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CAPITOLO VII LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA' |
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2. L'ultima figura della Grecia classica 4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare 5. Anatomia e fisiologia del discorso 6. Dalla sensazione all conoscenza 9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali 10. Il problema dell'uomo pensante |
11.
Solo il filosofo basta a se stesso
Se l'anima si distingue in una parte razionale, che ha la ragione in se stessa e che comanda, ed in una parte non razionale; e se questa a sua volta si distingue in una parte vegetativa, che non partecipa mai della ragione in quanto presiede ai puri processi della nutrizione e dello sviluppo, ed in una sensitiva, o concupiscibile o in generale appetitiva, che partecipa in qualche modo della ragione in quanto ad essa è obbediente ed ottemperante: allora il compito dell'etica (da ethos = costume, comportamento) è quello di stabilire appunto le modalità di questa subordinazione prevalentemente in rapporto al vivere sociale. L'etica è dunque la scienza pratica per eccellenza, in quanto dà le norme del corretto comportamento umano attraverso una sua regolamentazione ad opera della ragione. Queste norme sono le virtù: e le virtù si distinguono in virtù etiche, che sono appunto quelle che riguardano il comportamento (come la liberalità e la temperanza), e in virtù dianoetiche (da diànoia = ragione) che riguardano il corretto comportamento della ragione (come la sapienza, l'assennatezza e la saggezza).
Le virtù sono quindi degli abiti, delle abitudini che si acquistano esercitando il controllo della ragione sulle emozioni che sorgono nell'anima, e principalmente sulle due emozioni fondamentali, che sono il piacere e il dolore. Le emozioni in sé non sono né buone né cattive, in quanto rappresentano la naturale risposta della nostra anima alle sollecitazioni del mondo esterno; buoni o cattivi sono invece i nostri comportamenti riguardo alle emozioni.
Gli uomini non sono né buoni né cattivi per natura, ma
solo per l'atteggiamento che assumono nel loro comportamento sociale:
la virtù, insomma, consiste nel modo giusto di atteggiarsi rispetto
alle nostre emozioni; perchè mentre le nostre emozioni le proviamo
e basta, il nostro comportamento è il frutto di una nostra scelta
ed è appunto questa nostra scelta che ci qualifica come buoni o
cattivi, virtuosi o viziosi.
L'individuazione e la scelta dei beni costituiscono dunque, nella realistica
visione dello Stagirita, le caratteristiche fondamentali dell'etica, e
sono una individuazione e una scelta che vanno fatte secondo ragione e
che caratterizzano l'azione volontaria, propria dell'uomo libero, rispetto
all'azione involontaria, che si compie per costrizione o per ignoranza.
A tal fine Aristotele distingue sottilmente la volontà,
che punta verso il fine, dalla scelta, che punta ai mezzi rispetto
a quel fine: per esempio, vogliamo esser felici, ma non si può
dire che scegliamo di esser felici; insomma, la scelta e l'elemento
tipico e caratteristico della specie umana, e di nessun'altra specie animale,
perché implica la conoscenza delle "cose che dipendono da
noi".
La concezione etica realisticamente moderata aveva fatto considerare ad Aristotele la funzione positiva anche delle passioni, delle emozioni e dei sentimenti: sono molto belle, per esempio, le pagine che Aristotele dedica all'amicizia, ai vari tipi di amicizia, per concludere che "sono veramente amici quelli che desiderano il bene degli amici per gli amici stessi: la loro amicizia nasce infatti proprio da quello che sono e non da qualche circostanza accidentale". Così come sono molto interessanti le pagine che Aristotele dedica all'arte, al problema dell'imitazione e dei vari tipi di imitazione. Contro la condanna platonica, egli rivendica la positività anche di forme artistiche come la tragedia e la musica, criticate da Platone per la loro portata antieducativa. Anzi, l'arte produce nello spettatore una catarsi (= liberazione, purificazione): non solo le varie forme di arte sono come un riposo e un sollevamento dell'animo, ma esse, proprio attraverso la rappresentazione di sentimenti, emozioni, e passioni anche violente, purificano l'anima dello spettatore da quelle emozioni e da quelle passioni rappresentate in forme e modi esterni all'anima di chi contempla. Questa stessa concezione però si conclude ora di nuovo in un primato della vita contemplativa, riaffermato ancora come il migliore modus vivendi:
L'intelletto come l'attività più alta dell'uomo, e la filosofia come il piacere più alto, che avvicina la vita dell'uomo alla vita del dio, sono le conclusioni della riflessione di Aristotele anche nel campo etico. La "separazione" del filosofo dal corpo della cittàà, nella quale egli non ha più un ruolo attivo da svolgere, ma rispetto alla quale egli proclama tuttavia la sua superiorità di sapiente; quella separazione che segna la perdita del suo ruolo sociale e politico e la rivendicazione del suo nuovo ruolo di professore, superiore agli altri perchè è l'unico ormai a possedere le tecniche e i sistemi del sapere; questa separazione viene ora teorizzata come l'unica condizione per raggiungere la vera e completa autosufficienza:
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dietro - avanti |
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