STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VII

LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA'

1. Il filosofo e la scuola

2. L'ultima figura della Grecia classica

3. Una questione complessa

4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare

5. Anatomia e fisiologia del discorso

6. Dalla sensazione all conoscenza

7. La scienza per eccellenza

8. Una fisica dell'immobile

9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali

10. Il problema dell'uomo pensante

11. Solo il filosofo basta a se stesso

12. La città, gli schiavi e il filosofo

6. Dalla sensazione alla conoscenza

Questa perfetta "macchina logica" doveva servire da strumento per organizzare e sistemare il sapere, in ogni campo, e per darvi una necessità ed una universalità che lo garantissero da ogni dubbio e da ogni critica scettica, venissero dagli allievi dei sofisti o dal Megarici: perché il problema era appunto, per Aristotele, di garantire la possibilità e la validità del sapere contro i sostenitori dell'impossibilità di passare dall'esperienza alla scienza o i sostenitori dell'impossibilità di servirsi del linguaggio e del discorso per costruire conoscenza. Senonché, il sillogismo garantiva si l'universalità e la validità delle sue conclusioni (e quindi del discorso scientifico), ma non poteva garantire nello stesso tempo anche la loro verità. Un sillogismo, per esempio, del tipo "ogni animale è bianco, ogni uomo è animale, ogni uomo è bianco", pur essendo fondamentalmente corretto, non è però vero: La verità, insomma, del nostro ragionamento non può dipendere soltanto dal rispetto delle regole logiche.

In realtà è evidente che i fatti sono quelli che sono, anche se un uomo non ha affermato qualcosa ed un altro uomo non l'ha negato. (Sull'interpr. 18 b 37)

D'altro canto, il discorso vero non può in alcun modo essere il fondamento della realtà del proprio contenuto, mentre il contenuto si presenta in certo modo come il fondamento della realtà vera del discorso. In tal caso, il discorso si dice vero oppure falso, per il fatto che il suo contenuto è oppure non è. (Categ. 14 b 18-21)

E' dunque sempre la realtà che in ultima analisi determina il nostro discorso ed il nostro linguaggio, ed è soltanto il riferimento alla realtà a determinare la verità del nostro discorso e del nostro linguaggio. La connessione essere-pensare-parlare, che era stata affermata da Parmenide, vale anche per Aristotele. Il sillogismo assicura la validità universale del discorso scientifico, una volta che questo sia stato costruito in aderenza alla realtà e nel rispetto del suo concreto modo di presentarsi. L'osservazione diretta, l'esperienza, acquistano pertanto un grande valore, perché è proprio partendo da esse che si possono stabilire i principi fondamentali su cui costruire il discorso conoscitivo. Se il sillogismo è valido infatti quando siano valide le sue premesse, ed è vero quando siano vere le sue premesse, e se la validità e la verità delle premesse possono essere stabilite sulla base di altre premesse valide e vere, è chiaro che non si può retrocedere all'infinito.

In effetti, se e necessario conoscere le proposizioni che siano anteriori e onde discenda la dimostrazione, e se d'altro canto il processo che risale verso premesse anteriori ad un certo momento si arresta, sarà allora necessario che tali premesse immediate risultino indimostrabili. (Analitici secondi 72 b 21-23)

Si è molto discusso sul significato dell'indimostrabilità di alcune premesse per Aristotele: in base a quanto abbiamo detto, questa può significare da un lato l'evidenza immediata (cioè senza bisogno di ulteriori dimostrazioni), dei concetti ultimi e sommi, cioè delle categorie, dalle quali appunto si può dedurre ogni possibile predicazione di ogni possibile concetto; ma può significare anche, dall'altro lato, che il punto di partenza di ogni nostro discorso conoscitivo è la realtà quale noi la percepiamo immediatamente e concretamente nella nostra esperienza. Perciò alcuni studiosi hanno parlato della logica di Aristotele come di una logica che - nonostante il generale impianto di una "logica della deduzione" - e in fondo una "logica dell'intuizione". Aristotele è convinto infatti del legame esperienza-ragionamento, ed è convinto che dall'analisi e dalla sistemazione dell'esperienza derivano appunto i principi fondamentali della nostra conoscenza.

Ordunque, che senza conoscere i primi principi immediati non sia possibile sapere mediante dimostrazione, già si è detto in precedenza. D'altro canto, ci si può domandare se la conoscenza dei principi immediati sia o meno oggetto di scienza, e se Ia facoltà dei principi si sviluppino senza sussistere in noi sin dall'inizio, oppure se esse siano innate, senza che ce ne avvediamo. In verità, se le possedessimo sin dall'inizio, si andrebbe incontro a delle conseguenze assurde... Di conseguenza, è necessario che noi siamo in possesso di una qualche capacità: pare d'altronde che questa capacità appartenga effettivamente a tutti gli animali. In effetti, tutti gli animali hanno un'innata capacità discriminante, che viene chiamata sensazione. Così, la sensazione è insita negli animali, ma mentre in alcuni di essi si produce una persistenza dell'impressione sensoriale, in altri invece ciò non avviene. Alcuni animali quindi possono, una volta che la sensazione è cessata, conservare ancora qualcosa nell'anima. Quando poi si siano prodotte molte impressioni persistenti di questa natura, si presenta allora una certa differenziazione, e di conseguenza in certi animali si sviluppa, sulla base della persistenza di siffatte impressioni, un nesso discorsivo. Dalla sensazione si sviluppa dunque ciò che chiamiamo ricordo, e dal ricordo spesso rinnovato di un medesimo oggetto si sviluppa poi l'esperienza. In seguito, sulla base dell'esperienza, ossia dell'intero oggetto universale che si è acquietato nell'anima, il quale è contenuto come uno e identico in tutti gli oggetti molteplici, si presenta il principio dell'arte e della scienza: dell'arte, riguardo al divenire, e della scienza, riguardo a ciò che è... Ciò posto, e dato che i principi risultano più evidenti delle dimostrazioni, e che, d'altro canto, ogni scienza si presenta congiunta alla ragione discorsiva, in tal caso i principi non saranno oggetto di scienza; e poiché non può sussistere nulla di più verace della scienza, se non l'intuizione, sarà invece l'intuizione ad avere come oggetto i principi. (Analitici secondi 99 b 20 - 100 b 12)

Dalla sensazione, dunque, alla conoscenza: era il principio alcmeoniano che tutti gli animali sentono, ma solo gli uomini comprendono, ripreso e sviluppato in funzione antisofistica ed antiplatonica.
Ma se è possibile passare dalla sensazione alla conoscenza, questo avviene perché, nella graduale formazione dei nostri concetti e della nostra scienza, obbediamo ad alcuni principi logici fondamentali che "naturalmente" operano, in noi, nella nostra mente che organizza l'esperienza. Questi principi, che erano gia stati intuiti precedentemente ad Aristotele, da Parmenide e da Gorgia, vengono ora enunciati per la prima volta in maniera esplicita e precisa dallo Stagirita. Essi sono il principio di non-contraddizione, o principio d'identità, ed il principio del terzo escluso. Il principio di non-contraddizione viene così formulato:

E' impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione. Appunto questo è il più saldo di tutti i principi. E' impossibile, infatti, supporre che la medesima cosa sia e non sia; è impossibile che attributi contrari appartengano simultaneamente ad una medesima cosa; risulta allora evidentemente impossibile che la medesima persona, nel medesimo tempo, pensi che la medesima cosa sia e non sia.
(Metaf. 1005 b 19-30)

Questo principio può venire così formalizzato: A non e non-A; oppure (principio d'identità) A è A. Il principio del terzo escluso viene così formulato:

Ma non è neppure possibile che ci sia qualcosa di intermedio tra due enunciati, bensì di un'unica cosa è necessario affermare o negare un unico predicato, qualunque esso sia. (Metaf. 1011 b 23)

Anche questo principio può venire cosI formalizzato: A o è B o è non-B, e non c'e una terza possibilità. E il rispetto dunque di questi principi che garantisce la validità e la verità delle nostre costruzioni scientifiche: sia nel momento in cui "troviamo" gli "universali" nella nostra esperienza, come nel momento in cui li "isoliamo" e li connettiamo in un sistema organico di deduzioni che costituisce appunto la nostra conoscenza del mondo.

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