STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO VI

PLATONE: LA POLITICA, L'ANIMA E IL DISCORSO

1. Una vita tra politica e filosofia

2. Cosa, quando e come scrisse Platone

3. Come comunicare l'incomunicabile

4. Il problema è: avere coscienza di ciò che si dice. Ed è un problema politico

A) IL DISCORSO SULLA POLITICA

5. La giustizia è una, nello stato e nell'uomo: ogni cosa al suo posto

6. Educazione e politica: i filosofi al governo

7. Il bene comune non è quello dei singoli

B) IL DISCORSO SULL'ANIMA

8. L'anima è una pura idea?

9. L'anima e il movimento.

10. Piacere, amore e morte.

C) IL DISCORSO SUL DISCORSO

11. La linea e la caverna

12. Il «tessuto logico» della realtà

13. Capovolgere anche tutto, se necessario, ma salvare il discorso

 

12. Il "tessuto logico" della realtà

Il senso e la portata della teoria delle idee platonica appaiono ora chiari: per un verso, essa risponde alle esigenze fatte valere dalle filosofie presocratiche e ne costituisce la polemica contrapposizione Contro i sofisti e la loro concezione democratica della cultura, nella Repubblica Platone ribadisce l'impossibilità che la moltitudine sia filosofa: chi per natura sarebbe portato alla vera filosofia, in quell'ambiente si corrompe, anche per il desiderio di compiacere alla folla degli indegni seguaci della filosofia. Contro i sofisti e la loro concezione della retorica come filosofia del concreto, nel Fedro Platone ribadisce che per ben parlare e per ben scrivere è indispensabile conoscere la verità: se la retorica è persuasione indipendentemente da ciò di cui si vuol persuadere, bisognerebbe esser certi che la retorica è un'arte. In effetti la retorica ha tanto maggior peso quanto più è opinabile e incerto il suo oggetto; anche la retorica come semplice arte del contendere nei tribunali e nelle assemblee è utilizzabile solo se si conosce la verità su ciò di cui si parla: l'opinione, dunque, deve cedere alla verità, la retorica alla dialettica. Contro i sofisti e la loro esigenza di valorizzare il discorso migliore tra una pluralità di discorsi possibili, nel Fedone Platone ribadisce l'esigenza di far prevalere il discorso vero in sé:

Quando uno ripone la sua fiducia in qualche ragionamento con la persuasione che sia vero, ma senza ch'egli abbia alcuna conoscenza dell'arte del ragionare; e poi, poco dopo, si metta in capo che codesto ragionamento è falso - e talora è realmente falso, talora non lo è-; e poi di nuovo gli sembri diverso da prima, e poi ancora diverso e così via... Ora tu sai bene che sono precisamente quei tali che perdono il loro tempo a ragionare pro e contro, i quali finiscono col credere di essere essi soli divenuti sapientissimi e di aver capito essi soli che di tutte le cose di questo mondo non ce n'è una che sia sicura e salda, e così neanche dei ragionamenti... Ebbene, è una condizione lamentevole questa, di uno che, pur essendoci qualche ragionamento vero e saldo e di cui sia pur possibile capire che è vero e saldo, non già incolpasse sé medesimo e la sua particolare imperizia, ma finisse col respingere da sé quella ch'è unicamente sua colpa e la gettasse addosso ai ragionamenti stessi... Per prima cosa dunque, dobbiamo stare attenti a questo, e non lasciare che si faccia strada nel nostro animo il pensiero che il male abbia da essere nei ragionamenti; ma pensiamo piuttosto che gli ammalati siamo noi... Perché anch'io corro il rischio di non comportarmi da vero filosofo, bensì di voler aver ragione ad ogni costo, come quei tali che di educazione filosofica sono privi del tutto.
Anche costoro, quando discutono intorno a qualche argomento, non si curano già di ricercare dove sia realmente la verità, bensì di far apparire vere a chi discute con loro le questioni che essi pongono. Ora io credo che, nel momento presente, la mia diversità da costoro sia solamente questa: in quanto cioè io non mi darò pensiero che appaiano vere a voi le cose che io sto per dire, ma che appaiano vere a me prima che a ogni altro. E voi, se mi date ascolto, dovete preoccuparvi ben poco di Socrate e molto di più invece della verità: e così, se vi pare che io dica il vero, datemi il vostro consenso; se non vi pare, datemi contro con ogni vostro argomento, e state attenti che io, per troppo amore alla mia dimostrazione, non inganni me stesso e voi. (Fedone 90 b - 91 c)

Sono sintomatiche in questo passo, da un lato, la riaffermazione della fiducia nel discorso e nella ricerca, contro gli esiti scettici del relativismo non tanto dei sofisti quanto di alcuni "socratici", particolarmente i cinici (contro cioè la misologia, l'odio per il discorso, la sfiducia nel discorso come metodo per giungere alla verità); dall'altro lato la riaffermazione di una verità in sé, e quindi di un discorso vero in se stesso che deve prevalere: e di discorso vero - contro Protagora - ce n'è sempre uno solo. Contro, inoltre, le scienze della natura, sempre nel Fedone, Platone ribadisce la loro incapacità a spiegare realmente il mondo naturale ed il problema fondamentale che esso pone, quello della nascita e della morte; perfino la dottrina di un Anassagora, che a prima vista sembrerebbe distaccarsi dalle altre per l'ammissione di un nous, di un intelletto ordinatore, rivela alla fine la sua insufficienza a proposito del problema delle cause: le vere cause sono infatti le idee, realtà in sè autonome ed autosufficienti, di cui le cose visibili partecipano. E infine, contro la pretesa delle scienze - in particolare da Prodico - di dar ragione e di spiegare e di razionalizzare i miti e le religioni tradizionali, nel Fedro Platone ribadisce l'inutilità per il filosofo di soffermarsi su questi problemi, a spiegare i quali bastano le credenze popolari, ed il suo dovere di concentrarsi sul problema fondamentale, la conoscenza dell'anima:

Ed io non ho certo tempo per queste occupazioni; ed eccone la ragione, mio caro: che non riesco ancora a conoscere me stesso come vuole il motto delfico. Mi sembra ridicolo che io, mentre sono ancora all'oscuro di questo, mi ponga ad indagare problemi che mi stanno di fuori. Donde, lasciando perdere queste storie e pago dell'opinione comune su di esse, lo ripeto, vado indagando non quelle, ma me stesso. (Fedro 229 e - 230 a)

Per un altro verso , la vera conoscenza, la conoscenza delle idee non appariva allo stesso Platone nè come qualcosa di facilmente raggiungibile, nè come un fatto semplice in se stesso: era al contrario qualcosa di estremamente complesso e che comportava forse maggiori problemi di quanti ne riuscisse a risolvere. Innanzitutto, il metodo dialettico, che era il metodo per eccellenza proprio del filosofo che Platone aveva caratterizzato nella Repubblica come quello di farci giungere al «ciò che è» delle cose, si domostrava ora molto più complesso di quanto potesse apparire. In primo luogo esso si dimostra non più semplice ma duplice, diviso com'è in due procedimenti altrettanti essenziali, quello unificante e quello diairetico (= che divide). I due processi sono infatti:

Uno: abbracciare in uno sguardo d'insieme e ricondurre ad un'unica idea ciò che è molteplice e disseminato affinchè definendo ciascun aspetto si attinga chiarezza intorno a ciò di cui s'intende ogni volta insegnare... L'altro sonsiste nella capacità di smembrare l'oggetto in specie, seguendo le nervature naturali, gurdandosi dal lacerarne alcuna parte come potrebbe fare un cattivo macellaio. (Fedro 265 d-e)

Inoltre il metodo dialettoco che, ancora nel Filebo come già nella Repubblica, dimostra la sua superiorità sugli altri perchè si occupa di

ciò che è, ciò che è realmente e che per natura è sempre identico a se stesso, (Filebo 58 a)

mentre non si da scienza alcuna di

ciò che diviene, che diverrà, che è divenuto, ciò di cui nulla mai è stato identico a se stesso, non lo sarà, non lo è nel momento presente (non v'è dunque scienza alcuna che, relativamente a tali cose come possa cogliere la verità assoluta); (Filebo 59a-b)

Questo stesso metodo dialettico, nel Fedro, appare collegato all'esperienza e al metodo delle scienze così come avviene per la medicina e per la retorica quando cessano di essere scienze apparenti e si prendono realmente cura, secondo verità, del nostro corpo e della nostra anime. Appaiono qui rivalutati, cioè, una scienza ed un metodo del verosimile, anche se del verosimile non si può parlare se non si possiede la verità. Infine, nel Sofista, Platone definisce più tecnicamente il metodo dialettico come l'arte di individuare ed isolare le «note caratteristiche» della realtà: le idee diventano così i «generi» del reale nel senso di ciò che fondamentalmente può essere predicato sul piano logico di ogni aspetto della realtà:

Il suddividere per generi appartiene alla scienza della dialettica. Dunque chi è capace di fare questo è anche in grado di distinguere con esattezza una determinata ed unica nota caratteristica del realre fra molte altre di cui ciascuna sta come unità separata dalle altre e così molte diverse fra loro tutte circondate dal di fuori da una sola, e poi una sola di queste che inerisce con continuità amolte totalità di esse ed è in se stessa un'unità continua e ancora molte, distinte e assolutamente non collegate fra loro. Questo è in fin dei conti il saper distinguere per generi, e questa arte dialettica a nessun altro può essere attribuita che al puro è vero filosofo. (Sofista 253 d-e)

In questo senso, il filosofo che opera questo «riconoscimento» sul piano logico della realtà attraverso i quattro tipi di processo ora descritti, può giungere al cuore della realtà perchè «mediante i suoi ragionamenti si stringe alla natura propria di ciò che è». In altre parole, solo quando è giunto a cogliere con la dialettica le connessioni e le «nervature» della realtà, il filosofo può dirsi veramente tale: egli non riconoscerà all'ora la distinzione e allo stesso tempo la connessione che sussistono tra l'essere il pensiero e il linguaggio:

Una cosa è l'essere, una cosa è il discorso che da la definizione dell'essere, una cosa è il nome. (Leggi 895 d)

Si pariva così, nell'ultimo Platone, una prospettiva notevolmente diversa a proposito della teoria delle idee: non più le idee come modelli eterni ed immutabili, essenze «divine» della realtà, anzi "vera" realtà - la realtà dell'essere - di fronte all'ingannevole realtà delle cose finite e mutevoli - la realtà dell'apparire; bensì le idee come le realtà mentali pensabili ed intelligibili, come i "modelli" discorsivi della realtà, come le "definizioni" dell'essere che sole permettono da un lato la conoscibilità della realtà e dall'altro lato il linguaggio umano delle scienze. Le "idee", quindi, come il tessuto logico della realtà.
Questa dualità di prospettive che oggettivamente offriva la dottrina platonica farà si che a Platone si richiameranno nel corso dei secoli sia le filosofie privilegianti atteggiamenti mistici o religiosi o metafisici, sia le filosofie privilegianti atteggiamenti razionalistici e scientifici: saranno proprio infatti le discussioni logico-scientifiche che si svolgono nell'Accademia in questi ultimi anni di Platone, e che tanta eco hanno in dialoghi come il Sofista, il Parmenide, il Politico, ad esercitare una grande influenza sul giovane allievo di Platone, Aristotele; e sarà proprio attraverso le rielaborazioni logiche di Aristotele che questi spunti platonici passeranno nella cultura scientifica occidentale e la informeranno per secoli e secoli.

dietro - avanti

inizio capitolo


Indice