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CAPITOLO VI PLATONE: LA POLITICA, L'ANIMA E IL DISCORSO |
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1. Una vita tra politica e filosofia 2. Cosa, quando e come scrisse Platone 3. Come comunicare l'incomunicabile 4. Il problema è: avere coscienza di ciò che si dice. Ed è un problema politico A) IL DISCORSO SULLA POLITICA 5. La giustizia è una, nello stato e nell'uomo: ogni cosa al suo posto 6. Educazione e politica: i filosofi al governo 7. Il bene comune non è quello dei singoli B) IL DISCORSO SULL'ANIMA C) IL DISCORSO SUL DISCORSO 12. Il «tessuto logico» della realtà 13. Capovolgere anche tutto, se necessario, ma salvare il discorso
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2.
Cosa, quando e come scrisse Platone
Fatto rarissimo per l'antichità, e unico per la filosofia greca classica, di Platone possediamo tutte le opere destinate alla pubblicazione: si tratta di opere scritte in forma di dialogo, in cui l'interlocutore principale è quasi sempre Socrate. Due problemi preliminari si sono posti agli studiosi di Platone: sono tutti di Platone i dialoghi che la tradizione ci ha tramandato sotto il suo nome? In che ordine furono scritti i dialoghi? Sarebbe troppo complesso riportare qui i termini, gli sviluppi e le varie soluzioni che a questi problemi sono stati dati: possiamo dire brevemente solo che, riguardo al primo - quello dell'autenticità degli scritti platonici -, si ritengono generalmente di Platone quei dialoghi che gli scrittori antichi, commentatori critici, hanno ritenuto autentici; non è un criterio assolutamente valido, perché a volte, per gelosie di scuola, gli antichi hanno giudicato spurie opere sicuramente platoniche (come per esempio Proclo la Repubblica, contro l'esplicita testimonianza di Aristotele). Altri criteri possono essere lo stile e la forma letteraria dei dialoghi Platone è un grande artista ed il tono delle sue opere è quello di uno scrittore ad alti livelli di creazione letteraria: nei suoi dialoghi vi sono pagine difficili, ed anche molto difficili, ma mai oscure, tanto che qualche studioso ha potuto dire che il divorzio tra filosofia e chiarezza è iniziato solo dopo Platone. Anche questi criteri tuttavia da soli non bastano (non tutte le opere possono essere allo stesso livello stilistico), se non in quei casi in cui è piú facile la loro applicazione. Comunque, la critica ritiene oggi in genere spuri tutti i dialoghi non compresi nel catalogo di Trasillo (vedi poco piú oltre), ed inoltre il Teage, l'Erissia, l'Assioco, il Minosse, gli Amanti, l'Ipparco; dubbi sussistono sull'Alcibiade II e il Clitofonte, mentre l'Epinomide - posto a chiusura delle Leggi - pare che sia opera del discepolo Filippo di Opunte. Delle Lettere che la tradizione attribuiva a Platone e che sono state giudicate ora tutte spurie, ora tutte autentiche, la critica moderna in genere ritiene platonica solo la VII. Per quanto riguarda il secondo problema - quello della cronologia degli scritti - possediamo soltanto due notizie sicure: la prima, dovuta ad Aristotele, ci dice che le Leggi sono posteriori alla Repubblica, la seconda a dice che le Leggi sono l'ultima opera che Platone compose e che anzi furono ricopiate solo dopo la sua morte. Possediamo, è vero, un catalogo dei dialoghi dovuto ad un grammatico dell'età imperiale, TRASILLO, che visse all'epoca di Tiberio (I sec d.C.), ma il suo ordine non segue quello di composizione dei dialoghi ed è redatto in base a criteri che non ci sono molto chiari. Dobbiamo quindi far ricorso ad altri metodi per stabilire l'ordine nel quale Platone scrisse i suoi dialoghi: ordine che ci è necessario conoscere per poter seguire l'evoluzione interna del pensiero del filosofo, che scrisse per piú di 40 anni e che sottopose a critica egli stesso alcune delle sue idee, anche fondamentali. Questi criteri sono essenzialmente due: quello delle citazioni interne (se in un dialogo si accenna piú o meno esplicitamente alla dottrina o alla situazione esposta in un altro, si può facilmente stabilire la precedenza dell'uno sull'altro) e quello stilometrico. Questo fu perfezionato verso la fine del secolo scorso dal Lutoslawski: partendo dalla notizia di Aristotele che le Leggi sono posteriori alla Repubblica e sono l'ultima opera scritta da Platone, e studiando tutta una serie di stilemi (cioè di particolarità stilistiche, come particelle congiuntive, formule affermative e negative, giri di frase, uso di comparativi e superlativi, e cosí via) presenti nelle Leggi ed assenti nella Repubblica, si può stabilire un ordine dei dialoghi sulla base della frequenza degli stilemi ed assegnare all'ultima fase della produzione platonica quei dialoghi nei quali essi sono piú frequenti, e via via a fasi anteriori quei dialoghi nei quali sono sempre meno frequenti. Naturalmente anche questo criterio non ha una validità assoluta, anche perché lo stile di uno scrittore cambia in relazione a molti motivi. Comunque, sulla base di questi e di altri criteri, gli studiosi hanno potuto distinguere alcune grandi fasi nella produzione platonica 1) una fase "giovanile" o "socratica", nella quale Platone fa innanzitutto la difesa del suo maestro ed espone quella che secondo lui era la sua dottrina autentica; 2) una fase, detta "di trapasso", nella quale Platone si misura principalmente con le tesi dei suoi contemporanei e fa i conti con la cultura dei sofisti; 3) una fase della "maturità" o dei "dialoghi costruttivi", nella quale elabora le sue grandi tesi sui problemi della conoscenza, dell'etica e della politica; 4) un'ultima fase di dialoghi della "vecchiaia" o "dialettici", nella quale sottopone a critica alcune tesi espresse nelle fasi precedenti ed elabora inoltre interessanti idee logiche, politiche e cosmologiche. Oggi la critica è più o meno concorde nel prospettare il seguente ordine cronologico, tenendo presente tuttavia che all'interno di ogni gruppo di dialoghi non è possibile stabilire con precisione il posto di ciascuno di essi: 1) dialoghi scritti fra i 33 e i 40 anni, fra il 395 e il 388, ossia dopo la morte di Socrate e precedentemente al primo viaggio in Sicilia: Apologia di Socrate, Critone, Jone, Eutifrone, Carmide, Lachete, Liside, Alcibiade I, Alcibiade II (?), Ippia Maggiore, Ippia minore, Repubblica libro I, Protagora, Gorgia, Menesseno; 2) dialoghi scritti fra il 41 e i 61 anni fra il 387 e il 367, cioè dopo il primo viaggio in Sicilia e durante i primi lustri di vita dell'Accademia, della quale riflettono gli umori, le dispute, le discussioni, i programmi: Clitofonte (?), Menone, Fedone, Eutidemo, Simposio, Repubblica libri II-X, Cratilo, Fedro; 3) dialoghi scritti fra i 63 e i 67 anni, fra il 365 e il 361, cioè dopo il secondo viaggio in Sicilia e prima del terzo: Parmenide, Teeteto, Sofista; 4) dialoghi scritti fra i 68 e gli 80 anni, dal 360 al 348, cioè dopo l'ultimo viaggio in Sicilia e fino alla morte: Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi (in dodici libri); 5) la VII Lettera, scritta non prima del 353, anno della morte di Dione: al ritorno dall'ultimo viaggio in Sicilia, Platone incontra ad Olimpia Dione e cerca di dissuaderlo dal muovere guerra a Siracusa, ma Dione, ormai in rotta completa con il nipote, si impadronisce della città per qualche anno, finché non viene ucciso durante una congiura da un ateniese che si proclama autentico discepolo di Platone. La VII Lettera costituisce uno sguardo retrospettivo al significato ed al valore della propria filosofia, e nello stesso tempo una giustificazione del proprio impegno e della propria attività politica. Platone non aveva alcuna simpatia per la parola scritta: essa ingenera soltanto opinioni e non la vera scienza; questa si conquista con un processo dell'anima, tutto interno, e non comunicabile. Il discorso parlato può far accendere nell'anima dell'interlocutore la scintilla della conoscenza, ma perchè sa a chi si rivolge e a chi deve rivolgersi; il discorso scritto, rivolgendosi a tutti - capaci ed incapaci -, rischia di perdere il suo vero significato e quindi di fallire il suo scopo, e perciò "ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto". V'è un famoso passo del Fedro, nel quale Platone immagina che il faraone si rivolga al dio Theut, il mitico inventore dell'alfabeto, e cosí elenca i "misfatti" del discorso scritto:
La condanna della scrittura da parte di Platone - come probabilmente
da parte di Socrate - si spiega, oltre che con le ragioni "filosofiche",
anche con quelle "politiche" di una classe ancora fortemente
legata ad una cultura orale di stampo aristocratico ed ostile alla civiltà
della scrittura che si era espressa con il sorgere dei regimi democratici |
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