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CAPITOLO VIII DALLA FILOSOFIA ALLA CULTURA FILOSOFICA |
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2. Dall'atteggiamento critico all'indifferenza e al disimpegno 3. Cercare moderatamente la felicità nel proprio giardino 4. Il mondo e l'uomo non possono essere altri da quelli che sono 5. ...Ma solo l'uomo può costruire il significato del mondo |
1.
Il filosofo e il dotto
Con la morte di Alessandro Magno e di Aristotele si chiude un'epoca,
quella detta della Grecia classica, e inizia la cosiddetta età
ellenistica. Non si tratta naturalmente di un passaggio brusco, e
tanto meno si può pensare che le mutate condizioni sociali, politiche
e culturali si possono segnare con una semplice data: prendendo a riferimento
una singola data o un singolo fatto si compie soltanto la necessaria opera
di "periodizzazione", indispensabile per lo storico, ma non
si vuol significare che i processi storici e culturali abbiano delle precise
"date di nascita". E infatti gli ambienti della civiltà
ellenistica portano a maturazione tutta una serie di fattori, già
presenti nelle civiltà precedenti e da noi messi in luce volta
a volta, che ora assumono sempre più rilievo fino a diventare caratterizzanti
in maniera specifica la nuova epoca. Così, da un punto di vista
sociale, cresce in maniera sempre più vistosa l'elemento tipico
dell'economia antica, la schiavitù: l'ampliarsi dei mercati ad
Oriente, successivo alle conquiste di Alessandro, dette un forte impulso
a questo fenomeno e le masse enormi di schiavi di tutte le razze diventano
ora un aspetto tipico delle grandi città di questo periodo. Contemporaneamente
le classi dei lavoratori liberi - artigiani, contadini - che costituivano
il nerbo della polis antica ed anche classica, sui quali si era
fondata la democrazia e che - come ceto medio - costituiva ancora secondo
Aristotele il ceto più importante della città, perdono sempre
più peso politico e per di più conoscono un rapido processo
di impoverimento. Una relativa eccezione è costituita da quei lavoratori
i cui prodotti servono a soddisfare le esigenze di vita lussuosa e raffinata
dei ricchi. Sono questi, comunque, i nuovi ricchi, a costituire il ceto
emergente nella nuova società ellenistica: sono grossi commercianti,
speculatori, imprenditori, appaltatori di opere pubbliche, che nella mobilità
della vita economica di questo periodo accumulano grosse fortune che li
distanziano sempre più dalla massa degli altri "cittadini".
Accanto però a questi nuovi ricchi, rimane ancora forte la classe
che tradizionalmente in Grecia esprimeva il potere, e cioè la nobiltà
terriera che, se viene ridimensionata politicamente, non perde il suo
peso economico e sociale. Accanto alle altre forme di cultura, anche le filosofie di questo periodo
esprimono le mutate condizioni ambientali, e principalmente il distacco
della cultura dalla vita politica. Finita l'epoca degli antichi "saggi"
che esprimevano il potere del "filosofo" nella società,
e finita anche l'epoca dei liberi cittadini che nel dibattito democratico
all'interno della città trovavano l'ambiente ideale per la libera
discussione e circolazione delle proprie filosofie, lo sganciamento del
filosofo dalla vita pubblica già teorizzato da Aristotele diviene
ormai la sua normale e naturale condizione. Anzi, quando la filosofia
si istituzionalizza nella "scuola", questa assume spesso il
carattere di una piccola società, con sue norme e con suoi codici
di comportamento, all'interno della società civile, comunque ben
distinta e separata da questa: è il caso, per esempio, della scuola
fondata da Epicuro. Parallelamente, la "scuola" filosofica,
che non può più essere quella vagheggiata da Platone, destinata
ai futuri governanti della città, né quella teorizzata da
Aristotele, destinata ai futuri scienziati, diventa sempre più
una scuola che si propone dei fini di "sopravvivenza" dell'individuo
di fronte ad una società che l'opprime. Per questo le scuole filosofiche
dell'età ellenistica sono caratterizzate dall'accento che pongono
sulla "felicità" del singolo, che deve e può essere
raggiunta mediante l'acquisizione di due concetti cardine che diventano
dei veri e propri dogmi: 1) l'uomo non deve impegnarsi nella vita politica,
che è diventata ormai campo esclusivo dell'attività del
monarca e dei suoi funzionari, e solo grazie a questa rinuncia egli può
riuscire a riconquistarsi uno spazio assolutamente privato ed indipendente
dalla vita pubblica, nei cui confini soltanto può realizzare autenticamente
se stesso e raggiungere così uno stato di tranquillità e
di "libertà" interiore; 2) l'idea di necessità,
che era stata una categoria di interpretazione scientifica della realtà
naturale, che aveva cioè permesso l'acquisizione di una metodologia
scientifica nel campo delle ricerche sulla natura, viene trasportata nel
campo della società umana. Come già aveva iniziato a fare
Aristotele, una volta assimilato l'ordine sociale all'ordine naturale,
diviene inutile e superfluo, anzi dannoso, impiantare ricerche e discussioni
sulle istituzioni della società umana, che sono dotate di quella
stessa necessità propria dell'ordine sociale. All'uomo non resta
che adeguarsi a questa legge universale, a questo logos che governa
la realtà naturale come quella politica, perché solo in
questo suo adeguamento egli potrà trovare le condizioni di una
sua vita ordinata e tranquilla se non felice. Ridimensionato così il ruolo della filosofia, questa veniva a
trovarsi in condizioni completamente diverse da quelle espresse dalle
filosofie precedenti. Da un lato essa assumeva sempre più una funzione
"consolatoria": si tendeva quindi a privilegiare gli aspetti
etici e morali piuttosto che quelli conoscitivi e scientifici di una dottrina,
la quale aveva tanto più valore quanto meglio delle altre era in
grado di dettare norme di vita e di comportamento adatte allo scopo. Dall'altro
lato, non essendo andato ancora perso l'enorme patrimonio scientifico
accumulato dai presocratici ad Aristotele, la filosofia tendeva a costituirsi
in maniera sempre più autonoma rispetto alle altre scienze, nel
senso di un suo progressivo distacco dalle scienze della natura; è
in età ellenistica, infatti, che inizia quel processo di separazione
del sapere filosofico dal sapere scientifico che, continuato nei secoli,
con la breve e luminosa eccezione del Rinascimento, caratterizzerà
prevalentemente l'età moderna e ancora quella contemporanea. Questa
specializzazione del sapere, però, se comportava un relativo "impoverimento"
della ricerca filosofica (sempre più chiusa nell'ambito di scuole
nelle quali non era usuale la libera ricerca e l'originalità delle
posizioni quanto la ripetizione e la riaffermazione delle dottrine del
"maestro" difese tenacemente contro quelle degli avversari),
comportò d'altro canto una esaltazione delle ricerche scientifiche,
che raggiunsero infatti livelli altissimi proprio in questo periodo, come
vedremo nel prossimo capitolo. |
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