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CAPITOLO VIII DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA |
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2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno 3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino 4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono 5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo |
3.
Cercare moderatamente la felicità nel proprio Giardino
La ricerca di una felicità che tocchi al singolo prescindendo
dal tipo di "città" in cui vive e dai suoi rapporti e
dalla sua posizione nei riguardi di questa città, e l'elaborazione
di una tecnica concettuale e spirituale per il raggiungimento della felicità,
sono le caratteristiche anche della scuola epicurea, fondata ad Atene
nel 306 da Epicuro (341-271). Nato a Samo da una famiglia di coloni
ateniesi, Epicuro ascoltò lezioni di platonici e di Nausifane,
un democriteo, ma ebbe certamente anche conoscenza della filosofia aristotelica.
Dopo brevi soggiorni a Mitilene e a Làmpsaco, durante i quali strinse
rapporti con rappresentanti della corte macedone, Epicuro si recò
ad Atene nel 306 e vi rimase fino alla morte; ad Atene acquistò
una casa con giardino, in cui fondò una scuola chiamata appunto
kepos (=giardino), alla quale erano ammessi anche donne e schiavi,
in chiaro contrasto con le consuetudini e la mentalità vigenti
nelle altre scuole. Le opere che ci sono rimaste di Epicuro sono tre Epistole
(una a Erodoto sulla fisica, una a Pitocle sui fenomeni
celesti, una a Menecèo sull'etica); un libro Sulla natura,
del quale possediamo frammenti ricavati da papiri trovati in una villa
di Ercolano; una raccolta di Massime Capitali Fonti importanti
per la ricostruzione del suo pensiero sono il poema De rerum natura
del poeta latino Lucrezio, interamente ispirato alle sue dottrine, ed
il capitolo X delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio (che ci
riporta, oltre alle tre lettere ricordate, anche il testamento di Epicuro).
Già in questo esordio si notano le due caratteristiche fondamentali della dottrina epicurea: un privilegiamento dell'etica rispetto alla teoria fisica e gnoseologica, una chiara sull'ordinazione della scuola rispetto al maestro. Se la prima però è una caratteristica che in certa misura può accomunare l'epicureismo alle altre scuole di questo periodo, la seconda appartiene esclusivamente alla scuola epicurea che - a differenza di tutte le altre - praticamente non conosce sviluppo e si limita a ripetere e a difendere le dottrine del maestro (venerato quasi come un dio) contro gli attacchi provenienti dai piú diversi ambienti culturali. La teoria fisica di Epicuro si rifà all'atomismo democriteo, dal quale deriva la dottrina degli atomi e del vuoto, dell'aggregarsi e del disgregarsi dei primi (in un movimento eterno ed in uno spazio infinito), che danno luogo al nascere e al morire di tutte le cose e di tutti i fenomeni della natura. A differenza però di Democrito, che faceva risultare il peso dalla velocità e dalla direzione degli atomi, Epicuro (sotto l'influsso di Aristotele?) lo include tra le qualità fondamentali degli atomi insieme alla figura e alla grandezza. Se gli atomi hanno un peso e si muovono nel vuoto, ne deriva che si muovono tutti alla stessa velocità:
Se gli atomi si muovono nel vuoto alla stessa velocità e secondo traiettorie rette, il loro incontro sarà il risultato di una deviazione dalla propria traiettoria. Su questi accenni di Epicuro, gli Epicurei in particolare Lucrezio, costruirono una dottrina del clinàmen (=deviazione) che doveva garantire la spontaneità del movimento atomico e, in fondo, doveva costituire la condizione della libertà dell'uomo, sottratto in certo modo così al determinismo della classica concezione di Democrito. In effetti Epicuro è restio ad accettare il postulato fondamentale della visione scientifica della realtà propria di Democrito come di Parmenide, e cioè la legge della causalità e della necessità. In un punto addirittura proclama che preferisce credere alle favole e ai miti popolari sugli dei piuttosto che "farsi schiavo" della necessità:
Combinando dunque Democrito con Aristotele, gnoseologia empedoclea e protagorea col buon senso della "filosofia popolare", Epicuro costruisce la sua dottrina della sensazione e della conoscenza, in una soluzione empiristica che non conosce però né la complessità delle distinzioni democritee sul rapporto sensibilità-razionalità né la rigorosità della ricostruzione aristotelica del processo che porta dalla sensazione alla conoscenza razionale. Anche l'anima è, anzitutto, composta di atomi: essa è
La sensazione non è altro che il flusso di un "simulacro" (immagine composta sempre da atomi) che si stacca dal corpo e colpisce, attraverso i nostri organi di senso, gli atomi della nostra anima.
Garantita cosí, sempre, la "verità" delle sensazioni, è garantito con ciò stesso il criterio della verità, che consiste sempre e soltanto nell'evidenza sensibile. Infatti
Su ciò si basa la teoria della pròlepsis, dell'"anticipazione":
criterio di verità in quanto, risultando dall'esperienza di sensazioni
passate, ci autorizza ad anticipare esperienze future; la sensazione,
dunque, come supremo criterio della verità dell'oggetto, in quanto
è essa che, in ultima analisi, conferma o smentisce la nostra anticipazione.
Senonché questa "conoscenza evidente" degli dei in forme che non sono quelle del volgo si limita all'affermazione che essi, in quanto beati, immortali, immuni da affari, non possono occuparsi delle vicende dell'uomo, che turberebbero la loro beatitudine e la loro imperturbabilità; per il resto, essi conservano, nell'empireo della loro beatitudine, tutte le caratterizzazioni antropomorfiche che la fantasia popolare attribuisce loro. Per quanto riguarda la morte, l'altro timore che affligge la vita dell'uomo, proprio sulla base della sua concezione sensistica Epicuro può affermare che
La beatitudine degli dei esclude la possibilità di un loro intervento
nelle vicende umane; la morte non è niente per noi; il piacere
è sempre raggiungibile; il dolore è sempre sopportabile
perché o è intenso, e allora dura poco, o non lo è,
e allora ci si abitua: sono queste le quattro massime fondamentali capaci
di garantire l'atarassia del seguace della filosofia epicurea, che poi
nella tradizione della scuola costituirono il cosiddetto tetrafarmaco.
Questo calcolo dei piaceri e dei dolori porta ad una prima fondamentale distinzione:
Accettare dunque i primi e respingere gli altri due è la condizione fondamentale per il raggiungimento della "felicità" epicurea. Il carattere di "secessione" della scuola dalla società nella ricerca di una tranquillità interiore; l'accentuazione del tema dell'amicizia, considerata come un legame piú solido e piú verace di quelli imposti dalla società; la trasformazione a poco a poco dell'amicizia in un vero e proprio legame di carattere schiettamente religioso; la strenua difesa delle dottrine del maestro, la cui parola aveva una validità assoluta e nel cui verbo si giurava; la mancanza quindi di qualsiasi evoluzione interna e di qualsiasi novità di rilievo rispetto alle dottrine di Epicuro: sono queste le caratteristiche del Giardino fin dalla morte del maestro. Parallelamente a quanto avveniva anche nelle altre scuole, gli Epicurei (tra i primi ricordiamo Metrodoro, Ermarco, Colote) distinsero la filosofia in tre parti: la canonica, dottrina del cànone, cioè del criterio della conoscenza; la fisica, dottrina degli elementi e dei fenomeni naturali; l'etica, dottrina della condotta nella vita e del fine della vita. Tra il II ed il I secolo l'epicureismo conobbe una certa diffusione fuori
della Grecia, a Roma, Napoli ed Ercolano: ricordiamo il poeta LUCREZIO
(99-55 circa) e FILODEMO Di GADARA (110-28), amico di Cicerone, Virgilio
ed Orazio, che fu uno dei mediatori piú attivi in questo periodo
- insieme a Cicerone - tra la cultura greca e quella romana, e che scrisse
molte opere, tra le quali Sulla retorica, Sulla musica, Sulla poesia.
A Roma l'epicureismo ebbe una certa funzione di opposizione alla cultura
ufficiale e alle filosofie che la ispiravano, specialmente quella stoica
e quella accademica; ma, pur suscitando violente polemiche per esempio
da parte di Cicerone (che lo qualificò una filosofia "plebea",
indegna financo di essere criticata), non si concretò in un movimento
critico in senso pubblico e politico, conservando il carattere di "mediana
per la vita" di tipo esclusivamente privato. Per questo esso fu gradualmente
assorbito dalla cultura ufficiale e un insegnamento di filosofia epicurea
venne addirittura riconosciuto istituzionalmente nelle scuole di filosofia
dell'impero romano. |
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