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1. Il filosofo e la scuola
2. L'ultima figura della Grecia classica
3. Una questione complessa
4. Distinguere e non sapere, se si vuol
filosofare
5. Anatomia e fisiologia del discorso
6. Dalla sensazione all conoscenza
7. La scienza per eccellenza
8. Una fisica dell'immobile
9. Dal mondo delle stelle al mondo degli
animali
10. Il problema dell'uomo pensante
11. Solo il filosofo basta a se stesso
12. La città, gli schiavi e il filosofo
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4.
Distinguere e non separare, se si vuol filosofare
Nei suoi dialoghi Aristotele è molto vicino alle tesi platoniche,
anche se le sviluppa spesso con originalità, specialmente nelle
parti argomentative, nelle quali già si vede l'interesse prevalente
per la logica della dimostrazione più che per la tesi stessa: in
questo primo periodo, infatti, Aristotele andava elaborando le sue teorie
del linguaggio e le sue tesi logiche, parallelamente del resto alle discussioni
che si andavano svolgendo in seno all'Accademia. Così nell'Eudemo,
per esempio, si tratta di un giovane, Eudemo, appunto, al quale appare
in sogno, durante una grave malattia, una figura divina che gli predice
la guarigione e - al termine di cinque anni - il ritorno in patria. Eudemo
infatti guarisce ma, allo scadere del quinto anno, muore improvvisamente:
la sua anima e ritornata alla sua vera patria. Chiaramente ispirata al
Fedone è dunque la tesi aristotelica:
Invero per le anime la vita senza il corpo, che è quella conforme
alla loro natura, assomiglia alla salute, mentre la vita entro un corpo,
che e quella contraria alla loro natura, alla malattia. Nell'aldilà,
infatti, le anime vivono conformemente alla loro natura, in questo mondo
contrariamente alla loro natura. (Eudemo, fr. 5)
E della tesi platonica viene accentuato l'aspetto pessimistico, col
riportare il classico aforisma del Sileno che, costretto a parlare e
a rispondere alla domanda di qual sia la miglior cosa per gli uomini,
disse che per tutti, uomini e donne, il meglio è non esser generati.
Dopo di ciò, il meglio è che, una volta generati, si muoia
al più presto. (Eudemo, fr. 6)
Ma nello stesso Eudemo, riprendendo gli argomenti platonici dell'anima?armonia,
Aristotele sviluppa particolarmente proprio l'aspetto logico basato sull'argomentazione
per contrari.
Così, nel Protreptico, è ancora presente la logica
dicotomica e diairetica dell'ultimo Platone, per esempio in questo argomento:
Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare,
si deve filosofare: in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti
la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare; se invece
non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la
filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento
che la ricerca è la causa e l'origine della filosofia; (Protreptico,
fr. 4)
ma è anche già presente la consapevolezza della prima originalità
rispetto a tutti i pensatori che l'hanno preceduto. Affermava infatti
Aristotele che con le proprie ricerche la filosofia
in pochi anni aveva fatto un grandissimo progresso e che in breve tempo
sarebbe stata del tutto perfetta, (Protr. fr. 8)
perché essa
con gli occhi fissi alla natura di ciò che è divino,
indica il cammino ricollegando i principi della vita a ciò che
è eterno e stabile e vive in sé e per sé. E infatti
contemplativa questa Scienza, ma ci dà la possibilità
di fare tutte le cose in conformità con essa. (Protr. fr. 13)
Il "platonismo" di Aristotele, insomma, e in questo dialogo
già portatore di alcune delle tesi caratteristiche dello stagirita,
come questa della distinzione fra scienze contemplative e scienze pratiche
e della superiorità delle prime sulle seconde: superiorità
perché, pur essendo nata la filosofia dopo le altre arti e le altre
scienze (come la musica, la matematica, la geometria),
ciò che vien dopo per generazione è primo per sostanza
e perfezione. (Protr. fr. 8)
Tesi questa chiaramente aristotelica e non platonica, basata, come vedremo,
sul rapporto fondamentale per Aristotele tra potenza e atto. Le posizioni
personali di Aristotele appaiono con maggiore evidenza nel dialogo Sulla
filosofia e nell'opera Sulle idee, composti probabilmente in
un periodo posteriore, forse durante la permanenza ad Asso, ma comunque
rispecchianti anch'essi discussioni che si dovettero svolgere durante
l'ultima fase dell'insegnamento platonico. Le testimonianze ci dicono,
per esempio, che in Sulle idee Aristotele attaccò violentemente
la teoria platonica; in effetti Aristotele svolge con rigore le sue critiche
basandosi su alcune innovazioni logiche nelle argomentazioni, come la
dimostrazione per negazione e quella per "i relativi".
Ma dei relativi i Platonici negavano che vi fossero idee, per il fatto
che per essi le idee sussistono di per sé, essendo sostanze,
mentre i relativi hanno il loro essere nella relazione reciproca con
altro. E inoltre se l'eguale è eguale all'eguale, vi saranno
più idee dell'eguale: infatti l'eguale in sé è
eguale all'eguale in sé; e se non fosse eguale ad alcunché
non sarebbe neppure eguale. Inoltre sarà necessario che, in base
al medesimo ragionamento, vi siano anche idee dei diseguali; e similmente
anche degli opposti vi saranno o non vi saranno idee: ma anche loro
convengono che il disuguale è in più cose. (Sulle idee
fr. 3)
Riprendendo infine le critiche che Platone stesso aveva mosso alla teoria
delle idee, Ariistotele sviluppa pure l'argomento cosiddetto "del
terzo uomo", offrendone più di una dimostrazione, il rapporto
uno-diade-molteplicità, il rapporto idee-numeri: pare che l'opera
si chiudesse con una severa constatazione nei confronti delle dottrine
platoniche: che è facile far rilevare le molte assurdità
della dottrina.
Ma la critica alle tesi platoniche diventa sempre più forte, specialmente
quando Aristotele abbandona l'ambiente dell'Accademia e viene sviluppando
più coerentemente e più in particoLare le proprie tesi.
Se il compito fondamentale della filosofia è quello di trovare
le cause dei fenomeni e degli enti sensibili, il fallimento dei platonici
si misura proprio dal fatto che essi non hanno saputo far altro che duplicare
gli oggetti di cui bisogna dare ragione, pretendendo con ciò di
averli spiegati. Ma contrapponendo agli enti reali Ie forme o idee, o
i modelli matematici, come faceva Speusippo, e parlando poi di rapporti
di partecipazione e di imitazione, essi non facevano altro che "mitologizzare"
e non certo filosofare. Le idee infatti
non arrecano nessun ausilio né alla conoscenza scientifica delle
altre cose, né all'esistenza stessa di tali cose, perché
non sono immanenti alle cose che di esse partecipano; e se, d'altra
parte, esse fossero immanenti, potrebbe forse sembrare che esse siano
causa nel senso che la mescolanza del bianco e causa di bianchezza...;
né, d'altronde, è possibile dire che le altre cose derivino
dalle forme ideali, in qualsivoglia modo venga di consueto usata tale
espressione. Affermare poi che esse sono "modelli" e che le
altre cose partecipano di essi, significa parlare a vuoto e uscirsene
con metafore poetiche. (Metafisica 991 a 12-22)
Se però la critica al platonismo è molto dura (i platonici
fantasticano, mitologizzano, dicono assurdità, usano metafore poetiche),
questo non significa per Aristotele che Platone abbia impostato male il
problema della conoscenza: al contrario, le premesse da lui stabilite
sono le uniche valide per poter costruire effettivamente una scienza
dei fenomeni. Perché scienza si da soltanto dell'universale
e non del particolare, cioè questo può essere spiegato soltanto
attraverso quello: la scienza dei fenomeni, del movimento, del divenire,
può darsi solo a patto che ci si riferisca all'eterno, all'immobile,
all'immutabile; e se il senso e le sensazioni ci pongono a contatto con
realtà del primo tipo, allora la scienza dovrà fondarsi
sul razionale e sulla ragione, che sola ci fa cogliere le realtà
del secondo tipo. Un'osservazione puramente empirica, una "ricognizione"
dei fenomeni presi nella loro singolarità - in pratica, il programma
dei sofisti - non può dare una scienza.
Se non c'è nulla al di là dei singoli, non c'e nulla
che possa essere pensato, e tutto può essere soltanto avvertito
con i sensi; e non c'è scienza di nulla, a meno che qualcuno
dica che la sensazione è scienza. E non ci sarà nulla
di eterno e di immutabile, perché tutte le cose sensibili si
corrompono e sono in movimento. Ma se non c'è nulla di eterno,
non ci sarà neppure il divenire. (Metaf. 999 b 1)
L'errore fondamentale dl Platone allora è stato quello di separare,
dove si trattava invece dl distinguere. L'idea, la forma, non può
avere un'esistenza separata dalla cosa concreta di cui esprime l'essenza
eterna (l'ousìa), perché essa vive realmente soltanto
nella cosa singola e tuttavia non può essere confusa con
essa. Nella realtà si danno enti concreti, singoli, cioè
soggetti, ma la loro conoscibilità non risiede nella immediatezza
del loro apparire, bensì può essere colta solo attraverso
un discorso che fondi la loro appartenenza ad un universale, un
discorso che ne colga appunto l'«essenza», la «forma»,
il «genere», e li costituisca in un quadro di riferimenti
logici, nel quale quel singolo ente acquista il suo posto ed il suo significato.
Sostanza, dunque, ousìa, da un lato è l'essere
concretamente questo o quell'ente particolare: in questo senso
Aristotele chiama sostanza il synolon, il composto, il "tutt'uno"
di materia e di forma quale realmente si da nel mondo e quale lo avvertiamo
nella nostra esperienza; dall'altro lato sostanza e l'universale,
colto dal pensiero e costituito dal suo discorso: in questo senso essa
è l'unico oggetto possibile della nostra conoscenza.
La sostanza si dice, se non in molti sensi, almeno in quattro sensi
principali. L'essenza necessaria, l'universale e il genere
pare che debbano essere la sostanza di una cosa, qualunque essa sia;
ma ad essi, come quarto, pare che si debba aggiungere il soggetto.
Il soggetto è ciò di cui si predicano le altre determinazioni,
ma che non è predicato di null'altro. (Metaf. 1028 b 33)
E' dunque necessario che siano una cosa sola il bene e l'essenza del
bene, il bello e l'essenza del bello e tutte le cose che non si predicano
di un'altra cosa ma sussistono di per sé e sono termini primi...
Da questi ragionamenti risulta che ciascuna cosa singola e l'essenza
necessaria sono, non accidentalmente, un'unica e medesima cosa. (Metaf.
1031 b 12-18)
Perciò la forma e il complesso di materia e forma sembrano essere
sostanza.
(Metaf. 1029 a 29)
Un uomo singolo o un cavallo singolo sono sostanze. (Categorie 2 a
11)
Ecco dunque la distinzione aristotelica contrapposta alla separazione
platonica: la realtà è una, non c'è opposizione tra
una realtà "vera" ed una realtà "apparente",
non c'è dualismo. Sostanze sono, realmente e concretamente, solo
quelle entità individuali che sono oggetto della nostra esperienza
quotidiana e sensibile: di qui deve iniziare ogni ricerca che voglia essere
autentica filosofia:
Si riconosce in generale che vi sono alcune sostanze sensibili, sicché
presso queste sostanze bisogna prima di tutto condurre la ricerca. (Metaf.
1029 a 32)
Ma l'autentica filosofia è scienza, cioè è conoscenza
di quelle essenze eterne che sole possono spiegare l'apparire temporale,
di quelle essenze immutabili che sole possono spiegare la mutevolezza,
di quelle essenze immobili che sole possono spiegare il divenire: proprio
come voleva Platone. Solo che non bisogna fingere una doppia realtà,
perché queste essenze necessarie che ci permettono di conoscere
la realtà non sono altro che il risultato del nostro discorso conoscitivo,
esistono in quanto sono gli oggetti universali del discorso umano che
definisce e che classifica.
Poiché in principio abbiamo distinto in quanti modi possiamo
definire la sostanza e uno di questi modi parve essere l'essenza necessaria,
bisogna pure indagare su questa. L'essenza necessaria appartiene
solo alle cose che sono espresse da un discorso che è una definizione.
(Metaf 1029 b 1 - 1030 a 6)
La filosofia, dunque, è il discorso conoscitivo per eccellenza,
e il discorso umano e ciò che - definendo - da un senso e un significato
alla realtà.
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