STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO V

IL «PROBLEMA» SOCRATE E LE SUE SOLUZIONI

1. I testimoni e i fatti

2. Le accuse e le difese

3. Una morte significativa o una sopravvivenza leggendaria?

4. Meglio «vivere da cani» ?

5. Le insidie del linguaggio

6. Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione della morte

5. Le insidie del linguaggio

Pochissimo si sa di Euclide di Megara, il fondatore della scuola megarica, un'altra delle scuole post-socratiche, o socratiche "minori", come furono chiamate in rapporto a quella di Platone; sappiamo che alla morte del maestro accolse presso di sé i discepoli di Socrate, fuoriusciti da Atene per timore di rappresaglie, e che fu molto sensibile anche all'atteggiamento parmenideo. Il bene, infatti, secondo Euclide, è uno, anche se acquista vari nomi: ogni discorso, quindi, che non faccia riferimento a quest'unico essere è un discorso vuoto, che si sforza invano di definire ciò che non è:

Euclide diceva che uno è il bene, chiamato con molti nomi: a volte saggezza, a volte dio, altre volte intelletto e in altri modi ancora. Egli eliminava ciò che è opposto al bene, dicendo che è non essere. Criticava le dimostrazioni attaccandone non le premesse, ma la conclusione. Rifiutava anche il procedimento comparativo, dicendo che esso si avvale di simili o di dissimili; se si tratta di simili, è meglio guardare le cose stesse, che quelle cui sono simili; se si tratta di dissimili, I'accostamento è superfluo. (Diog. Laer. II, 106)

Il grande rigore logico delle dimostrazioni, ma anche la capacità di avvalersi dei trucchi propri del linguaggio e dei giochi di parole, furono una delle caratteristiche salienti della scuola megarica. Un discepolo di Euclide, EUBULIDE DI MILETO, sempre nel IV secolo a.C., fu famoso in tutta l'antichità per i suoi "argomenti dialettici", nei quali faceva grande uso di questo tipo di tecnica confutatoria. Eccone alcuni esempi

Se tu dici di mentire e dici che questo è vero, menti o dici il vero?
(Cicerone, Academica priora, II, 20)

Conosci l'uomo che si avvicina ed è incappucciato? No. Se gli togliamo il cappuccio, lo riconosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona. (Alessandro di Afrodisia, Commento agli Elenchi sofistici, 62)

Suppongo che tu affermi o neghi di avere o non avere tutto ciò che non hai perduto; qualunque cosa si risponda, è una rovina. Infatti, se si nega di avere ciò che non si è perso, si conclude che non si hanno gli occhi, che non si sono persi; se, invece, si risponde di avere ciò che non si è perso, si conclude che si hanno le corna, che non si sono perse. (Gellio, Notti attiche, XVI, 2)

Ma la dialettica (cioè l'arte del discutere) megarica non si esercitava soltanto in questi virtuosismi linguistici e in questi ragionamenti capziosi; essa svolse anche un'accesa polemica contro le dottrine trionfanti di Platone e di Aristotele, e specialmente contro i loro presupposti che il linguaggio fosse sempre in grado di tradurre in enunciati scientifici la realtà. In questa direzione acquista importanza la polemica megarica contro il concetto di possibilità:

Ci sono alcuni i quali, come i Megarici, dicono che solo quando una cosa è in atto può essere, mentre quando non è in atto non può neppure essere. Per esempio, chi non sta costruendo non può costruire, ma è un costruttore solo quando sta costruendo. (Aristotele, Metafisica 1046 b 29)

L'argomento contro il concetto di possibilità fu particolarmente sviluppato da DIODORO CRONO, un allievo di Eubulide, morto intorno al 307 a.C., che riprese e sviluppò gli antichi paradossi zenoniani contro il movimento. Socratismo ed eleatismo si fondevano dunque in funzione essenzialmente antiplatonica ed antiaristotelica. Contro la teoria del giudizio di Aristotele, e in particolare contro la possibiIità di predicare un termine qualsiasi di un altro, si muoveva anche STILPONE Di MEGARA, un altro allievo di Eubulide:

Se predichiamo il correre di un cavallo, egli dice che il predicato non è identico al soggetto di cui si predica; l'essere del cavallo differisce infatti dall'essere del correre, perché se siamo richiesti della definizione dell'uno e dell'altro, non diamo la stessa risposta. Cosí anche la definizione dell'essenza necessaria di un uomo è diversa da quella di buono. D'onde deriva che sbagliano quelli che predicano i due termini uno dell'altro; se sono identici infatti il buono e l'essere uomo, il correre e l'essere cavallo, come potremo predicare il buono anche del cibo e della medicina e il correre del leone e del cane? Ma se sono diversi non è corretto dire che l'uomo è buono e il cavallo corre. (Plutarco, Contro Colote, 23, 1120a)

Stilpone fu famosissimo al suo tempo e accolse alla sua scuola anche allievi di altri filosofi: tra i suoi discepoli vi fu anche Zenone di Cizio, il fondatore dello stoicismo (vedi il cap. VIII). Fatto sta che, nel campo etico, le teorie dei Megarici proclamanti l'apatia, cioè la vittoria e il dominio sulle passioni e sul dolore, si confondevano sempre di piú con quelle dei Cinici, ed entrambe saranno ben presto assorbite dallo stoicismo.

Minore importanza, e forse anche perché non ne sappiamo quasi nulla, ebbe la scuola di FEDONE DI ELIDE (un altro scolaro di Socrate), trasportata poi ad Eretria dal suo discepolo Menedemo.

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