STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VII

LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA'

1. Il filosofo e la scuola

2. L'ultima figura della Grecia classica

3. Una questione complessa

4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare

5. Anatomia e fisiologia del discorso

6. Dalla sensazione all conoscenza

7. La scienza per eccellenza

8. Una fisica dell'immobile

9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali

10. Il problema dell'uomo pensante

11. Solo il filosofo basta a se stesso

12. La città, gli schiavi e il filosofo

5. Anatomia e fisiologia del discorso

Ben presto, fin dagli anni trascorsi all'Accademia, Aristotele dovette rendersi conto dell'importanza del discorso e della necessità di uno studio accurato delle sue possibilità e delle sue modalità. Gli esiti "metafisici" della filosofia di Platone da un lato, le conclusioni "empiristiche" ed antiscientifiche dei sofisti dall'altro lato, non erano forse la dimostrazione degli errori e delle assurdità cui si poteva giungere facendo un uso non corretto del discorso? Bisognava allora studiare le sue leggi interne: scomporlo nei suoi elementi più semplici, analizzare le modalità con le quali questi si ricompongono nell'unità vivente del nostro parlare, per. potersi impadronire di questa "tecnica", per poterla usare correttamente, per poter giungere a conclusioni vere e non revocabili in dubbio. E' ciò appunto che Aristotele fa nei sei libri che compongono l'Organon: òrganon significa strumento, ed infatti è proprio la conoscenza delle leggi interne del discorso a costituire lo strumento indispensabile per chiunque voglia conseguire delle vere conoscenze, voglia fare scienza, in qualsiasi campo. Logica fu chiamata dopo Aristotele questa scienza del discorso e del linguaggio: nel campo della logica, comunque, Aristotele elaborò non solo delle teorie che mettevano a frutto, rielaborandole e modificandole, le dottrine dei sofisti e di Platone, ma ne dette anche una sistemazione coerente ed unitaria che sfidò i secoli e che - nonostante le critiche e le modifiche di altri grandi pensatori come Kant ed Hegel - vive ancora oggi in alcuni motivi della logica formale contemporanea.
Analizziamo dunque il discorso, scomponendolo nei suoi elementi primi. Ci troveremo di fronte a dei nomi, cioè a dei suoni della voce: ma non a dei suoni qualsiasi, come quelli di un animale, bensì a dei simboli il cui valore è stabilito convenzionalmente:

I suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell'anima, e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce... Il nome è così suono della voce, significativo per convenzione, ed in cui nessuna parte e significativa, se considerata separatamente; per convenzione, in quanto nessun nome è tale per natura. Si ha un nome, piuttosto, quando un suono della voce diventa simbolo, dal momento che qualcosa viene altresì rivelato dai suoni inarticolati - ad esempio delle bestie - nessuno dei quali costituisce un nome.
(Sull'interpretazione 16 a 1-29)

Ogni singolo suono della voce nel linguaggio parlato (ed ogni lettera nel linguaggio scritto) non ha alcun significato se considerato separatamente, ma lo acquista convenzionalmente nell'ambito di quella particolare articolazione della voce (o di quella particolare composizione di lettere); analogamente, i nomi considerati in sé stessi, pur avendo un significato, non sono né veri né falsi:

In effetti, il falso ed il vero consistono nella congiunzione e nella separazione. In sé, i nomi ed i verbi assomigliano dunque alle nozioni, quando queste non siano congiunte a nulla né separate da nulla; essi sono ad esempio i termini: uomo, o: bianco, quando manchi precisazione, poiché in tal caso non sussiste ancora né falsità né verità. (Sull'interpretazione 16 a 11-15)

Ciò che costituisce il valore dei nomi è allora il discorso: nel discorso ogni nome, ogni termine, significativo di per sé, acquista il suo valore proprio nella connessione con gli altri, e tutta l'enunciazione diventerà dunque vera o falsa. Nella sua forma più semplice un discorso dichiarativo (che sia appunto un'enunciazione vera o falsa) si presenta come un giudizio:

si ha giudizio, se ad esempio qualcosa viene attribuito a qualcosa, o qualcosa viene separato da qualcosa, (Sull'interpr. 17 a 20)

come per esempio quando diciamo "l'uomo è mortale" oppure "il cavallo non è bipede". E' chiaro allora che il giudizio può essere di due tipi:

L'affermazione è il giudizio che attribuisce qualcosa a qualcosa. La negazione è invece il giudizio che separa qualcosa da qualcosa. (Sull'interpr. 17 a 25)

Ma quali sono le norme che regolano la possibilità di attribuire qualcosa a qualcosa? Perché possiamo - e come possiamo - affermare o negare? Aristotele distingue, tra gli oggetti del nostro discorso (che noi chiamiamo "concetti"), oggetti universali e oggetti singolari, tra i quali si stabilisce appunto la connessione.

Poiché tra gli oggetti alcuni sono universali, altri invece singolari (chiamo universale ciò che per natura si predica di parecchi oggetti, e per contro singolare ciò che non si predica di parecchi oggetti: uomo, ad esempio, fa parte degli oggetti universali, mentre Callia fa parte di quelli singolari), e così necessario dichiarare che qualcosa appartiene, o non appartiene, ora ad un oggetto universale ed ora ad un oggetto singolare. (Sull'interpr. 17 a 38 - b 2)

I concetti si dispongono dunque in una scala, i cui gradini più alti sono occupati dagli oggetti del pensiero che hanno un grado di universalità maggiore: per esempio, nella scala uomo-animale-vivente, vivente è il concetto più universale. Ogni concetto è però contemporaneamente un universale maggiore (p.e.: animale rispetto a uomo) ed un universale minore (animale rispetto a vivente): l'universale maggiore si chiama genere, il minore specie. La specie è un concetto che comprende un maggior numero di note e qualità caratteristiche, e quindi può essere predicata di un minor numero di oggetti: ad esempio il concetto "uomo" è più determinato nelle sue qualità rispetto al concetto "animale" (oltre ad essere dotato di vita e di movimento, come gli altri animali, esso è dotato anche di voce, per esempio, e di pensiero), e proprio perciò può essere riferito ad un minor numero di individui. Viceversa, il concetto "animale", proprio perché possiede un minor numero di note caratteristiche del concerto "uomo", e cioè genere rispetto a quella specie, è più astratto e più esteso di quello e quindi può essere riferito ad un maggior numero di individui. Ora, la regola della composizione dei concetti nei giudizi è appunto quella della predicazione sempre di un genere rispetto ad una specie: il predicato dev'essere sempre per esteso del soggetto:

Quando un termine sia predicato di un altro termine, inteso come sostrato, allora tutto ciò che viene detto del predicato sarà detto altresì del sostrato; ad esempio, uomo viene predicato di un determinato uomo, e d'altro canto la nozione di animale è predicata della nozione di uomo: di conseguenza, la nozione di animale sarà predicata altresì di un determinato uomo. In effetti, un determinato uomo è tanto uomo quanto animale. (Categorie 1 b 10-15)

Quindi io posso dire: Callia è uomo, l'uomo è animate, l'animale è vivente (e di conseguenza: Callia è uomo, è animale, è vivente); ma non viceversa: l'uomo è Callia, l'animale è uomo, il vivente è animale, perché è solo il genere superiore che si predica di quello inferiore (animale infatti è non solo l'uomo, ma anche il bue e il cavallo; vivente è non soltanto l'animale, ma anche il vegetate). Ai limiti estremi della scala di tutti gli oggetti possibili del mio discorso, si avranno dunque, in basso, gli oggetti singolari, gli individui (l'uomo Callia, il cavallo Bucefalo, ecc.), che hanno il massimo della determinazione e il minimo dell'estensione: essi possono fungere, nelle nostre proposizioni e nei nostri giudizi, solo e sempre da soggetto. Dall'altro lato, in alto, si avranno gli oggetti più universali, i concetti più astratti e più estesi: essi possono fungere solo e sempre da predicato. Questi concetti Aristotele li chiama categorie (da katagorèuo = affermo, predico) appunto perché sono solo predicati, i predicati ultimi al di là dei quali non è possibile pensare altre universalità ed altre astrazioni. Le categorie sono dunque quelle essenze universali ed eterne che possono venir predicate di ogni soggetto dei nostri discorsi; Aristotele ne individua dieci;

I termini che si dicono senza alcuna connessione esprimono, caso per caso, o una sostanza, o una quantità, o una qualità, o una relazione, o un luogo, o un tempo, o l'essere in una situazione, o un avere, o un agire o un patire. Orbene, per esprimerci concretamente, sostanza è, ad esempio, uomo, cavallo; quantità e lunghezza di due cubiti, lunghezza di tre cubiti; qualità è bianco, grammatico; relazione è doppio, maggiore; luogo è nel liceo, in piazza; tempo è ieri, l'anno scorso; essere in una situazione è si trova disteso, sta seduto; avere è porta le scarpe, si è armato; agire è tagliare, bruciare; patire è venir tagliato, venir bruciato. (Categorie 1 b 25 - 2 a 10)

Come tutti gli altri concetti, anche le categorie non vivono un'esistenza separata, sono le essenze universali ed eterne ma, a differenza delle idee platoniche, sono costituite in sé solo dal discorso umano, sono costruzioni della mente rese necessarie dall'esigenza stessa del pensare e del parlare e non realtà separate e distinte; perché per pensare e per parlare abbiamo bisogno di predicare, di connettere, di affermare e negare, di giudicare. Sono le condizioni, appunto, del nostro discorso. In questo senso, se le sostanze prime sono,

nel senso più proprio, in primo luogo e nella più grande misura, un determinato uomo o un determinato cavallo, (Categ. 2 a 11-14)

e sostanze seconde

si dicono le specie, cui sono immanenti le sostanze che si dicono prime, ed oltre alle specie, generi di queste, (Categ. 2 a 15)

allora i nostri giudizi e i nostri discorsi, esprimendo le connessioni tra le prime e le seconde, esprimono le qualificazioni (le determinazioni, le definizioni) delle prime attraverso le seconde.

Stabilite così le regole attraverso le quali si costituiscono gli elementi fondamentali del nostro discorso (i giudizi o proposizioni), bisogna esaminare ora le modalità con cui si connettono i giudizi. In pratica, bisogna vedere come i giudizi si connettono insieme nel ragionamento, per poter stabilire la validità o meno, la scientificità o meno del ragionamento stesso. E quanto Aristotele fa nell'opera Analitici primi, in cui esamina appunto la tecnica e la scienza della dimostrazione: dall'anatomia del discorso si passa ora alla fisiologia del discorso. Ogni ragionamento, ridotto alla sua forma più semplice, si riduce alla connessione di tre giudizi, nei quali compaiono tre termini: i primi due giudizi si chiamano premesse, il terzo esprime ciò che risulta stabilito necessariamente, poste quelle premesse. I termini sono dunque i tre concetti che compaiono nei giudizi:

Chiamo termine l'elemento cui si riduce la premessa, ossia tanto il predicato quanto ciò di cui si predica il predicato, (Anal. pr. 24 b 16)

cioè tanto il soggetto quanto il predicato. I termini, a loro volta, nei tre giudizi, si chiamano: minore, medio, maggiore a seconda dei rapporti di genere e specie; ad esempio, se i termini sono "uomo", "animale", "mortale", uomo sarà il termine minore, animale il medio, mortale il maggiore.

La premessa è un discorso che afferma o che nega qualcosa rispetto a qualcosa. Tale discorso, poi, è universale, o particolare. Con discorso universale intendo quello che esprime l'appartenenza ad ogni oggetto o a nessun oggetto; con discorso particolare, intendo quello che esprime l'appartenenza a qualche oggetto, o la non appartenenza a qualche oggetto. (Anal. pr. 24 a 17-18)

Le premesse, dunque, possono essere di quattro tipi: universale affermativa, universale negativa, particolare affermativa, particolare negativa; ad esempio, "ogni animale è mortale" è universale affermativa, "nessun uomo è alato" è universale negativa, "qualche uomo è bianco" è particolare affermativa, "qualche uomo non è bianco" è particolare negativa.
Il sillogismo, inoltre, è un discorso in cui, posti taluni oggetti, alcunché di diverso dagli oggetti stabiliti risulta necessariamente, per il fatto che questi oggetti sussistono. Con l'espressione: per il fatto che questi oggetti sussistono, intendo dire che per mezzo di questi oggetti discende qualcosa, e d'altra parte, con l'espressione: per mezzo di questi oggetti discende qualcosa, intendo dire che non occorre aggiungere alcun termine esterno per sviluppare la deduzione necessaria.
(Anal. pr. 24 b 18-23)

Sillogismo chiama dunque Aristotele questa forma di ragionamento, consistente nelle particolari tecniche della connessione dei termini tra di loro e delle premesse con la conclusione: quando queste tecniche siano rispettate, il sillogismo garantisce la necessità delle sue conclusioni.

Consapevole della portata e della applicabilità universale di queste tecniche, Aristotele stesso formalizzò le diverse possibilità del sillogismo, e questo processo di formalizzazione fu poi continuato e perfezionato nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo.

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