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1. Una vita tra politica e filosofia
2. Cosa, quando e come scrisse Platone
3. Come comunicare l'incomunicabile
4. Il problema è: avere coscienza
di ciò che si dice. Ed è un problema politico
A) IL DISCORSO SULLA POLITICA
5. La giustizia è una, nello stato
e nell'uomo: ogni cosa al suo posto
6. Educazione e politica: i filosofi al governo
7. Il bene comune non è quello dei
singoli
B) IL DISCORSO SULL'ANIMA
8. L'anima è una pura idea?
9. L'anima e il movimento.
10. Piacere, amore e morte.
C) IL DISCORSO SUL DISCORSO
11. La linea e la caverna
12. Il «tessuto logico» della
realtà
13. Capovolgere anche tutto, se necessario,
ma salvare il discorso
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9.
L'anima e il movimento
Il problema dell'immortalità dell'anima è un tema sul quale
Platone torna spesso, oltre che nel Fedone, nella Repubblica,
nel Fedro e perfino nelle Leggi; e le sue "dimostrazioni"
oscilleranno sempre - anche nell''ambito dello stesso dialogo - tra il
discorso razionalmente organizzato e l'accoglimento delle suggestioni
mitiche e religiose. Così, nel Fedone, oltre all'argomento
visto alta fine del paragrafo precedente, Platone ne elabora degli altri:
1) l'anima è immortale perché è un elemento semplice
e non può quindi scomporsi come il corpo, che è composto
(questo argomento, tra l'altro, è difficilmente compatibile con
la tesi platonica della tripartizione dell'anima); 2) argomento dei contrari:
ogni cosa proviene dal suo contrario, e così anche la vita dalla
morte e la morte dalla vita: al morire deve quindi corrispondere il rinascere
(anche quest'argomento è viziato dall'elemento mitico e religioso:
chi nasce e muore e rinasce, in effetti, non può essere né
il corpo - che come ogni composto si dissolve nei suoi elementi semplici
e per il quale Platone non ammette una rinascita - né l'anima,
che non può rinascere proprio perché non muore, e non può
nemmeno nascere perché è eterna e preesiste alla sua caduta
nel corpo); 3) argomento delta reminiscenza: se conoscere e ricordare,
ciò significa che l'anima possiede già le idee perché
le ha già contemplate nella loro purezza prima di incarnarsi nel
corpo: viene abbandonata quindi qui la prospettiva metodologica dell'anamnesi
che era stata esposta nel Menone, per una prospettiva decisamente
religiosa della reminiscenza, di tipo orfico. Così ancora, nel
Fedro, Platone elabora il mito della biga alata: l'anima può
essere paragonata ad una biga trainata da un cavallo bianco (che rappresenta
l'anima irascibile) e da un cavallo nero (che rappresenta l'anima appetitiva),
guidati e moderati da un auriga (che rappresenta l'anima razionale). Questa
biga viaggia nel mondo celeste e può quindi contemplare le idee
nella loro purezza; ma uno scarto del cavallo nero provoca la caduta dell'anima
nel corpo. Così infine, nella Repubblica, acquisito il principio
che
esisteranno sempre le medesime anime: se non ne perisce nessuna, non
potranno né diminuire né aumentare di numero, (Repubblica
611 a)
Platone elabora un altro mito, il mito di Er, che avrebbe dovuto
essere anche una giustificazione della responsabilità umana nella
scelta della propria vita. Riportiamo ampi passi da queste pagine platoniche,
anche per dare un'idea della fantasia e dell' elaborazione letteraria
di Platone.
Costui era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero
i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto.
Portato a casa, nel dodicesimo giorno, stava per esser sepolto. Già
era deposto sulla pira quando risuscitò e prese a raccontare
quello che aveva veduto nell'al di là Ed ecco il suo racconto.
Uscita dal suo corpo, l'anima aveva camminato insieme con molte altre
ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due voragini
nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due.
In mezzo sedevano dei giudici che, dopo il giudizio, invitavano i giusti
a prendere la strada di destra che saliva attraverso il cielo, e gli
ingiusti invece a prendere la strada di sinistra, in discesa. Quando
si era avanzato lui, gli avevano detto che avrebbe dovuto descrivere
agli uomini il mondo dell'al di là, e che lo esortavano ad ascoltare
e contemplare tutto quello che c'era in quel luogo. E lì vedeva
le anime che, dopo aver sostenuto il giudizio, se ne andavano per una
delle due voragini, sia del cielo sia della terra; attraverso le altre
due passavano altre anime: dall'una, sozze e polverose, quelle che risalivano
dalla terra, dall'altra, monde, quelle che scendevano dal cielo. ...Al
loro arrivo le anime erano disposte in fila da un araldo divino che,
prese le varie sorti e i vati tipi di vita, così aveva detto:
Anime dall'effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro
periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Il primo che
la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà poi irrevocabilmente
legato. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non
è responsabile. Con ciò aveva scagliato le sorti e ciascuno
raccoglieva quella che gli era caduta vicino. Subito dopo l'araldo aveva
deposto per terra davanti a loro i vari tipi di vita, in numero molto
maggiore dei presenti. Ce n'erano di ogni genere: vite di qualunque
animale e anche ogni forma di vita umana... Per questo ciascuno di noi
deve stare estremamente attento a cercare e ad apprendere questa disciplina
senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere e a scoprire
chi potrà comunicargli la capacità e la scienza di discernere
la vita onesta e la vita triste e di scegliere sempre e ovunque la migliore
di quelle che gli sono possibili... Così egli potrà, guardando
la natura dell'anima, scegliere una vita peggiore o una vita migliore,
chiamando peggiore quella che la condurrà a farsi più
ingiusta, migliore quella che la condurrà a farsi più
giusta.
(Repubblica 614 b - 618 e)
Come si vede, lo sforzo della dimostrazione razionale si applica, in
Platone, ad un contenuto che proviene dalla religione tradizionale, e
questo provoca da un lato la scarsa rigorosità del suo discorso
logico, e dall'altro lato una serie di contraddizioni interne alla stessa
dottrina platonica, come per esempio questa tesi del Timeo, in
contrasto con quella espressa nel mito di Er:
Perchè malvagio nessuno è di sua volontà, ma il
malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo
e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno
e gli capitano contro sua voglia.
(Timeo 86 e)
Comunque, tra le dimostrazioni più propriamente "filosofiche"
dell'immortalità dell'anima, accanto a quella della "somiglianza"
dell'anima alle idee, ve n'è un'altra, alla quale anche si annette
una grande importanza:
L'anima è immortale, perché ciò che sempre si
muove è immortale... Ecco dunque: ciò che muove se stesso
è principio di movimento; esso non può né morire
né nascere. (Fedro 245 c - d)
Questo principio serve a Platone per compiere un'altra analogia tra l'anima
dell'uomo e l'anima del mondo e per slargare un'altra volta lo sguardo
dalla vita terrestre alla vita dell'universo, inserendo così l'uomo
in una vicenda cosmica che è quella che in fondo da valore alla
sua vita.
Il primo moto è quello che muove se stesso, è il più
potente e il più vecchio di tutti i movimenti... Ora, la definizione
di "anima" è appunto "il moto che può muovere
se stesso"... L'anima è la stessa cosa che la prima generazione
e il primo moto delle cose che sono, che sono state e che saranno, è
la causa del bene e del male, del bello e del brutto, del giusto e dell'ingiusto.
L'anima conduce tutte le cose del cielo, della terra, del mare, le muove
con tutti i moti che le son propri e che guidano ogni cosa a crescere
e a diminuire, a dissolversi e a comporsi... ed è l'anima migliore
che cura l'universo intero e lo conduce: il cielo è guidato o
da un'anima dotata di tutte le virtù, o da molte anime così.
Questo genere di anima sfugge naturalmente a tutti i sensi del nostro
corpo ed è conoscibile solo per via d'intelletto. Usiamo quindi
il solo intelletto e il solo pensiero per comprendere che poiché
un'anima o molte anime apparvero causa di tutte le cose, le diremo divinità
esse stesse.
(Leggi 895 b - 899 c)
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