STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VIII

DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA

1. Il filosofo e il dotto

2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno

3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino

4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono

5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo

6. Dal «pubblico» al «privato»

7. Il suddito si consola: filosofia come religione

2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno

Furono tre le scuole filosofiche nuove fondate sul finire del IV secolo e perciò dette " post-aristoteliche ": lo scetticismo, l'epicureismo, lo stoicismo. Esse convissero con l'Accademia e il Liceo, che continuavano, sia pure con caratteristiche che non erano più le stesse del periodo della loro fondazione, la loro attività. Un tratto comune delle nuove scuole fu il loro rifiuto dell'aristotelismo ed il richiamarsi ad alcuni motivi o ad alcune tesi delle filosofie presocratiche; ma, come vedremo, le dottrine di Aristotele continuavano ad esercitare anche su di esse la loro influenza, e le stesse dottrine presocratiche venivano molto spesso modificate ed adattate alle nuove esigenze: come accadde, per esempio, per la teoria democritea negli Epicurei e per la teoria eraclitea negli Stoici.
La scuola scettica si fa iniziare generalmente con Pirrone di Elide (365-275), discepolo di Megarici e del democriteo Anassarco. Con questi Pirrone si accompagna alla spedizione di Alessandro in Oriente, seguendolo fino in India. La tradizione biografica sottolinea l'importanza dei suoi contatti con i saggi indiani, depositari dell'antichissima sapienza di quella civiltà: il fatto è sintomatico appunto dell'allargarsi dell'orizzonte culturale dei filosofi greci di questo periodo e dell'assimilazione di motivi e temi propri delle civiltà orientali. Comincia a sorgere proprio in questo periodo infatti la tesi storiografica di una dipendenza della filosofia greca dalle culture orientali. Tornato in Grecia intorno al 324, Pirrone fondò una sua scuola in Elide; richiamandosi all'esperienza e all'insegnamento di Socrate, deliberatamente non lasciò nulla di scritto. Le dottrine dello scetticismo antico ci sono note attraverso le testimonianze dei suoi scolarchi e del dossografo Diogene Laerzio; tra i primi, il più importante fu Timone di Fliunte (325/320-235/230), ex-ballerino convertitosi alla filosofia dopo aver ascoltato il megarico Stilpone e poi Pirrone. Alla morte di questi, girò per le colonie greche assorbendo la cultura ellenistica, specialmente nei suoi aspetti letterari e retorici; intorno al 275, aprì ad Atene una scuola che diffuse l'insegnamento di Pirrone. Il suo scritto più importante furono I Silli, un'opera in versi sul modello omerico nella quale si fa la satira delle dispute tra i filosofi delle varie scuole con accenti di vivace polemica ed a volte di vera e propria invettiva.
Lo scetticismo di Pirrone intende valorizzare innanzitutto un atteggiamento critico nei confronti del problema della conoscenza, e in particolare rispetto al rapporto sensazione-riflessione: come è possibile passare dalle sensazioni (così varie e particolari e sempre legate alla soggettività) attraverso il linguaggio (così pieno di insidie e di ambiguità) ad una verità che abbia le caratteristiche dell'universalità? Questo atteggiamento critico (da cui deriva lo stesso termine scetticismo, da skèptomai = mi guardo intorno, indago, osservo, o da skèpsis = dubbio, coscienza critica) è stato in fondo sempre presente nella tradizione letteraria e filosofica greca, e gli scettici lo sottolineano infatti in Omero e in Euripide, in Archiloco e in Senofane, in Empedocle, Eraclito, Zenone, Protagora e Democrito. La stessa ricerca socratica viene dagli Scettici intesa come l'affermazione più chiara dell'irraggiungibilità di un sapere vero: chi afferma di poter giungere alla verità non è che un dommatico.

Gli Scettici si dedicarono in profondità al capovolgimento di tutte le dottrine dommatiche dei vari indirizzi filosofici, senza fare essi stessi alcuna dichiarazione di stampo dommatico, fino al punto di profferire soltanto i dommi degli altri e di discutere senza dare alcuna definizione. (Diogene Laerzio IX,74)

Se la verità non è che dogma, e se tutte le opinioni si equivalgono, l'unico atteggiamento saggio sarà quello dell'epochè, della "sospensione del giudizio": non definire nulla, avere coscienza che ad ogni argomentazione si oppone un'altra argomentazione, significa adottare contro la logica dell'«è» la logica del "non più". Ogni cosa ed ogni concetto esistono "non più" di altri, ed anzi una singola cosa ed un singolo concetto "non più esistono che non esistano":

Pertanto questa locuzione, come dice Timone, intende significare "il non definire nulla e il non ammettere opinione alcuna". Anche l'espressione "ad ogni argomentazione si oppone un'argomentazione" contiene implicitamente la sospensione del giudizio [epochè]: infatti alla discordanza delle cose reali ed all'equipollenza delle argomentazioni consegue l'ignoranza della verità.
(Diog. Laer. IX,76)

L'epochè e la logica del "non più" stavano ad indicare la perdita di ogni criterio valido per il raggiungimento della verità, e quindi di ogni sistema di riferimento valido in sé, e cioè di una "natura" oggettivamente data: non esiste nulla "per natura", né c'è un rapporto tra le cose come sono "per natura" e come "appaiono", perché le cose si limitano solo ad apparire, ed è questo apparire soltanto la vera natura delle cose. Ma la perdita del criterio significava per gli Scettici non solo l'afasia, cioè il non parlare, il non pronunciarsi sulle cose, ma soprattutto la conquista di quella atarassia, cioè imperturbabilità e tranquillità "di fronte" al mondo delle cose, che costituiscono appunto il fine e forse la felicità dell'uomo veramente saggio.

Timone afferma che chi aspira alla felicità deve tendere a queste tre cose: in primo luogo a rendersi conto della natura delle cose, in secondo luogo ad assumere un adeguato comportamento nei confronti di queste, e, infine, a capire cosa accadrà a quelli che così abbiano agito. Aristotele osserva che, per quanto concerne le cose, Timone le dichiarava tutte quanti indifferenti, instabili e non-giudicabili e aggiungeva, perciò, che né i nostri sensi né le nostre opinioni sono nel vero o nel falso. Per questo motivo, allora, non si deve prestar fede né ai sensi né alle opinioni, ma dobbiamo essere privi di opinione, non essere inclini a nessuna soluzione e non lasciarci scuotere da nulla, ma dobbiano dire, a proposito di ogni cosa particolare, che essa esiste "non più" che non esista, oppure che essa "è e non è" e non semplicemente che essa non è. E Timone sostiene che a quanti si trovano in questa disposizione d'animo consegne anzitutto l'afasia e, in secondo luogo, l'imperturbabilità. (Aristocle in Eusebio, P.E. 758 d)

La scuola di Timone non ebbe discepoli illustri, ma l'atteggiamento scettico conquistò l'Accademia platonica con Arcesilao di Pitane (315-240), poeta, musicologo e matematico. Allievo prima di Teofrasto al Liceo, Arcesilao conobbe poi il pensiero di Pirrone, apprezzandolo ed assimilandolo anche se non lo condivise mai pienamente. Passato poi all'Accademia, divenne amico e discepolo di Polemone e di Cratete: alla morte di questi, fu scolarca dell'Accademia, iniziando quella fase di vita della scuola platonica che fu chiamata "Accademia media", che si pone cioè tra l'Accademia antica, quella dell'insegnamento di Platone e dei suoi immediati successori, e l'Accademia nuova, della quale diremo nel paragrafo 7. L'"ambiguità" speculativa di Arcesilao si spiega con il suo tentativo di fondere il genuino insegnamento platonico ed il suo originale atteggiamento metodologico con le istanze scettiche di Pirrone, soprattutto in funzione di una polemica contro gli Stoici. La sospensione del giudizio, l'imperturbabilità, il rifiuto di un criterio di verità assoluto, sono i motivi pirroniani che Arcesilao riprende, mitigandoli però con una teoria dell'èulogon (= ragionevole) che ha un suo valore specialmente nella sfera della pratica.

Arcesilao sostiene che chi sospende il giudizio su tutte le cose regolerà le scelte e i rifiuti e, in genere, le proprie azioni secondo ciò che è ragionevole e, procedendo in conformità di questo criterio, agirà rettamente: difatti la felicità si procura mediante la saggezza, la saggezza risiede nelle azioni rette, e l'azione retta è quella che, quando viene eseguita, trova la propria giustificazione nella ragionevolezza. Quindi chi mira a ciò che è ragionevole agirà rettamente e sarà felice.
(Sesto Empirico, Contro i logici I,158)

Per questa sua posizione moderata Arcesilao sarà giudicato dagli Scettici più rigorosi "a prima vista un pirroniano, ma in verità un dommatico ".
Il rappresentante più illustre però della seconda Accademia fu Carneade di Cirene (219/4-129). Uomo di cultura vastissima ed abilissimo dialettico, Carneade condusse un'instancabile polemica nei confronti degli Stoici ed in particolare di Crisippo, contrapponendo al suo sistema filosofico, distinto in logica, fisica ed etica, un vero e proprio " anti-sistema" che lo controbatteva punto per punto. Nel 155 fu inviato ambasciatore a Roma, dove con le sue argomentazioni scettiche sulla giustizia scandalizzò e sconvolse gli ambienti della cultura conservatrice di quella città. Ma la posizione moderata di Arcesilao fu comunque anche di Carneade: pur ammettendo che niente può essere, in senso assoluto, criterio di verità, egli

sosteneva l'impossibilità che uno, in quanto essere umano, sospenda il giudizio su tutte quante le cose: a suo avviso, infatti, c'è differenza tra il non-evidente e il non-comprensibile, e tutte le cose sono incomprensibili, ma non tutte sono non-evidenti. (Numenio in Eusebio, P.E. XIV 736 d)

Questa distinzione, che tendeva a salvare in certo modo l'evidenza fenomenica, portava poi Carneade a stabilire comunque un criterio che, se non era il "vero", era però il pithanòn, il probabile, il verosimile.

Essi infatti [gli Accademici seguaci di Carneade] hanno la convinzione che "probabilmente" è bene ciò che essi considerano bene piuttosto che il contrario, e, allo stesso modo, fanno anche a proposito del male... Anzi, stabiliscono pure certe distinzioni tra le rappresentazioni probabili... Ecco perché Carneade e Clitomaco intendono parlare di un "prestar fede in seguito ad una forte inclinazione" e dell'esistenza di un qualcosa che è "probabile", e si servono del probabile anche per la condotta della vita. (Sesto Emp. Schizzi pirroniani I, 226-231)

Al di fuori dell'ambito dell'Accademia, ed anzi contro le tendenze dogmatiche che in essa andavano riaffermandosi, con FILONE Di LARISSA (160-79) ed ANTIOCO Di ASCALONA (130/20-68), si svolse l'insegnamento di Enesidemo di Cnosso, vissuto probabilmente nella seconda metà del I secolo a.C.. Per il suo tentativo di riportare lo scetticismo alla genuina impostazione di Pirrone, fu chiamato il "secondo fondatore" della scuola scettica; la sua opera principale furono i Discorsi pironniani. Attraverso l'individuazione di alcuni "tropi" (letteralmente: modo, costume, uso) che volevano rilevare come tutte le cose sono sempre non-evidenti, Enesidemo giunge ad una completa "relativizzazione" sia del sapere che del comportamento umano.

Egli invero mette in rilievo le differenze che sussistono tra gli esseri viventi, tra i regimi politici, tra le varie condotte della vita, tra le costumanze, tra le leggi. E dice pure che i nostri sensi sono deboli, che la nostra conoscenza viene impedita da molte cose esteriori - quali le distanze, le grandezze, i movimenti - e, oltre a ciò, dal fatto che non si trovano nelle medesime condizioni i giovani e gli anziani, quelli che sono desti e quelli che dormono, i sani e i malati, e che noi non abbiamo percezione di nulla allo stato di semplicità e di purezza. Difatti, a suo avviso, tutte le cose sono confuse e vanno considerate come relative.
(Aristocle in Eusebio, PE. XIV 17,760 c)

Dopo Enesidemo, e fino al medico e filosofo Sesto Empirico, gli Scettici non ebbero rappresentanti illustri ad eccezione di AGRIPPA, del quale non sappiamo quasi nulla, ma che dovette essere una forte tempra di pensatore e di dialettico. Ai tropi di Enesidemo, rivolti prevalentemente contro il mondo delle sensazioni e dell'esperienza, campo preferito d'indagine e di critica per gli Scettici, Agrippa ne aggiunse altri cinque, rivolti ad una critica sottile del mondo della razionalità e dei meccanismi logici, colpendo quindi alla base ogni pretesa di indagine speculativa tendente all'universale.

L'ultima grande figura dello scetticismo classico fu Sesto Empirico, vissuto probabilmente tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. Sesto, detto Empirico per la sua adesione alla scuola medica empirica (vedi capitolo seguente, paragrafo 4), si propose di sistemare e quasi "codificare" le dottrine scettiche, nel momento in cui esse avevano conosciuto ormai una lunga storia e si erano espresse anche al di fuori dell'ambito delle scuole filosofiche. Caratteristica infatti della tematica scettica, non soltanto nella cultura greca, ma anche in quella romana, fu quella di assumere sempre più toni di polemica contro le forme tradizionali della cultura ufficiale, insegnata nelle scuole o sostenuta comunque dalle istituzioni. Combinandosi con le tematiche del rifiuto proprie della tradizione dei Cinici, lo scetticismo divenne a poco a poco una sorta di "filosofia popolare" fondata sul buon senso e sulla misura e rivolta contro le "astruserie" dei filosofi togati che insegnavano nelle scuole; in questa veste esso influenzò anche la produzione letteraria di vasti settori culturali, ed anche molto eterogenei tra di loro, ispirando per esempio generi letterari come la diatriba di Luciano di Samosata,o la satira del poeta latino Orazio. Per ridare una caratterizzazione piú fortemente culturale allo scetticismo, Sesto Empirico si impegnò ad una ridefinizione rigorosa delle dottrine scettiche, riprendendo e sviluppando i motivi piú tipici del pirronismo. Mentre sono andate perdute tutte le opere mediche di Sesto, ci sono pervenuti invece i suoi Schizzi pirroniani, l'opera Contro i dogmatici e quella Contro i matematici. Il valore dello scetticismo consiste

nel contrapporre i fenomeni e le percezioni intellettive in qualsiasi maniera, per cui, in seguito alla uguale forza dei fatti e delle ragioni contrapposte, arriviamo alla sospensione del giudizio e quindi all'imperturbabilità. (Sesto Emp. Schizzi pirr. I,8)

Accettando quindi l'analisi e la critica della sensibilità proprie del pirronismo, e integrandole con la critica della razionalità di Enesidemo e specie di Agrippa, Sesto Empirico porta a perfezione il metodo di contrapporre dati dei sensi a percezioni intellettive, nonché dati sensibili tra loro e percezioni intellettive tra loro, giudicando dogmatiche perfino le posizioni moderate di un Arcesilao e di un Carneade. Contro costoro, che parlano di probabile ma quando "stanno nascosti in casa dicono la verità", Sesto riafferma che

un qualcosa è bene o male, senza aggiungere che è nostra credenza che sia probabile ciò che noi affermiamo, ma - senza formulare alcuna opinione - ci atteniamo alla vita ordinaria al solo scopo di non rimanere inoperosi .
(Sesto Emp. Schizzi pirr. I, 226)

Credere non a qualcosa che è probabile, verso cui sentiamo una forte inclinazione, ma al contrario "credere senza alcuna propensione", significa attenersi per la condotta della vita,

alle leggi e ai costumi e alle naturali affezioni, vivendo senza formulare alcuna opinione. (Sesto Emp. Schizzi pirr. I, 231)

Ma la polemica di Sesto si sviluppa puntigliosamente anche contro le forme del ragionamento razionale e scientifico, aristoteliche o stoiche che fossero: in particolare, egli sosteneva che tutte le premesse di qualsiasi ragionamento possono essere invalidate, perché o hanno bisogno di altre premesse in un regresso all'infinito, o sono ipotetiche, cioè poste arbitrariamente, o sono diallele, cioè si dimostrano scambievolmente le une con le altre.
Il valore della filosofia di Sesto è stato variamente valutato; c'è chi ha sostenuto che le sue minuziose argomentazioni e le sue infinite polemiche nascondono una scarsa statura speculativa e teorica; c'è invece chi ha sostenuto che quella di Sesto è l'ultima voce scientifica della Grecia, col suo richiamo ad una ricerca sempre aperta e ad una verità mai definitiva e conclusa, legata com'è al cambiare delle esperienze ed al tentativo di stabilire le mutevoli condizioni entro le quali è possibile capire e valutare i fenomeni. Sta di fatto che, da un lato, col suo richiamo ad un'esperienza che in fondo non può mai essere trascesa, lo scetticismo, anche nella formulazione di Sesto, si chiudeva la via alla teorizzazione ed all'astrazione proprie del discorso scientifico; e che, dall'altro lato, sempre grazie al suo richiamo all'esperienza delle leggi e dei costumi della vita ordinaria, esso, predicando l'epochè e l'atarassia, finiva per diventare una filosofia del disimpegno e dell'evasione.

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