertà. Perché, infatti,
Si può essere liberi, quindi, per gli Stoici, perché autonomamente
ci si determina alla ragione e all'adeguamento alla razionalità
universale che permea di sé il mondo, pur continuando a rimanere
socialmente degli schiavi e degli oppressi, perché la sfera dell'esteriorità
è indifferente e non tocca l'essenza della libertà. |
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