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1. I testimoni e i fatti
2. Le accuse e le difese
3. Una morte significativa o una sopravvivenza
leggendaria?
4. Meglio «vivere da cani» ?
5. Le insidie del linguaggio
6. Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione
della morte
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6.
Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione della morte
La svalutazione della conoscenza della natura, le tesi convenzionalistiche
delle leggi e della morale, il privilegiamento dell'etica e della "filosofia
morale", sono le caratteristiche anche dell'altra scuola socratica,
quella fondata da Aristippo di Cirene (nato intorno al 435) e perciò
detta cirenaica.
Le emozioni sono percepibili, e non ciò da cui esse derivano.
Tralasciavano l'indagine sulla natura per la sua evidente incomprensibiIità,
mentre si applicavano alla logica per la sua utilità. Nulla è
giusto o bello o brutto per natura, ma solo per convenzione e consuetudine.
(Diog. Laer. II, 92)
I Cirenaici negano che vi sia qualcosa che possa essere percepito dall'esterno,
ma affermano di percepire solo quelle cose che sentono con il senso
interno, come il dolore e il piacere. (Cicerone, Accademica priora II
24,76)
Dolore e piacere, dunque, sono i due "movimenti" fondamentali
dell'anima, il primo forte, il secondo lieve: il primo è
dunque da rifuggire, il secondo da ricercare. II piacere è quindi
il fine ultimo della vita, il piacere vissuto attimo per attimo e non
quello della memoria o dell'aspettativa (come vorrà Epicuro; cfr.
cap. VIII), e la felicità non è che la confluenza dei singoli
piaceri.
Il piacere particolare può essere scelto di per se stesso, mentre
la felicità non può esserlo per se stessa, ma attraverso
i piaceri particolari. Indizio che il piacere sia fine è il fatto
che ci diventa familiare fin da quando siamo fanciulli senza alcuna
nostra scelta, ma per se stesso, e quando ci capita non cerchiamo niente
altro, e nulla cosí fuggiamo come il suo contrario, il dolore.
(Diog. Laer. II 88)
Ma un piacere perseguito di per se stesso, senza nessuna preoccupazione
di coordinamento con altri, si rivela ben presto illusorio: la somma dei
piaceri della vita d'un uomo è di gran lunga inferiore alla somma
dei suoi dolori. È questa la conseguenza che tirerà dalle
dottrine di Aristippo un suo discepolo, EGESIA, tra la fine del IV e l'inizio
del III secolo a.C. Per Egesia,
la felicità è del tutto impossibile: il corpo infatti
è pieno di mille sofferenze, l'anima soffre col corpo ed è
turbata, e la sorte rende vane molte cose da noi sperate: sicché
la felicità è irrealizzabile. Perciò il sapiente
non si affannerà nel procurarsi i beni ma nell'evitare i mali,
il che si realizza con uno stato d'animo d'indifferenza per ciò
che produce il piacere. (Diog. Laer II 93-95)
Diceva anche che la vita è piacevole per gli sciocchi, mentre
per il saggio piacevole è la morte, sí che alcuni per
questo lo chiamavano "persuasor di morte".
(Epifanio, Contro gli eretici, III,2,9)
Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione della morte, massimo piacere:
è questa la parabola percorsa dalla dottrina cirenaica: un'ulteriore
testimonianza della crisi dei valori della polis. Il saggio non è
piú il cittadino attivo che, all'interno della sua città,
promuove un programma in cui ricerca scientifica, indagine filosofica,
vita morale e civile, siano strettamente fuse, com'era stato per Parmenide,
Empedocle, Protagora, Anassagora; il saggio è ormai l'uomo che
si rinchiude in se stesso alla ricerca di una improbabile felicità,
scettico soprattutto nei confronti della validità dei valori di
una città che ormai non sente piú costruita a sua misura.
L'evasione dalla città, l'indifferenza per i suoi valori (perché
la libertà ormai non si realizza piú al suo interno), il
disprezzo delle norme di convivenza sociale, sono caratteristiche anche
della scuola cirenaica, come si può vedere dalla dottrina di Aristippo:
Io, disse Aristippo, non mi colloco certo nella schiera di coloro che
vogliono comandare; quanto a me, mi colloco tra coloro che vogliono
trascorrere la vita nella maniera piú facile e piacevole possibile...
La mia via non passa né per il comando né per la servitù,
ma per la libertà, ed è quella che meglio porta alla felicità.
Non mi rinchiudo in nessuna città, ma ovunque sono forestiero;
(Senofonte, Memorabili II 1,8-13)
e da quella di un altro suo discepolo, TEODORO detto l'ateo:
Diceva anche che è ragionevole che l'uomo di valore non si sacrifichi
per la patria poiché è sconsiderato gettare via la propria
saggezza per l'utilità degli insensati. La patria è il
mondo; è lecito rubare, commettere adulterio e compiere sacrilegi,
ma al momento opportuno: nessuna di queste cose infatti è turpe
per natura, una volta che sia stata rimossa la valutazione che è
stata legata a quelle cose per tenere insieme gli stolti. Apertamente
il saggio farà uso delle cose che brama, senza alcuna esitazione.
(Diog. Laer. II 98-99)
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