STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VI

PLATONE: LA POLITICA, L'ANIMA E IL DISCORSO

1. Una vita tra politica e filosofia

2. Cosa, quando e come scrisse Platone

3. Come comunicare l'incomunicabile

4. Il problema è: avere coscienza di ciò che si dice. Ed è un problema politico

A) IL DISCORSO SULLA POLITICA

5. La giustizia è una, nello stato e nell'uomo: ogni cosa al suo posto

6. Educazione e politica: i filosofi al governo

7. Il bene comune non è quello dei singoli

B) IL DISCORSO SULL'ANIMA

8. L'anima è una pura idea?

9. L'anima e il movimento.

10. Piacere, amore e morte.

C) IL DISCORSO SUL DISCORSO

11. La linea e la caverna

12. Il «tessuto logico» della realtà

13. Capovolgere anche tutto, se necessario, ma salvare il discorso

 

7. Il bene comune non è quello dei singoli

Il circolo si chiude: giustizia e assicurare il bene; il bene può essere individuato solo dalla filosofia; soltanto i filosofi al governo possono realizzare la giustizia. D'altra parte, e solo lo stato ben ordinato, quello nel quale ogni classe sta al suo posto, che può garantire la felicità dei cittadini; ma bisogna intendersi: la felicità si gode "nella misura che la natura concede". II significato antidemocratico di questa giustizia viene ancora una volta riibadito:

Sappiamo anche noi rivestire gli agricoltori di abiti fini, tuffarli nell'oro, invitarli a lavorare la terra per diletto; sappiamo anche noi far sedere al posto d'onore, accanto al fuoco, i vasai per bene e mangiare, mettendo loro vicino la ruota da vasi, ma con la facoltà di lavorare secondo la voglia che ne abbiano; e in simile modo rendere beati tutti gli altri per fare felice lo stato intero. Però non ci devi dare di questi consigli: se ti obbediamo, l'agricoltore non sarà più l'agricoltore, né il vasaio vasaio; e non ci sarà più nessuno che mantenga il suo posto, condizione questa dell'esistenza dello stato. (Repubblica 420 e - 421 a)

La felicità di cui parla Platone non è dunque la felicità dei singoli individui, né La felicità di un solo gruppo di cittadini o di una sola classe, ma la felicità dello stato nel suo complesso, come organo autonomo, strutturato e funzionante secondo le regole che abbiamo esaminato. E lo stato considerato come un organismo autonomo non è la semplice somma delle sue parti, cioè dei singoli cittadini; è sintomatico a questo proposito il discorso che Platone fa sulla medicina e la giustizia. La grande diffusione di medici e giudici in una società è indice di una cattiva e vergognosa educazione nell'ambito statale. Platone esalta la vecchia medicina, quella che curava solo le ferite di guerra e le malattie periodiche, non le malattie derivanti dal regimi di vita sbagliati: mantenere a lungo in vita corpi malati e dannoso per l'individuo, che non può più svolgere la sua naturale funzione, e per lo stato. II buon medico curerà dunque il corpo con l'anima, il buon giudice le anime con l'anima: il compito finale di ambedue e infatti di promuovere la virtù e di reprimere la malvagità. La conclusione, solo in apparenza paradossale, è che i medici

useranno quelli che siano naturalmente sani di corpo e d'anima. Quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato, i giudici faranno uccidere chi ha l'anima naturalmente cattiva e inguaribile. Questa è evidentemente la migliore soluzione sia per questi stessi sciagurati sia per lo stato. (Repubblica 409 e - 410 a)

Appare ora chiaro il contenuto che bisogna dare all'esigenza di trovare il "ciò che è" della giustizia, del bene, dello stato; come pure appare chiaro il compito fondamentale che svolge nella corretta vita dello stato l'educazione. L'educazione dei filosofi innanzi tutto, ma poi l'educazione che questi debbono predisporre e dirigere e controllare per tutte le classi e per tutti i cittadini dello stato. E' l'educazione che evita i pericoli di un' eccessiva ricchezza e di un'eccessiva povertà, entrambe dannose alla vita dello stato; è l'educazione che abitua i giovani all'obbedienza e alla sottomissione, evitando così i pericoli di una legislazione troppo ampia e minuta, che è sempre dannosa per il buon governo: basteranno, in effetti, le norme deducibili dagli oracoli dell'Apollo di Delfi, quelle norme che già informarono di sé le antiche legislazioni di Creta e di Sparta. Queste idee, che Platone esprime nella Repubblica, non saranno mai abbandonate; nelle Leggi, infatti, si dice che la decadenza degli stati è dovuta all'ignoranza, e la massima ignoranza è, per l'uomo, amare ciò che è male e odiare ciò che è bene, e, per lo stato, che la plebe non obbedisca ai governanti e alle leggi. L'educazione è ancora ciò che consente di fissare quella gerarchia di obiettivi che garantisce la compattezza e l'ordine della città: gli dei, l'anima, il corpo sono, nell'ordine, i beni cui bisogna aspirare.
La compattezza dello stato è dunque il solo mezzo che consente la sua felicità: e la compattezza Platone la chiama comunanza,cioè assenza di egoismi e prevalenza del bene comune su quello del singolo. In questo quadro si spiega la condanna che Platone fa della proprietà privata e della famiglia e l'apologia della "vita in comune" che deve realizzarsi per le classi d'oro e d'argento. Anche le donne dovranno essere educate come gli uomini e insieme a loro, perché esse hanno le stesse attitudini e disposizioni naturali, anche se - nell'ambito delle stesse funzioni - ad esse vanno riservati i compiti meno faticosi, in quanto più deboli. Il fatto che tutti costituiscono un'unica famiglia comporta quindi che

queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore. (Repubblica 457 d)

Ma nella comunità, che ha come fine il bene dello stato e non quello dei singoli, non saranno naturalmente questi a decidere delle proprie unioni e delle proprie scelte; sarà infatti il legislatore, il governante, che, come ha scelto gli uomini da assegnare ai vari compiti, così sceglierà anche le donne da assegnare agli uomini in base al criterio della maggiore affinità naturale e regolerà i loro accoppiamenti unendo i migliori con le migliori.

E tutto ciò deve avvenire senza che alcuno lo sappia, eccetto gli stessi governanti, se si vorranno evitare al massimo le discordie. Si dovranno quindi organizzare per legge determinate feste dove riunire le ragazze e i giovani in età da matrimonio, accompagnandole con sacrifici; e i nostri poeti dovranno comporre inni che si addicano alla celebrazione dei matrimoni. Ma il numero di questi lo faremo fissare dai governanti, perché conservino, nei limiti del possibile, l'identico numero di individui e perchè il nostro stato non s'ingrandisca né s'impicciolisca.
(Repubblica 459 e - 460 a)

I figli di questi "matrimoni di stato" saranno poi educati in comune e assegnati alla classe cui risulteranno idonei; i magistrati dovranno controllare anche le età e le epoche dell'accoppiamento: solo così si realizzerà quella comunanza, di piacere per gli stessi successi e di dolore per le stesse disgrazie, che è il principale elemento di coesione di uno stato.

La critica platonica alla polis democratica tocca così il suo culmine: i vecchi principi delle costituzioni monarchiche e aristocratiche dell'antica Grecia, combinandosi con i principi che Platone crede di poter dedurre dal suo concreto impegno politico, lo porteranno, nelle Leggi, ad una minuziosa descrizione di quello che dovrebbe essere lo stato ottimo. Questo deve evitare che si sviluppino commerci e scambi troppo vasti, che si sviluppi la marina, sia mercantile che militare, a scapito della fanteria (più che la vittoria di Salamina, salvarono i Greci dai Persiani quelle di Maratona e di Platea); il numero delle famiglie deve essere 5040 (che è la cifra "che ha un maggior numero di divisori che siano per quanto è possibile in progressione aritmetica fra di loro") e mediante gli opportuni controlli cui abbiamo accennato prima deve rimanere costante; punizioni sono previste per i celibi. Se nella Repubblica Platone aveva detto che una legislazione troppo minuta era dannosa, ora nelle Leggi ce ne offre invece una che prevede fin nei più minuti particolari la vita dello stato, in tutte le sue manifestazioni: dalle feste ai riti civili e religiosi, dalla prevenzione alla repressione di tutti i crimini possibili, dalla determinazione delle cariche pubbliche ai criteri di scelta dei vari magistrati, tutto è previsto e prescritto nella maniera più particolareggiata possibile. Al di sopra di tutti, di tutte le magistrature, di tutte le classi, sarà un Consiglio Notturno, come organo centrale di sintesi e di sorveglianza di tutta la vita dello stato. La figura del filosofo-governante assume così un rilievo ed un'importanza mai conosciuti prima: egli è il "re" per antonomasia, perché possiede la vera "arte regia" del governare.
Il re è tale solo per il fatto che esercita il suo potere secondo la sua arte, indipendentemente dalle situazioni in cui lo esercita. Lo stato buono sarà infatti quello

in cui si potranno trovare i magistrati realmente esperti nell'arte loro e non solo presuntuosi di esserlo, e sia che governino fondandosi sulle leggi sia senza leggi, su cittadini che li accettino o li subiscano, in povertà o in ricchezza. (Politico 293 c)

il re è quindi al di sopra delle leggi e può modificarle a suo giudizio, perchè comanda in vista del bene. Inoltre,

se c'è qualcuno che ha diritto di dire di falso, questi sono i governanti, per ingannare nemici o concittadini nell'interesse dello stato. Ma non c'è altri che debba arrogarsi un simile compito. Aggiungeremo che, dicendo il falso agli uomini di governo, un privato commette lo stesso, anzi un maggiore sbaglio del malato che non dice la verità al medico. Se dunque un magistrato sorprende in flagrante reato di falso un cittadino lo castigherà come reo d'introdurre una pratica sovversiva e rovinosa per lo stato. (Repubblica 389 b-d)

L'unità e la concordia, bene sommo dello stato; i filosofi, bene sommo per lo stato: erano queste le conclusioni con le quali Platone credeva si potesse porre rimedio alla degenerazione delle costituzioni che nel IV secolo si faceva sempre più evidente. Ma l'utopia conservatrice di Platone si dimostrava - con gli stessi tentativi falliti di modificare la costituzione di Siracusa - incapace di presa diretta sulla realtà; ben altri saranno i meccanismi e le strutture con cui l'«arte regia» si attuerà concretamente e storicamente, e di essi sarà più realistico valutatore Aristotele.

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