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CAPITOLO V IL «PROBLEMA» SOCRATE E LE SUE SOLUZIONI |
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| 3.
Una morte significativa o una sopravvivenza leggendaria?
Allora: se la vita di Socrate, per quel tanto di sicuro che di essa possiamo ricostruire, fu quella di un tipico ateniese delle classi medie nell'età periclea e post-periclea, e se della sua filosofia non possiamo dir nulla di storicamente accertabile, come mai di Socrate è piena la storiografia filosofica, dai suoi tempi fino ad oggi? Qualche studioso ha risposto a questa domanda sostenendo che se la vita di Socrate non fu molto significativa, significativa fu invece la sua morte. Infatti Socrate è diventato, in virtù della sua morte, il prototipo dell'«eroe del pensiero»: un uomo che non si piega mai - solo qualunque regime - al compromesso con la sua coscienza, che non rinuncia alle proprie idee anche quando queste divengono mal accette alla maggioranza, che infine è disposto a sacrificare anche la propria vita per affermare la libertà di pensiero e di parola. Senonchè anche quest'immagine di Socrate si è rivelata una costruzione a posteriori, a partire dai suoi discepoli immediati, ripresa ogni volta che in situazioni ed in epoche diverse si sentiva il bisogno di riaffermare quegli ideali rifacendosi ad una figura emblematica del passato, piuttosto che ad una realtà storica. È un fatto che per molto tempo si è ritenuta inspiegabile
la morte di Socrate. Come mai in un regime di restaurata democrazia, nella
quale per di piú si era affermata più volte la volontà
di non esacerbare gli animi, di conciliare le fazioni e i partiti opposti
all'interno di una città che usciva abbastanza provata da un lungo
periodo di guerre e di agitazioni interne si potè mandare a morte
un cittadino cosí esemplare e dotato di tutte le virtù come
Socrate? Questa inspiegabilità, però, era dovuta principalmente
alle versioni che della sua morte ci hanno tramandato Platone e gli altri
esaltatori di Socrate, e specialmente aI fatto che gli uni e gli altri
ci dicono anche che gli Ateniesi subito si pentirono di questa loro decisione.
In realtà oggi la critica piú attenta ha dimostrato che
il processo e la morte di Socrate non furono affatto degli eventi "strani"
ed in indecifrabili, ma che si inscrivevano pienamente proprio nella logica
di regime democratico che voleva ricostruire un'unità politica
e spirituale all'interno della città. Uno studioso inglese scrive
che fu principalmente "la differenza suscitata dai rapporti di Socrate
con i "traditori" che spinse i capi della restaurata democrazia
a sottoporlo a processo nel 400-399. Alcibiade e Crizia erano morti entrambi,
ma i democratici non si sentivano aI sicuro finchè l'uomo che s'immaginava
avesse ispirato i loro tradimenti esercitava ancora influenza sulla vita
pubblica" (Taylor). Certo è che Socrate non fu affatto quell'uomo
"al di sopra delle parti, dedito unicamente alla ricerca della verità,
come suoi difensori tentarono poi di descriverlo. Se noi mettiamo insieme
le indicazioni di Platone (nel Protagora, nel Gorgia e nel
Politico) e di Senofonte, nonché la violenta polemica antipericlea
contenuta nel'Aspasia di Antistene, possiamo essere certi che la
critica radicale alla democrazia, all'incompetenza dell'assemblea, ai
principali esponenti della politica ateniese (Milziade, Temistocle Cimone,
Pericle, ecc) fosse già propri di Socrate" (Giannantoni). Si può supporre, comunque, ragionevolmente, che né gli
accusatori né il tribunale volessero la morte di Socrate. In base
alle stesse notizie che ci offre Platone ed alle norme che conosciamo
del diritto attico, Socrate avrebbe potuto avere salva la vita se avesse
riconosciuto la sua colpa, avesse pagato un'ammenda simbolica e fosse
andato in esilio da Atene. Ma questo Socrate non volle: anche se la sua
difesa non fu una deliberata provocazione del tribunale, come vorrebbe
Senofonte, il suo discorso (una riaffermazione dei principi ispiratori
della sua vita) ed il suo atteggiamento (rifiuto di usufruire della difesa
di un "avvocato" e di ricorrere ad espedienti per commuovere
i giudici, come non solo era consueto, ma era ammesso dalla stessa procedura
penale) furono oggettivamente una sfida ai giudici. Se coerente fu Socrate,
lo fu infatti anche in questo suo non riconoscere alle istituzioni democratiche
alcun diritto di giudicare; probabilmente, egli volle anche "consegnare
il suo cadavere sulle braccia dei democratici che lo avevano condannato.
Perché Ia sua morte, mantenendo indefinitivamente aperta la discussione
sul esempio e sulla sua parola, avrebbe dimostrato nel fatto Ia malvagità
del governo popolare" (Montuori) e la sua mala fede nel dichiarare
pacificazione e comprensione. |
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