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CAPITOLO VII LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA' |
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2. L'ultima figura della Grecia classica 4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare 5. Anatomia e fisiologia del discorso 6. Dalla sensazione all conoscenza 9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali 10. Il problema dell'uomo pensante |
12.
La città, gli schiavi e il filosofo
Ma la separazione del filosofo dalla città e la conseguente proclamazione della sua superiorità rispetto alla città, portavano anche ad un'altra conseguenza: al disinteresse del filosofo per la città. Non ha tanto importanza il regime politico della città, purché però esso garantisca al filosofo la sua indipendenza e le condizioni della sua attività. Così tutta la riflessione dei sofisti, in particolare di Antifonte, sulla giustizia, sulle condizioni della legge, sui rapporti tra istituzioni politiche ed esigenze naturali, tutte le critiche che i sofisti da un lato e Platone dall'altro avevano svolto alle "costituzioni" del proprio tempo, diventano per Aristotele un non problema. L'esperienza ci mette a contatto con numerosi tipi di costituzioni diverse l'una dall'altra: Aristotele promosse uno studio comparato delle costituzioni di più di cento città, e di questo imponente lavoro di scuola ci resta solo la Costituzione degli Ateniesi, di cui è autore lo stesso Aristotele. La diversità delle costituzioni si spiega con la diversità delle situazioni storiche fra città e città, delle esigenze sociali, delle forze politiche presenti. Ma questa ricognizione empirica delle costituzioni porta al riconoscimento dello stato di fatto: non più critiche o aspirazioni, ma il semplice riconoscimento che la giustizia, per ciascuna città (quella giustizia che regola con le sue leggi le azioni degli uomini e mira alla conservazione della comunità politica) non è altro che la giustizia giustamente imposta da chi ha il potere di imporla.
Giustizia è dunque che ciascuno abbia quello che ha: le polemiche
fra democratici ed oligarchici sul regime migliore, le lotte fra partiti
avversi, sono guardate da Aristotele con il distacco del "sapiente",
di colui che è al di sopra della battaglia proprio perché
"sa" e non può condividere né le lucide rivendicazioni
dei sofisti, né le appassionate polemiche di un Platone. Lo Stato
di fatto sociale, con le sue organizzazioni e le sue gerarchie, diventa
per Aristotele un fatto "naturale", da accettare così
com'è perché è naturale e logico che così
sia.
Anche per Aristotele, come per Platone, esiste un rapporto naturale fra etica e politica: come nell'etica si è stabilito che la vita felice è quella che si svolge secondo virtù, e se la virtù è una medietà, la vita media è necessariamente la migliore; così in politica Aristotele individua una vita politica migliore perché incentrata su di una costituzione "media". Su di una costituzione cioè che fa perno sull'esistenza e sull'attività di una "classe media", non ricchissima né poverissima e perciò interessata all'ordine sociale e di esso garante.
La trasposizione di uno stato di fatto storico sul piano della giustificazione
e della naturalità, e la stessa posizione di distacco da lui assunta
nei confronti della "città" in generale, non fanno vedere
ad Aristotele che la concreta realtà storica si andava evolvendo
in tutt'altra direzione. Da un lato, la sua descrizione della città
e della costituzione migliore era ormai anacronistica: la fine dell'indipendenza
delle poleis greche sotto il regno di Alessandro, gli stessi meccanismi
economici e sociali messi in moto dalle conquiste di Alessandro in Oriente,
con la creazione di nuovi ceti commerciali e mercantili sempre più
ricchi e sempre più potenti, e in parallelo con il graduale ma
sempre maggiore impoverimento di grandi masse di ex-liberi, aristocratici
o ceti medi che fossero, andavano sempre più trasformando il quadro
tradizionale della polis autonoma e autosufficiente con la sua
classe politica legata alla città di cui era l'espressione. La
politica, l'economia e la società slargavano i propri orizzonti,
mentre Aristotele riproponeva dei modelli economici, politici e sociali
superati o in via di superamento. Dall'altro lato, la "naturalizzazione"
di uno stato di fatto portava Aristotele a creare un modello di interpretazione
dei fatti sociali che, mentre giustificava una particolare situazione
storica - quella delle città greche del IV secolo - si sarebbe
proposta però anche alle epoche successive, e specialmente a quelle
in cui più fortemente si sarebbero fatti sentire il dominio e l'oppressione
di una parte della società sulle altre.
Ogni città è quindi un'istituzione naturale, perché naturali sono i tipi di comunità che la precedono, e se ogni città è un prodotto naturale, l'uomo è un animale che per natura deve vivere in una città: chi non vive in una città, o è un essere inferiore o è più che uomo. Il processo che porta dalla famiglia allo stato è un processo che avviene per natura, e con quelle caratteristiche storiche che naturalmente lo connotano: ecco perché Aristotele non può condividere il comunismo etico-politico-sociale di Platone, perché la proprietà privata storicamente - e quindi naturalmente - si è dimostrata necessaria ad un tale processo. Ma con Platone - e con maggior forza e consapevolezza di Platone - Aristotele sottolinea la naturalità anche dei rapporti sociali e quindi dell'istituzione su cui essi si reggevano: quella della schiavitù. Comandare ed obbedire sono non soltanto relazioni necessarie e naturali, ma anche utili; alcuni sono destinati - fin dalla nascita - a comandare, altri ad obbedire, e comanda sempre il migliore. Così - secondo natura e utilità - il corpo deve essere comandato dall'anima, e la parte emotiva dell'anima da quella razionale: il danno si ha quando i rapporti si invertono. Lo stesso rapporto vale anche tra l'uomo e gli altri animali: gli animali domestici sono migliori di quelli selvatici perché meglio si sottopongono al comando dell'uomo. E così
Dunque
Lo schiavo è dunque uno strumento, anzi appartiene al genere degli strumenti animati (al quale appartengono anche gli animali domestici) e la sua differenza specifica è che parla. Infatti
La "classificazione" aristotelica così si completa: stelle, fenomeni sublunari, città, uomini, animali, hanno tutti un loro posto ben preciso nel sistema del sapere; e questo sistema del sapere è la costruzione, vera perché naturale e naturale perché logicamente vera, della nuova figura del sapiente che Aristotele rappresenta, del "filosofo" che in tanto capisce e conosce tutto in quanto si è "separato" da tutto e su tutto ha affermato la sua superiorità di essere dotato di ragione. Questo filosofo è un uomo non ricchissimo né poverissimo,
estraneo alla vita politica attiva, maschio, cittadino libero, non impegnato
in attività manuali. Quest'immagine del filosofo, con tutte le
caratteristiche che le sono connesse, attraverserà i secoli e comincerà
ad essere scossa solo a partire dal Rinascimento. E doveroso però
avvertire che, se alcune delle sue connotazioni sono certamente presenti
nella figura tracciata dallo stesso Aristotele, è vero anche l'altro
aspetto della figura dello scienziato aristotelico: curioso di tutto,
spinto da una grande ansia di sapere e di conoscere, desideroso di comprendere
i fatti negli schemi generali solo per meglio comprendere la realtà
concreta dell'esperienza; anzi, da questo punto di vista, si può
dire che tutto quel che di fastidioso, di chiuso e di opprimente noi moderni
cogliamo negli schemi aristotelici non è dovuto tanto all'opera
dello Stagirita - sempre così complessa e articolata e quindi viva
- quanto al suo trasformarsi, per mezzo dei suoi continuatori, commentatori
ed interpreti nei secoli successivi, in un corpo chiuso di dogmi da accettare
così come sono e di verità eterne indiscusse ed indiscutibili.
E dovuto cioè agli aristotelici e non ad Aristotele, come bene
vide e disse nel 1600 uno dei più grandi scienziati e critici del
"sistema" aristotelico, Galileo Galilei. |
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