STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO V

IL «PROBLEMA» SOCRATE E LE SUE SOLUZIONI

1. I testimoni e i fatti

2. Le accuse e le difese

3. Una morte significativa o una sopravvivenza leggendaria?

4. Meglio «vivere da cani» ?

5. Le insidie del linguaggio

6. Dall'esaltazione del piacere all'esaltazione della morte

3. Una morte significativa o una sopravvivenza leggendaria?

Allora: se la vita di Socrate, per quel tanto di sicuro che di essa possiamo ricostruire, fu quella di un tipico ateniese delle classi medie nell'età periclea e post-periclea, e se della sua filosofia non possiamo dir nulla di storicamente accertabile, come mai di Socrate è piena la storiografia filosofica, dai suoi tempi fino ad oggi? Qualche studioso ha risposto a questa domanda sostenendo che se la vita di Socrate non fu molto significativa, significativa fu invece la sua morte. Infatti Socrate è diventato, in virtù della sua morte, il prototipo dell'«eroe del pensiero»: un uomo che non si piega mai - solo qualunque regime - al compromesso con la sua coscienza, che non rinuncia alle proprie idee anche quando queste divengono mal accette alla maggioranza, che infine è disposto a sacrificare anche la propria vita per affermare la libertà di pensiero e di parola. Senonchè anche quest'immagine di Socrate si è rivelata una costruzione a posteriori, a partire dai suoi discepoli immediati, ripresa ogni volta che in situazioni ed in epoche diverse si sentiva il bisogno di riaffermare quegli ideali rifacendosi ad una figura emblematica del passato, piuttosto che ad una realtà storica.

È un fatto che per molto tempo si è ritenuta inspiegabile la morte di Socrate. Come mai in un regime di restaurata democrazia, nella quale per di piú si era affermata più volte la volontà di non esacerbare gli animi, di conciliare le fazioni e i partiti opposti all'interno di una città che usciva abbastanza provata da un lungo periodo di guerre e di agitazioni interne si potè mandare a morte un cittadino cosí esemplare e dotato di tutte le virtù come Socrate? Questa inspiegabilità, però, era dovuta principalmente alle versioni che della sua morte ci hanno tramandato Platone e gli altri esaltatori di Socrate, e specialmente aI fatto che gli uni e gli altri ci dicono anche che gli Ateniesi subito si pentirono di questa loro decisione. In realtà oggi la critica piú attenta ha dimostrato che il processo e la morte di Socrate non furono affatto degli eventi "strani" ed in indecifrabili, ma che si inscrivevano pienamente proprio nella logica di regime democratico che voleva ricostruire un'unità politica e spirituale all'interno della città. Uno studioso inglese scrive che fu principalmente "la differenza suscitata dai rapporti di Socrate con i "traditori" che spinse i capi della restaurata democrazia a sottoporlo a processo nel 400-399. Alcibiade e Crizia erano morti entrambi, ma i democratici non si sentivano aI sicuro finchè l'uomo che s'immaginava avesse ispirato i loro tradimenti esercitava ancora influenza sulla vita pubblica" (Taylor). Certo è che Socrate non fu affatto quell'uomo "al di sopra delle parti, dedito unicamente alla ricerca della verità, come suoi difensori tentarono poi di descriverlo. Se noi mettiamo insieme le indicazioni di Platone (nel Protagora, nel Gorgia e nel Politico) e di Senofonte, nonché la violenta polemica antipericlea contenuta nel'Aspasia di Antistene, possiamo essere certi che la critica radicale alla democrazia, all'incompetenza dell'assemblea, ai principali esponenti della politica ateniese (Milziade, Temistocle Cimone, Pericle, ecc) fosse già propri di Socrate" (Giannantoni).
Un Socrate dunque che, se non era un capo politico in senso stretto, era tuttavia strettamente legato al partito oligarchico, ai suoi capi più importanti, come Alcibiade e Crizia, ed a quei circoli filosofico politici di ispirazione conservatrice e di matrice culturale pitagorica che in Atene a quel tempo erano presenti ed attivi. Il che ci è testimoniato dallo stesso Platone, che ci parla degli allievi pitagorici di Socrate e dei loro sforzi per liberarlo durante la prigionia, in attesa prima del processo e poi dell'esecuzione della condanna.

Si può supporre, comunque, ragionevolmente, che né gli accusatori né il tribunale volessero la morte di Socrate. In base alle stesse notizie che ci offre Platone ed alle norme che conosciamo del diritto attico, Socrate avrebbe potuto avere salva la vita se avesse riconosciuto la sua colpa, avesse pagato un'ammenda simbolica e fosse andato in esilio da Atene. Ma questo Socrate non volle: anche se la sua difesa non fu una deliberata provocazione del tribunale, come vorrebbe Senofonte, il suo discorso (una riaffermazione dei principi ispiratori della sua vita) ed il suo atteggiamento (rifiuto di usufruire della difesa di un "avvocato" e di ricorrere ad espedienti per commuovere i giudici, come non solo era consueto, ma era ammesso dalla stessa procedura penale) furono oggettivamente una sfida ai giudici. Se coerente fu Socrate, lo fu infatti anche in questo suo non riconoscere alle istituzioni democratiche alcun diritto di giudicare; probabilmente, egli volle anche "consegnare il suo cadavere sulle braccia dei democratici che lo avevano condannato. Perché Ia sua morte, mantenendo indefinitivamente aperta la discussione sul esempio e sulla sua parola, avrebbe dimostrato nel fatto Ia malvagità del governo popolare" (Montuori) e la sua mala fede nel dichiarare pacificazione e comprensione.
Platone e le altre fonti socratiche ci dicono anche che, dopo la morte di Socrate, i suoi accusatori ed i giudici che lo avevano condannato non solo si pentirono, ma furono anche apertamente criticati ed osteggiati da una vera e propria reazione popolare. Ma anche queste testimonianze sono state di molto ridimensionate dalla critica moderna: non solo il processo e la morte di Socrate non furono per gli Ateniesi eventi particolarmente sconvolgenti, ma è certo aI contrario che furono i discepoli di Socrate e non i suoi accusatori a risentire dell'ostilità popolare, tant'è vero che dovettero alIontanarsi quasi tutti dalla città (pare che solo Antistene fosse rimasto ad Atene) e la maggior parte di loro si rifugiò presso Euclide, a Megara. Fatto sta che, contemporaneamente a questi eventi, e poi a mano a mano che la situazione politica, in Atene e nella Grecia, andava mutando nel senso di una decadenza della polis e del suo assorbimento in compagini statali diverse per estensione e struttura (i regni dell'età ellenistica), fiorí tutta una serie di lògoi sokratikòi (= discorsi, o dialoghi socratici) che difendevano, propagandavano ed apologizzavano la figura e l'insegnamento di Socrate. Ma, a mano a mano che i lògoi sokratikòi fiorivano, si andavano anche differenziando e moltiplicando le "tradizioni" socratiche, tanto che si può sostenere che essi rappresentavano ormai i molteplici aspetti di un dibattito e di una polemica interni tra i socratici. E, come abbiamo accennato sopra, ognuno di essi rivendicava l'autentica eredità dell'insegnamento socratico: anche la produzione platonica, per lo meno nella sua prima fase, rientra in questo quadro di discussioni e di "legittimazioni" della propria interpretazione della "filosofia" del maestro. La circostanza che i dialoghi di Platone siano giunti sino a noi, mentre le opere degli altri socratici, come Antistene, Aristippo, Euclide, Eschine, siano andate perdute, ci toglie degli elementi importanti di giudizio per meglio comprendere quell'ambiente e quel clima culturale; ma non modifica l'altra circostanza che solo a quei dibattiti, a quelle testimonianze e a quelle tradizioni si deve se di Socrate si sia potuto parlare - e per venticinque secoli - in termini tanto diversi ma, in fondo, poggianti tutti su di un'unica realtà: che di Socrate non sappiamo nulla di certo.

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