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CAPITOLO VII LE TECNICHE DEL SAPERE: FILOSOFIA, NATURA E SOCIETA' |
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2. L'ultima figura della Grecia classica 4. Distinguere e non sapere, se si vuol filosofare 5. Anatomia e fisiologia del discorso 6. Dalla sensazione all conoscenza 9. Dal mondo delle stelle al mondo degli animali 10. Il problema dell'uomo pensante |
10. Il problema dell'uomo pensante
Anche l'uomo è oggetto di ricerca, nelle sue strutture biologiche e fisiologiche, come in quelle sociali e politiche. Dal primo punto di vista è fondamentale il problema del rapporto anima-corpo; la psicologia è la scienza delle caratteristiche e delle funzioni dell'anima. Aristotele affrontò questi problemi nel De anima, misurandosi con le concezioni presocratiche e platoniche, da lui riprese, criticate, sviluppate. In generale si può dire che l'anima, qualunque tipo di anima, è "l'atto primo di un corpo naturale munito di organi".
Come forma, o atto, l'anima non può essere dunque separata dal corpo: se essa esprime le modalità di essere (in quella particolare organizzazione e con quelle particolari caratteristiche) di ciascun essere vivente, esprime cioè la struttura stessa dell'essere organico, porsi il problema se l'anima e il corpo sono una sola cosa significa porsi un non problema, così come quello di colui che volesse separare la cera dall'impronta che in essa è impressa. Da questo punto di vista, Aristotele accettava le conclusioni dei presocratici. Ma Aristotele distingueva anche, sulla base dell'insegnamento platonico, tre tipi di anime; l'anima vegetativa, o nutritiva, propria di ciascun essere vivente:
l'anima sensitiva, che è il principio del movimento e delle "alterazioni dell'individuo, cioè delle sue sensazioni:
l'anima razionale, che è il principio della conoscenza
e della scienza. Con ciò, egli stabiliva una differenza sostanziale
fra il mondo delle specie vegetali, che posseggono solo il primo tipo
di anima, quello delle specie animali, che posseggono i primi due tipi
di anima, quello della specie umana, che sola possiede tutti e tre i tipi
di anima. Ma: siamo di fronte a tre anime, o a tre parti distinte di un'unica
anima? Aristotele non da una risposta chiara a questo problema: da un
lato egli sembra pensare l'anima una in atto, ma molteplice in potenza,
come sembra doversi dedurre dall'osservazione che parti separate delle
piante, per esempio, o di alcuni insetti, continuano a vivere pur dopo
essere state divise; dall'altro lato, pur affermando che l'anima è
sempre una nella diversità delle sue funzioni o facoltà,
Aristotele parla di "un genere d'anima diverso", che è
la facoltà speculativa, appartenente solo all'uomo e "separata"
dalle altre facoltà.
La sensazione, quindi, come volevano i sofisti, è sempre vera, in quanto semplice sensazione, cioè percezione di una certa qualità da parte di un certo organo di senso: l'errore consiste nel giudizio che si pronuncia su di essa e che coinvolge altre facoltà, come l'immaginazione e il pensiero.
Accanto ed oltre a questi sensibili propri, che vengono percepiti nella loro specificità da ciascun senso, vi sono dunque anche dei sensibili comuni, che vengono percepiti da un senso comune:
Questo senso comune non è un sesto senso accanto agli altri cinque e quindi non è collocabile - come gli altri sensi - in un particolare organo: esso rappresenta piuttosto una facoltà che deriva dal modo stesso di funzionare della psiche, e la struttura stessa, potremmo dire, dell'organismo senziente. E sul senso comune, infatti, e poi sulla memoria e sull'immaginazione, che si fonda la possibilità per l'uomo di innestare il suo processo della conoscenza, che partendo dall'esperienza giunge alla sistemazione razionale del sapere. L'organizzazione delle percezioni nella conoscenza è infatti propria solo dell'uomo ed è possibile solo perché l'uomo è l'unico animale a possedere un'anima razionale, cioè intelletto e pensiero. Come la sensazione consiste nel subire da parte dell'organo senziente l'azione del sensibile, che è in potenza nell'oggetto e diviene in atto nel momento stesso della sensazione; così il pensare deve consistere nel subire l'azione del pensabile, nell'essere cioè in potenza e divenire poi in atto.
Questa distinzione tra intelletto passivo e intelletto attivo
è certamente funzionale alla concezione aristotelica della conoscenza
come "processo", e quindi necessariamente come passaggio dalla
potenza all'atto: se l'intelletto è l'organo della conoscenza,
e questa è processo, allora è naturale distinguere un intelletto
che diviene, che passa dalla non conoscenza alla conoscenza (intelletto
passivo), e un intelletto in atto, che deve avere gia in sé le
"forme" della conoscenza stessa, che deve essere separato dall'altro,
non mescolato al corpo, e quindi incorruttibile, eterno ed impassibile,
come voleva appunto la teoria del rapporto potenza-atto che già
conosciamo. Senonché questa distinzione e questa teoria apparivano
estremamente complicate nel momento in cui Aristotele le applicava al
processo della conoscenza nell'uomo, per tutte le implicazioni che comportavano:
e infatti i passi che abbiamo riportato - già di per sé
non molto chiari - furono interpretati nelle maniere più diverse,
e principalmente in rapporto all'altro problema dell'immortalità
o della mortalità dell'anima. Ad alcune di queste interpretazioni
ed alle più importanti soluzioni storiche a questi problemi accenneremo
nel prosieguo del nostro discorso; qui basterà fissare alcuni termini
dei problemi posti da queste teorie aristoteliche. |
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dietro - avanti |
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