STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VII

LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA'

1. Il filosofo e la scuola

2. L'ultima figura della Grecia classica

3. Una questione complessa

4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare

5. Anatomia e fisiologia del discorso

6. Dalla sensazione all conoscenza

7. La scienza per eccellenza

8. Una fisica dell'immobile

9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali

10. Il problema dell'uomo pensante

11. Solo il filosofo basta a se stesso

12. La città, gli schiavi e il filosofo

7. La scienza per eccellenza

Conoscere il mondo: è questo dunque lo scopo più alto che l'uomo si possa proporre. Non essendo più parte attiva di un contesto politico?culturale nel quale trova la propria identità, anche quando lo si voglia mutare (i sofisti), ed abbandonata ogni pretesa di rivendicazione di una posizione di prestigio e di guida che naturalmente spetta al sapiente (Platone), al filosofo secondo Aristotele spetta ormai il compito di capire e di studiare una realtà (politica, sociale, naturale) che si presenta sempre più come un qualcosa di dato e da accettare così com'è, perché è stata, è e sarà sempre così. Se dunque

Ogni scienza studia certi principi e certe cause delle cose conoscibili che rientrano nel suo ambito (così fanno, ad esempio, la medicina e la ginnastica e ciascuna delle altre scienze, sia produttive che puramente conoscitive) (Metaf. 1063 b 36)

e se le scienze si possono distinguere perciò in pratiche (che riguardano le azioni degli uomini, come la politica), produttive (che riguardano le produzioni, come l'architettura) e teoretiche (che riguardano la conoscenza), per Aristotele non v'e dubbio che

le scienze conoscitive sono preferibili a tutte le altre. (Metaf 1026 a 22)

Le scienze teoretiche sono dunque il dominio più proprio del filosofo, e la filosofia, come attività conoscitiva per eccellenza, si presenta come la più nobile e la migliore delle scienze, perché

ciascuna scienza è considerata migliore o peggiore secondo l'oggetto su cui verte peculiarmente la sua indagine conoscitiva. (Metaf. 1064 b 5)

C'e dunque una scala di valori data, oggettivamente presente nella realtà, che deve venire rispecchiata e rispettata nella nostra attività conoscitiva. Per questo Aristotele distingue a volte una filosofia prima dalle filosofie seconde. Queste sono la matematica e la fisica, mentre al di là di esse, superiore perchè superiore è l'oggetto della sua indagine,

c'e una scienza che studia l'essere in quanto essere e le proprietà che gli sono inerenti per la sua stessa natura. Questa scienza non si identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari, giacchè nessuna delle altre ha come suo universale oggetto di indagine l'essere in quanto essere, ma ciascuna di esse ritaglia per proprio conto una qualche parte dell'essere e ne studia gli attributi, come fanno, ad esempio, le scienze matematiche. E poichè noi stiamo cercando i principi e le cause supreme, non v'e dubbio che questi principi e queste cause sono propri di una certa realtà in virtù della sua stessa natura. (Metaf. 1003 a 20-27)

Questa "filosofia prima" forma appunto l'oggetto d'indagine dei 14 libri della Metafisica, e perciò chiamata in seguito "metafisica" Aristotele, oltre a "filosofia prima", la chiama a volte anche "teologia", perchè l'essere in quanto essere, poiché è eterno, immutabile, sempre uguale a se stesso, può anche essere considerato il divino per eccellenza. La metafisica è dunque la scienza delle cause e dei principi primi dell'essere e del divenire, è dunque lo studio delle essenze eterne, delle "forme" dell'essere e del divenire; queste essenze eterne e queste forme, come già sappiamo (paragrafo 4), non vanno cercate in un mondo "separato" da questo, perché costituiscono le strutture stesse del mondo. Ma sappiamo anche che, se sono da un lato gli oggetti ideali del nostro discorso conoscitivo, costituiscono anche d'altro lato le strutture reali dell'essere (paragrafo 6). E' questo il "doppio aspetto" della metafisica aristotelica o, come altri studiosi hanno detto, la "doppia faccia" di Aristotele: da un lato, antiplatonicamente, i principi primi non possono essere che nel mondo, dall'altro lato, platonicamente, proprio perché principi primi, essenze necessarie, essi non possono essere confusi con il loro apparire contingente e temporale nel mondo e possiedono, comunque, una propria realtà assoluta, necessaria ed eterna.
Ma quali sono queste cause prime e questi principi primi? Mettendo a frutto e reinterpretando le ricerche dei filosofi che l'avevano preceduto, Aristotele ne individua quattro.

In un senso si dice causa ciò da cui proviene l'oggetto e che è ad esso immanente, come il bronzo alla statua o l'argento alla coppa. In un altro senso sono causa la forma e il modello, vale a dire la definizione del concetto e i generi di essa e le patti inerenti alla definizione. Inoltre, è causa ciò donde è il primo inizio del cangiamento o della quiete, come il padre è causa del figlio o come in generale chi fa è causa del fatto, chi muta del mutato. Inoltre la causa è come fine ed è questa la causa finale, come del passeggiare è la salute. (Fisica 194 b 23-33)

Causa materiale, causa formale, causa efficiente, causa finale: ecco i principi fondamentali che spiegano l'essere di ciascuna cosa. Come nella sua costituzione, il mondo va spiegato nel suo dinamismo: essenziale per la comprensione di questo è un'altra coppia di concetti, che spiega la struttura stessa del divenire. Ogni divenire e il passaggio di uno stesso oggetto da uno stato ad un altro: il primo si dice potenza, il secondo atto.

Si dice potenza il principio di un movimento o di un cangiamento o di un compimento. (Metaf. 1019 a 15-23)

Si ha l'atto quando c'è l'esistenza reale dell'oggetto. (Metaf 1048 a 30)

Il movimento è l'atto di ciò che è in potenza in quanto è in potenza.
(Fisica 201 a 10)

Come i concetti di materia e forma, quindi, anche quelli di potenza e atto (dynamis ed entelechìa) servono a definire l'essere nella sua concreta maniera di esserci, e come i concetti di materia e forma, anche quelli di potenza e atto possono essere distinti ma non Separati. Facciamo degli esempi. Un bambino è "in potenza" l'adulto che diventerà domani "in atto"; un mucchio di pietre e di mattoni è "in potenza" la casa che domani sarà "in atto". Ma contemporaneamente un bambino è già "in atto", perchè ha già una sua forma costituita e reale che lo determina appunto come bambino e non, per esempio, come cucciolo di un altro animale; è "in atto", inoltre, rispetto al seme che l'ha generato e che a sua volta era "in potenza" quel bambino. Così pietre e mattoni sono "in potenza" rispetto alla casa che saranno, ma sono già "in atto" perchè sono, appunto, pietre e mattoni e non, per esempio, ciliege e pesche, e poi perché sono "in atto" rispetto alla roccia da cui sono state derivate o all'argilla con cui sono stati fabbricati. Così ancora un fiore d'arancio è in potenza rispetto all'arancia, ma è in atto rispetto al bocciolo. Ogni cosa è dunque un "sinolo" non solo di materia e forma, ma anche di potenza e atto; anzi, materia e forma possono essere definite anche potenza e atto: se si definisce la casa dicendo che è pietre e mattoni, la si definisce in potenza, perchè pietre e mattoni sono appunto la materia della casa. Ecco perchè si può dire allora che

la materia e la forma sono la sola e medesima cosa, una in potenza e l'altra in atto... mentre la potenza e l'atto costituiscono in qualche modo un'unità la cui causa non è nient'altro che ciò che ha prodotto il passaggio dalla potenza all'atto.
(Metaf. 1045 b 17-23)

Se ogni cosa è dunque materia e forma, e potenza e atto rappresentano le strutture necessarie del suo essere e del suo cambiare, il fatto importante che Aristotele tiene a sottolineare è che c'è sempre - nell'essere e nel divenire - una priorità sostanziale e temporale dell'atto rispetto alla potenza. L'atto precede la potenza perchè ciò che e in potenza è tale proprio perchè può essere in atto: il costruttore è tale proprio perché può costruire. La conoscenza e la definizione dell'atto sono dunque precedenti alla conoscenza e alla definizione della potenza. Ma anche da un punto di vista temporale - nel processo del divenire - c'è precedenza: ciò che e in atto deriva sempre da ciò che è in potenza ad opera di qualche cosa che è gia in atto; per esempio, l'uomo diventa l'atto del bambino proprio perchè c'è stato un altro uomo a generare il bambino.

L'atto è anteriore alla potenza anche relativamente alla sostanza, in primo luogo perchè le cose che sono posteriori secondo la generazione sono anteriori secondo la forma e la sostanza (come, ad esempio, l'adulto è anteriore al fanciullo e l'uomo è anteriore al seme, perchè l'uno ha già la forma e l'altro no), e in secondo luogo perchè tutto ciò che è generato procede verso il proprio principio, ossia verso il fine (giacchè la causa finale è principio, e in vista del fine si va attuando il divenire), e l'atto è un fine. Infatti gli animali vedono non allo scopo di avere la vista, ma hanno la vista allo scopo di vedere... Inoltre la materia esiste in potenza, soltanto perchè possa pervenire alla forma; e sta nella forma soltanto quando è in atto.
(Metaf. 1050 a 4-15)

E' questo uno dei concetti cardine non solo della metafisica, ma di tutta la filosofia aristotelica, e forse quello che più di tutti testimonia la sua sostanziale "fedeltà" al platonismo. La prevalenza dell'atto sulla potenza, della forma sulla materia, del fine sul divenire, oltre ad essere un principio metodologico di interpretazione della realtà, a tutti i suoi livelli, dalla filosofia alla biologia, dalla fisica all'anatomia, oltre a testimoniare la tensione verso un mondo di "essenze" che continua ad essere dichiarato il migliore ed il perfetto, costituiva comunque anche la giustificazione di un ordine del mondo ritenuto ormai immutabile ed immodificabile, dal quale è escluso qualsiasi intervento realmente trasformatore.

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