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CAPITOLO VI PLATONE: LA POLITICA, L'ANIMA E IL DISCORSO |
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1. Una vita tra politica e filosofia 2. Cosa, quando e come scrisse Platone 3. Come comunicare l'incomunicabile 4. Il problema è: avere coscienza di ciò che si dice. Ed è un problema politico A) IL DISCORSO SULLA POLITICA 5. La giustizia è una, nello stato e nell'uomo: ogni cosa al suo posto 6. Educazione e politica: i filosofi al governo 7. Il bene comune non è quello dei singoli B) IL DISCORSO SULL'ANIMA C) IL DISCORSO SUL DISCORSO 12. Il «tessuto logico» della realtà 13. Capovolgere anche tutto, se necessario, ma salvare il discorso
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13.
Capovolgere anche tutto, se necessario, ma salvare il discorso
Ma le critiche di Platone a Platone non finiscono qui. Più volte,
ma specialmente nel Fedone e nella Repubblica, Platone ha
insistito sulla netta separazione tra l'idea in sé e la molteplicità
delle cose che a quell'idea debbono essere riportate, la prima conoscibile
col puro pensiero e le seconde oggetto delle sensazioni, distinguendo
quindi anche razionalità da sensibilità, verità da
opinione. Con ciò stesso si poneva però il problema del
rapporto tra idea-ragione-verità e cose-senso-opinione.
Platone parla spesso di tre tipi fondamentali di rapporto, ma non ne chiarisce
mai a fondo il significato; inoltre il suo linguaggio, quando li illustra,
e molto più analogico che logico. Questi tipi di rapporto sono
la parousìa, la metessi e la mimesi. La parousìa
è la presenza: le idee sono presenti nelle cose e perciò
queste possono essere qualificate. La metessi è la
partecipazione: le cose partecipano delle idee (le cose belle del bello)
nel senso che ne lasciano intravvedere un qualche aspetto e perciò
vengono riconosciute e nominate. La mimesi è
l'imitazione: le cose imitano le idee nel senso che sono come una copia
rispetto all'originale, e quindi sempre imperfette, parziali, approssimative.
Nel Timeo addirittura Platone parla di un divino demiurgo
(= artefice), il quale plasma la materia informe imitando i modelli eterni
costituiti appunto dalle idee (da questo punto di vista, una volta di
più, l'arte dev'essere bandita dall'ottimo Stato: le arti figurative
infatti, imitando i corpi, naturali o artificiali, che a loro volta non
sono che imitazione delle vere realtà, e presentandosi quindi come
copie di copie, allontanano, invece che ravvicinare, l'uomo alla vera
conoscenza delle idee). Mimesi e metessi dunque, proprio perché
costituiscono delle analogie più che delle vere e proprie dimostrazioni,
non riescono a spiegare razionalmente il rapporto dell'idea (realtà
unica) con le cose (realtà molteplici); né tanto meno spiegano
i rapporti che pur intercorrono tra le idee stesse. A questo proposito,
nella Repubblica, Platone aveva istituito una nuova analogia, quella
dell'idea del bene col sole. Stabilito che la più alta disciplina
è quella che ha per oggetto l'idea del bene, ed assodate le enormi
difficoltà che si incontrano allorché si vuole definire
ed esporre che cosa è il bene in sé, Platone fonda la sua
analogia. Come il sole rende visibili gli oggetti sensibili, così
il bene permette di scorgere gli oggetti intelligibili, le idee; come
il sole, pur esercitando questa sua funzione, non può confondersi
o identificarsi con gli oggetti sensibili, così il bene non sarà
sullo stesso piano delle altre idee. Un'idea, quindi, che è la
condizione della intelligibilità delle altre idee; che, pur essendo
un'idea come tutte le altre, è un'idea della quale partecipano
tutte le altre.
Già questa ammissione - che la teoria delle idee non è
una teoria che possa dar conto di tutta la realtà - era grave;
ma le critiche incalzano. Se le cose (i molti oggetti belli, per esempio)
partecipano dell'idea (l'unica idea del bello), la singola cosa partecipa
di tutta l'idea o solo di una parte? Ambedue le ipotesi, naturalmente,
sono assurde. E poi: noi parliamo di cose grandi e di idea della grandezza,
ma dovremmo anche parlare di un'idea della grandezza presente nel nostro
pensiero (distinta dalla grandezza in sé) che ci permette appunto
di riconoscere le cose grandi; ma allora dovremmo pensare anche ad un'altra
grandezza, una grandezza che è nelle cose e ci permette appunto
di rapportare le cose alla nostra idea di grandezza e a quella che e in
sé. Così facendo, non ci sarà più naturalmente
una sola idea di grandezza, ma un'infinita. questo il cosiddetto "argomento
del terzo uomo", che sarà poi sfruttato da Aristotele per
le sue critiche alla dottrina platonica. Ma la maggiore difficoltà
che Platone vede nella propria dottrina è proprio in quella separazione
cui accennavamo prima: stabilita la divaricazione tra il piano delle idee
e il piano delle cose, questi due piani sarebbero sempre non comunicanti,
pur dovendo sempre correre paralleli: in altre parole, resta inspiegabile
la loro corrispondenza.
Si tratta, come si vede, di una metodologia estremamente complessa ed articolata, ben diversa dalla ricerca del "che cosa è" precedentemente indicata come l'unica via alla verità eterna ed immutabile; si tratta di un metodo che cerca di individuare con una procedura logico-matematica la molteplicità delle connessioni che legano ogni aspetto del reale a tutti gli altri, tenendo ferma d'altra parte la connessione, già affermata, tra logica e realtà: seguire le "nervature" della realtà e scoprire fin nei particolari il "tessuto logico", si rivela ora come un nuovo - ed ampissimo - campo d'indagine. Nel quale Platone si getta con nuovo giovanile entusiasmo, dimenticando i suoi settanta anni. Le prove di questa sua nuova attività sono gli ultimi dialoghi, capolavori di logica e di dialettica. Nel Sofista, si affronta di nuovo il rapporto errore-verità in relazione a quello apparire-essere, giungendo a conclusioni diverse da quelle del Fedone e della Repubblica. Come è possibile, infatti, che qualcosa appaia ma non sia? Se il parlare, il dire, si riferiscono sempre all'essere e il non-essere non può né esser pensato né esser detto, come aveva insegnato Parmenide, come possiamo poi sostenere che il sofista ci porta a pensare il falso, cioè qualcosa che non è? Se il non-essere non è, il falso non può essere pensato, ma non per questo aveva ragione Protagora. La soluzione è nel "parricidio" di Parmenide, il padre della logica e della filosofia: bisogna infatti pensare al non-essere come al "diverso". Se il non-essere è il diverso, l' altro da ciò che è, ciò che esiste relativamente, possiamo allora spiegarci la possibilità del discorso falso e dell'errore nel discorso: esiste un discorso vero che
La logica, dunque, e quindi la dialettica, e quindi la filosofia, sono
possibili: contro i Megarici, che ammettevano soltanto i "giudizi
identici", Platone ribadisce la validità della predicazione
e di un'arte che sappia scegliere quali generi si predicano, e di quali
altri, e quando possono essere predicati. Quest'arte è la dialettica,
il saper distinguere per generi, che appartiene solo al vero filosofo.
Sarebbe un errore, per esempio, distinguere il genere umano in Greci e in tutti gli altri (barbari), oppure il numero diecimila da un lato e tutti gli altri numeri dall'altro, invece che in maschi e femmine o in pari e dispari. Non basta quindi parlare di unità e di molteplicità - ribadisce ancora Platone nel Filebo - per dimostrare di essere sapienti: bisogna invece saper distinguere e conoscere tutte le divisioni che si succedono senza saltare alcun passaggio intermedio, e poi sempre ricapitolare e ricontrollare tutte le definizioni così ottenute. Come si vede, la revisione che Platone opera delle proprie dottrine è ampia e profonda: forse nessun altro filosofo ha mai criticato le proprie dottrine con tanto impegno e con tanta lucidità come ha fatto Platone. Se la violenza, la carica ironica, a volte perfino la cattiveria con cui Platone ha attaccato le teorie dei suoi predecessori e dei suoi contemporanei potevano darci fastidio, come ci può dare fastidio colui che è convinto di essere - egli solo - nella verità ed è convinto di dire - egli solo - l'unica parola di verità, non possiamo non restare ammirati di fronte ad un uomo che con tanto coraggio ed onestà intellettuali rimette in discussione tutte le tesi fondamentali del proprio pensiero e dichiara che, in fondo, nessun'idea è assolutamente sicura ed eternamente vera, nemmeno quelle in cui aveva creduto e per le quali si era battuto, credendo di trovarsi "nella verità". La lezione più profonda che ci viene allora da Platone e che bisogna credere e combattere per la verità, ma bisogna anche avere il coraggio di "verificarla" continuamente con la realtà, bisogna anche avere il coraggio di abbandonarla, se quella verità non si dimostra più idonea a rendere conto della vita. Perché la differenza fondamentale tra la filosofia e la religione è proprio questa: che chi si affida alla rivelazione divina viaggia più sicuro e meno pericolosamente, chi invece cerca la propria soluzione attraversa, a proprio rischio, il mare della vita:
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