STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VII

LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA'

1. Il filosofo e la scuola

2. L'ultima figura della Grecia classica

3. Una questione complessa

4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare

5. Anatomia e fisiologia del discorso

6. Dalla sensazione all conoscenza

7. La scienza per eccellenza

8. Una fisica dell'immobile

9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali

10. Il problema dell'uomo pensante

11. Solo il filosofo basta a se stesso

12. La città, gli schiavi e il filosofo

9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali

La conoscenza del mondo si articolava dunque per Aristotele in un sistema che comprendeva dio, come motore immobile e atto puro, tutti i fenomeni celesti e sublunari, le manifestazioni della vita vegetale ed animale. Il principio generale, che informa tutta la natura, e che serve all'uomo per capire la natura, e l'assenza del caso e la presenza di un fine in ogni manifestazione ed in ogni fenomeno della realtà:

Dal momento che, dunque, tali cose sembrano generarsi o per fortuita coincidenza o in virtù di una causa finale, se non è possibile che esse avvengano né per fortuita coincidenza né per caso, allora avverranno in vista di un fine. Ma tutte le cose di tal genere sono sempre conformi a natura, come ammettono anche i meccanicisti. Dunque, nelle cose che in natura sono generate ed esistono, c'è una causa finale. (Fisica 199 a 2-8)

La scienza, dunque, come conoscenza delle cause, e in primo luogo di quella finale, del "perché" delle cose; il principio dell'induzione, e cioè del passaggio dalla esperienza diretta alla spiegazione dell'esperienza; La costruzione di un ordine del sapere che si costituisce in base all' individuazione delle "essenze" eterne di ogni fenomeno e di ogni cosa; l'uso, in questa costruzione, della scienza dimostrativa basata sulle sue precise regole logiche: sono queste le caratteristiche del "sapere" aristotelico. Restano ora da chiarire alcuni punti: 1) l'esperienza su cui si basa Aristotele è fondamentalmente diversa dal concetto moderno di "esperimento": questo esige un intervento dell'osservatore, che prepara le condizioni ed organizza i vari momenti del verificarsi di un fenomeno, prodotto artificialmente; l'esperimento è dunque una "domanda" che lo scienziato pone alla natura, e le cui risposte servono a dar ragione o torto alla sua ipotesi, mentre l'esperienza aristotelica è la semplice osservazione sensibile, empirica, del fenomeno; 2) nell'esperienza Aristotele vuol trovare la conferma dei principi e delle cause della scienza: questo lo porta spesso a due conseguenze in apparenza contraddittorie fra loro: da un lato, ad una sopravvalutazione dell'osservazione sensibile, per cui, per rimanere aderente all'esperienza, spesso Aristotele incorre in alcuni "errori" derivanti dalla semplicistica accettazione dell'esperienza stessa (come per esempio nella teoria dei luoghi naturali e del vuoto), e dall'altro lato lo porta ad una "costrizione" dell'esperienza in uno schema prefissato (come per esempio nella determinazione delle funzioni del cuore e del cervello). Anche per queste due ragioni la scienza di Aristotele si presenta ancora come una sintesi di due aspetti contrastanti: l'empiricità ed il platonismo.

Nel campo dell'astronomia, Aristotele ritiene, come abbiamo visto, l'universo finito. Al centro, la terra; intorno alla terra si muovono gli astri, corpi divini - come voleva Platone - contenuti in sfere concentriche. Queste sfere celesti si muovono di movimenti diversi, e dal loro movimento deriva quello degli astri che si trovano sulla loro superficie e che noi possiamo osservare e studiare. Il modello astronomico cui si riferisce Aristotele è quello del grande matematico e astronomo Eudosso di Cnido (su cui vedi capitolo IX); ma a differenza di questo, che si serviva esclusivamente di modelli matematici, Aristotele sostanzializza le sfere, che per lui sono dei corpi celesti, composti cioè di etere, del quinto elemento. Ma ogni mosso richiede un motore ad esso esterno, come già sappiamo, in una seriazione che non può andare all'infinito: le sfere sono mosse, dunque, da motori immobili incorporei che sono come delle intelligenze divine dipendenti dal primo motore immobile. Al limite esterno di quest'universo finito, c'è la sfera delle stelle fisse anch'essa materiale, formata di etere, e dipendente dal motore immobile.
Al centro di quest'universo finito c'è la terra, immobile perché non ha alcuna ragione per muoversi in una direzione piuttosto che in un'altra. Sulla terra esercita il suo influsso il sole, che le trasmette l'eternità e la regolarità dei movimenti celesti. Ma a causa della composizione propria del mondo terrestre, formato dai quattro elementi fondamentali e non dall'elemento perfetto che è l'etere, l'eternità e la regolarità dei movimenti sulla terra si manifestano in maniera diversa.
"Movimento" per Aristotele, come abbiamo visto, è non soltanto quello locale, ma qualsiasi tipo di trasformazione, il "divenire" di cui parlavano i presocratici. Eterno, allora, e regolare, per i fenomeni terrestri, significa non la perfezione del movimento celeste, ma la combinazione dei vari movimenti dei quattro elementi nel loro eterno comporsi e scomporsi. In questo Aristotele concordava con le affermazioni dei presocratici; "nascita" e morte non sono che i nomi che gli uomini hanno imposto al continuo aggregarsi e disgregarsi degli elementi. Eterni gli elementi, mortali gli aspetti singoli, individuali, della natura terrestre. Passando al campo degli esseri viventi, gli animali e le piante: eterne, fisse ed immutabili le specie viventi, e con quelle caratteristiche che hanno sempre avuto ed avranno sempre; mortali, e con caratteristiche particolari e cangianti, gli individui. Ed è proprio nel campo delle scienze biologiche e zoologiche (le ricerche sulle piante furono affidate, nell'ambito del Liceo, a Teofrasto) che Aristotele raggiunge dei risultati importantissimi: le sue riflessioni (a differenza di quelle astronomiche, che furono attaccate violentemente a partire dal Rinascimento) rimasero a lungo un esempio insuperato di come si imposta la ricerca in quei campi; e sia le sue concezioni particolari, sia i principi informatori della sua ricerca ebbero una vita lunghissima, praticamente fino all'apparire della teoria dell'evoluzione di Darwin alla metà del secolo XIX.

Aristotele impostò scientificamente il problema della classificazione degli animali, dell'anatomia comparata, della relazione tra organo e funzione, del rapporto tra habitat e organizzazione biologica degli animali. Anche se le scienze biologiche moderne hanno abbandonato alcuni suoi principi fondamentali, come la primarietà della funzione sull'organo, la superiorità del maschio sulla femmina, la "normalità" naturale della specie umana e quindi un certo antropocentrismo nello studio dell'anatomia comparata, le ricerche dello Stagirita rappresentano il punto più alto della scienza biologica in Grecia. In questo campo Aristotele seppe realizzare concretamente quel legame tra esperienza e ragionamento, che costituisce la condizione indispensabile della scienza. E, nonostante la sua concezione finalistica, seppe attuare concretamente nella ricerca lo spirito scientifico che non si preclude nessun campo, in ogni campo sa scorgere motivo di interesse, ed in ogni campo afferma sempre la "bellezza" della ricerca in quanto tale:

Non si deve dunque nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali v'è qualcosa di meraviglioso... Così occorre affrontare senza disgusto l'indagine su ognuno degli animali, giacché in tutti v'è qualcosa di naturale e di bello. Non infatti il caso, ma la finalità è presente nelle opere della natura, e massimamente: e in fine in vista del quale esse sono state costituite o si sono formate, occupa la regione del bello.
(Sulle parti degli animali 645 a 15-25)

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