STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO V

IL «PROBLEMA» SOCRATE E LE SUE SOLUZIONI

1. I testimoni e i fatti

2. Le accuse e le difese

3. Una morte significativa o una sopravvivenza leggendaria?

4. Meglio «vivere da cani» ?

5. Le insidie del linguaggio

6. Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione della morte

4. Meglio "vivere da cani"?

Dopo la morte di Socrate, la "filosofia socratica" fu insegnata ad Atene (da dove - unico tra i discepoli - non si era allontanato) da Antistene (444-365) Questi fondò una sua scuola, che fu chiamata "cinica" perché i suoi seguaci predicavano e conducevano una vita sciolta da qualsiasi vincolo familiare o politico, al di fuori di tutte le convenzioni sociali: una vita, insomma, simile a quella dei cani ("cinico" forse da kyon = cane) che sono appunto liberi da qualsiasi legame, e pienamente autosufficiente. La scuola aveva sede nel ginnasio di Cinosarge (= dell'agile cane) in Atene, ed i suoi piú famosi seguaci furono DIOGENE DI SINOPE, CRATETE, METROCLE e, nel III secolo, MENEDEMO e MENIPPO. I Cinici furono i rappresentanti di una filosofia "popolare" che continuò a sussistere per molto tempo nell'ambito della cultura greca ed ispirò anche generi letterari, tra i quali famosa fu la satira; anche quando i loro insegnamenti confluirono particolarmente nelle dottrine digli Stoici (a partire dalla fine del IV secolo a.C.), l'atteggiamento "cinico" rappresentò sempre l'anima popolare dello stoicismo, parallela e contrapposta all'ispirazione aristocratica e colta di quella scuola.
Antistene fu in polemica piuttosto accesa con Platone, che contemporaneamente a lui si proclamava l'autentico rappresentante della dottrina socratica, e fu aspramente criticato poi da Aristotele. Egli sosteneva che non è possibile costruire un discorso conoscitivo sulla realtà, che è fatta di tante entità individuali irriducibili l'una all'altra; ogni entità ha un proprio nome, che è l'unico "segno" che di essa noi abbiamo a disposizione:

Antistene rozzamente credeva che nulla si potesse dire se non il nome proprio delle cose, un nome per ciascuna cosa. (Aristotele, Metafisica 1024 b 32)

Perciò non è possibile costruire un discorso scientifico sulle cose, perché di ciascuna di esse possiamo dire soltanto che è se stessa: l'albero è albero, il bue è bue, e cosí via. Le scienze sono quindi finzioni, e per di piú inutili:

Diogene diceva che la musica, la geometria, I'astronomia e le altre discipline di questo genere devono essere trascurate, perché inutili e non necessarie.
(Diogene Laerzio Vl, 73)

La cosa piú importante per l'uomo è invece la ricerca della felicità, che è conseguibile solo attraverso l'esercizio della virtù, e virtuoso è l'uomo che non ha bisogno di nulla, che disprezza i piaceri e le comodità, che vive "secondo natura" e in completa autosufficienza, che affronta - come Ercole - disagio e fatica per realizzare il solo vero bene, la libertà.

La virtù è sufficiente, da sola, per il raggiungimento della felicità, e non ha bisogno di niente altro. La virtù è propria delle opere, e non ha bisogno né di molti discorsi né di nozioni. Il sapiente è autosufficiente: tutte le cose degli altri sono sue. Il sapiente non si regola secondo le leggi stabilite dalle comunità politiche, ma secondo la legge della virtù. (Diogene Laerzio Vl, 10)

La polemica sofistica (pare che Antistene sia stato allievo di Gorgia, oltre che il Socrate) contro la convenzionalità delle leggi si trasforma così nei Cinici in un rifiuto totale delle regole della convivenza sociale e politica:

Diceva queste cose, ma dava anche l'esempio facendole: di fatto falsificava monete, non concedendo nulla né alle regole morali, né a quelle naturali. Egli diceva di vivere secondo il modello di vita che era stato proprio di Ercole, senza dare la preferenza a nulla rispetto alla libertà. (Diog. Laer. Vl,71)

La crisi dei valori politici e morali della città (quella crisi che era alle spalle dei tentativi di restaurare l'ideologia democratica condannando Socrate, ed era d'altro canto anche alle spalle della stessa critica socratica agli ordinamenti democratici) trova così nella filosofia "socratica" dei Cinici una prima tipica espressione: il cinico che non crede piú nel regime democratico, ma nemmeno in quello aristocratico, trova troppo angusto per realizzare la sua "virtù" lo spazio offertogli dalla polis, per lui

la sola vera città è quella che coincide con il mondo. (Diog. Laer. Vl,72)

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