STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO IX

IL PROGRESSO DELLE SCIENZE DOPO ARISTOTELE E FINO ALL'ERA VOLGARE

1. Le stelle e la terra

2. Punto, piano e solido

3. I numeri e le macchine

4. Il medico

 

4. Il medico

Anche la medicina, in età ellenistica, conobbe dei significativi progressi. Se è vero che il "commento" anche in questo campo ebbe largo spazio - e molte furono le interpretazioni e le discussioni sorte intorno ai testi di Ippocrate, considerato sempre come la fonte della scienza medica -, è anche vero che ad Alessandria vi furono medici che seppero dare nuove basi alla medicina, approfondendo in particolare due discipline per essa fondamentali, e cioè l'anatomia e la fisiologia.
Allievo di Prassagora di Cos, vissuto nel IV secolo a.C., fu Erofilo di Calcedone, attivo intorno al 300 a.C. e vissuto ad Alessandria, dove diresse un'importante scuola medica. Erofilo viene in genere considerato il fondatore dell'anatomia: escludendo le considerazioni "filosofiche" sul corpo umano, sulla sua struttura e sulle sue finalità, e praticando ampiamente la dissezione, Erofilo studiò a lungo l'anatomia del cervello, descrivendone accuratamente le varie parti (il ventricolo, il calamo) e il sistema nervoso centrale. Ciò lo portò a rigettare la tesi cardiocentrica aristotelica ed a considerare il cervello come il centro del pensiero, della sensibilità e dei movimenti. La sua grande pratica di anatomico lo portò a distinguere fra vasi sanguigni e nervi, tra tendini e nervi - distinzione ancora non ben chiara al suo tempo - e, per i nervi, tra nervi sensori e nervi motori. Descrizioni accurate dette pure dell'anatomia degli organi genitali, dell'occhio e delle varie parti dell'intestino: ancora oggi sono in uso alcuni nomi da lui introdotti, come per esempio il duodeno.
Il piú grande degli allievi di Erofilo, Erasistrato di Ceo (310-250 a.C. circa), continuò e perfezionò gli studi anatomici del maestro, ma fu soprattutto un fisiologo e un patologo. Distinse il cervello dal cervelletto e studiò anche le circonvoluzioni della corteccia cerebrale e, dopo averne notato la diversità nei vari animali e nell'uomo, le mise in relazione con il grado d'intelligenza dell'individuo. Probabilmente Erasistrato compì anche alcuni esperimenti di fisiologia, distinguendo la diversità di funzione tra le radici anteriori dei nervi spinali (che portano l'impulso motore ai muscoli) e quelle posteriori (che portano al midollo gli stimoli ricevuti dalla periferia): intuì così una verità che sarà dimostrata soltanto nel secolo scorso.
Ma Erasistrato si preoccupò anche di inserire le concezioni mediche in piú ampie concezioni filosofiche; sono dubbi i suoi rapporti con la Stoa e con Crisippo, mentre pare che egli accettasse molte idee del materialismo atomistico e di quello di Stratone di Lampsaco, elaborando quella tesi dell'horror vacui che doveva servire a spiegare molti fenomeni biologici: appena si forma un vuoto nel corpo, esso deve venire riempito e così si spiegano, per esempio, la fame, la sete, la respirazione, la digestione.

Dopo Erofilo ed Erasistrato si torna al commento: tralasciando la pratica dell'osservazione e dell'esperimento, molti medici si dedicano esclusivamente allo studio ed alla discussione delle opere dei maestri, dando luogo a commenti che sono molto spesso opere di erudizione e non riflettono reali attività mediche. Si sogliono distinguere tre indirizzi fra le scuole mediche di questa epoca: la scuola dommatica, quella empirica e quella metodica.
Tra i medici dommatici (detti anche logici, o razionalisti), così chiamati perché davano una grande importanza, oltre che all'esperienza ed alla pratica, anche alle teorie di carattere generale ed alla ricerca razionale, alcuni storici includono anche le figure di Erofilo e di Erasistrato. Pare che a questa corrente appartenesse Asclepiade di Prusa, in Bitinia (vissuto ad Atene e ad Alessandria e venuto poi a Roma nel 91 a.C.), sul quale possediamo giudizi di medici posterori molto contrastanti. Fu amico di Cicerone e frequentatore di molte famiglie patrizie romane. Asclepiade riteneva che il corpo è costituito di atomi; alcuni si aggregano in modo tale da formare dei pòroi' (=canali), attraverso i quali si muovono liberamente altri atomi. Quando i canali si ostruiscono, in genere per una causa meccanica, si ha l'insorgere della malattia e quindi la necessità di un intervento, prevalentemente chirurgico, per rimuovere la causa dell'ostruzione; grande importanza assumono quindi, per mantenersi in buona salute, alcune regole generali di igiene corporale come le diete, i bagni, la ginnastica.
Tra i dommatici, si distinguono alcuni medici pneumatici, così chiamati perché applicavano alle loro teorie fisiologiche la dottrina stoica dello pneuma, del soffio caldo, che penetra in tutte le parti del corpo e le governa con il tonos (=pressione) che esercita: è questo tonos ad essere appunto il fattore determinante della salute e della malattia, e perciò bisogna studiarne e regolarne i giusti valori. L'esponente piú noto della medicina pneumatica fu ATENEO DI ATTALIA, vissuto nel I secolo d.C.
Fondatore della medicina metodica è ritenuto TEMISONE DI LAODICEA (I sec. a.C.), allievo di Asclepiade, del quale sviluppa la dottrina dei pori, affermando che tutte le malattie possono ridursi a due specie fondamentali, lo status strictus - o stato di tensione - in cui i pori sono troppo stretti, e lo status laxus - o stato di rilassamento - in cui i pori sono troppo larghi.
Caratteristica della scuola metodica fu la riduzione dei fenomeni patologici in schemi rigidi e quindi l'uso di sistemi semplicistici per ristabilire l'equilibrio corporeo, sulla base di rimedi pratici desunti generalmente dalla semplice esperienza. Caratteristico fu pure il loro aperto rifiuto dell'insegnamento ippocratico, atteggiamento questo unico nell'antichità ed oggetto di aspre critiche da parte dei medici di tutte le altre correnti. L'esponente principale di questo indirizzo fu TESSALO DI TRALLE, vissuto nel I sec d.C., antippocratico dichiarato, sostenitore dell'inutilità della teoria e ella dottrina. Capovolgendo l'antico detto, Tessalo sosteneva che lunga è la vita mentre l'arte è breve: bastano solo sei mesi per impadronirsi dei principi fondamentali dell'arte medica, che consistono in fondo nel curare i sintomi della malattia con rimedi di carattere opposto, come per esempio rimedi astringenti per la rilassatezza e rimedi lassativi per la ristrettezza. L'ignoranza dell'anatomia e della fisiologia, un empirismo ridotto ai minimi termini ed un'assoluta mancanza di metodo, oltre ad un desiderio di successo e di ricchezza rapidi e senza scrupoli, sono le accuse che piú comunemente venivano rivolte ai medici metodici. Tra i quali bisogna ricordare SORANO D'EFESO, vissuto sotto l'impero di Adriano e di Traiano (I sec d.C.), studioso d'anatomia ed attento descrittore di casi clinici, famoso per i suoi studi di ostetricia e di ginecologia, oltre che per quelli nel campo della diagnosi differenziale.

Alla medicina empirica si attribuisce un'origine molto antica, addirittura preippocratica, facendola risalire ad Acrone di Agrigento, vissuto nel V secolo a.C. e contemporaneo di Empedocle. Essa si affermò tuttavia con FILINO DI COS (attivo intorno al 250 a.C.), allievo di Erofilo, studioso della teoria della pulsazione. I medici empirici, che in seguito furono chiamati anche scettici, criticavano negli esponenti degli altri indirizzi soprattutto il loro bisogno di rifarsi a teorie generali invece di attenersi esclusivamente alla pratica ed all'esperienza: vicini in questo ai metodici i medici empirici rigettavano però di questi ultimi le tecniche facili e a volte spericolate, dimostrando un serio interesse per la ricerca sperimentale, che è l'unica via che può portare alla "verità" nel campo medico. I loro nemici piú criticati erano però sempre i medici dommatici e pneumatici, accusati di contaminare cosmologia e filosofie di vari indirizzi con la genuina indagine medica.
I rappresentanti piú noti della corrente empirica furono Menodoto di Nicomedia (I-II sec d.C.) e Sesto Empirico, del quale abbiamo detto nel capitolo precedente.
Anche la medicina non conobbe grandi progressi scientifici a Roma: gli scrittori romani si limitarono per lo piú a raccogliere in forma didascalica ed enciclopedica le nozioni scientifiche elaborate dalle scuole ellenistiche. Per la biologia e la medicina, ricordiamo soltanto TERENZIO VARRONE (II I sec a.C.) nei cui tre libri Rerum rusticarum si trova l'intuizione di un'origine microbica di alcune gravi malattie; AULO CORNELIO CELSO (I sec d.C.), che nella sua De medicina, ricalcata fedelmente sulle teorie ippocratiche, ci offre delle preziose notizie sulla storia della medicina; PLINIO IL VECCHIO (I sec d.C.), che ci dà alcune notizie sui medicamenti tratti dalle piante e dagli animali, ma nella cui opera si trovano una buona dose di credulità e di mancanza di critica anche verso le piú incredibili leggende; DIOSCORIDE DI ANAZARBA, in Cilicia (I sec d.C.), chirurgo al seguito dell'esercito, famoso per le notizie sui medicamenti tratti dalle piante (ne descrive circa 600 specie), esposte in un libro, De materia medica, che ebbe un grande successo anche nel Medioevo e nel Rinascimento.
Ma se la ricerca biologica e medica non conobbe in Roma quasi nessuna originalità scientifica, non piccolo invece fu il contributo che la civiltà romana seppe dare nel campo della giurisdizione e dell'organizzazione degli studi di medicina e della professione del medico. Fin dai tempi piú antichi, infatti, Roma emanò provvedimenti e leggi tesi ad assicurare ed a regolare l'igiene pubblica, come la costruzione di reti fognarie, la bonifica di vari luoghi, l'approvvigionamento dell'acqua potabile, e così via. Se in un primo momento, e per l'ostilità dei ceti piú conservatori della cultura romana, la professione di medico era considerata indegna di uomini liberi, ben presto i medici acquistarono a Roma prestigio e dignità e, ai tempi dell'impero, anche una notevole influenza. Dapprima solo nel campo della medicina militare, ma poi anche in quello della medicina civile, si cominciò ad esercitare un controllo ed una organizzazione del corso di studi e dell'attività professionale dei medici, anche per distinguerli dai numerosi ciarlatani, impostori e guaritori che affollavano Roma a partire dal primo secolo d.C.; nel III sec. d.C., infine, si giunse ad una vera e propria organizzazione degli studi, con un corso regolare in scuole pubbliche ed un esame finale dinanzi ad un collegio di medici di corte, che erano i medici piú importanti.

A Roma tuttavia esplicò la sua attività (anche di scrittore, ma in lingua greca) l'ultimo grande medico dell'antichità, Galeno (130-200 d.C.). Nato a Pergamo, in Asia Minore, studiò filosofia e medicina nella sua città natale e poi a Smirne e ad Alessandria; si trasferì poi, intorno al 161-162, a Roma, dove acquistò grande fama e prestigio, divenendo anche il medico personale prima di Marco Aurelio e poi dei suoi successori. Scrisse numerosissime opere, delle quali molte sono pervenute a noi, occupandosi di anatomia, patologia, diagnostica e terapeutica, di commento al corpus hippocraticum, nonché di filosofia e di grammatica. Le piú famose sono il De methodo medendi, un trattato di terapia (compendiato anche in una Ars medica) che fu studiato dai medici fino al '700, e poi De usu partium, De naturalibus facultatibus, De temperamentis, un trattato sugli Antidoti, il commento Sui dogmi di Ippocrate e di Platone, opere propedeutiche allo studio della medicina come il Protrettico, Il miglior medico è anche filosofo.
A Roma Galeno praticò numerose dissezioni di animali e fu un attento osservatore della loro anatomia anche se, nel riferire al corpo umano le descrizioni che ricavava da quelli, cadde in alcuni errori, che però furono ritenuti verità per molti secoli. Partendo da una solida cultura medica basata sui testi di Ippocrate e dei suo principali successori, Galeno seppe vivificarla con l'osservazione diretta e con l'esperienza personale, inserendo per di piú le sue concezioni in un sistema filosofico - di stampo essenzialmente aristotelico - che doveva garantirne l'omogeneità e la compattezza. Per questa ragione, oltre che per la sicurezza e l'alto concetto di sé che appaiono nei suoi scritti, per il tono dommatico col quale questi sono esposti, per la grande fama che circondò la sua figura a Roma e nell'impero (fama dovuta anche a molte guarigioni di casi difficili e ad operazioni chirurgiche ignote ai suoi predecessori e minuziosamente da lui descritte) nonché per le sue simpatie per una religione di tipo monoteistico, le concezioni di Galeno rimasero per secoli verità dogmatiche nel campo della medicina. Avvenne cioè per lui ciò che era avvenuto nel campo della filosofia per Aristotele, contrariamente proprio allo spirito profondo che animava il sistema dell'uno e dell'altro. Famoso è il caso della sua teoria della circolazione del sangue, che sosteneva che l'aria arriva fin nel cuore sinistro a mescolarsi col sangue e che i setti interventricolari e interatriali, sono perforati per permettere il passaggio del sangue, teoria che restò in piedi fino al 1628, quando Harvey scoprì il vero corso della circolazione del sangue.
Eppure Galeno seppe apportare importanti modifiche alla tradizione ippocratica. Nel campo della patologia, per esempio, Galeno riconosce giustamente che ogni alterazione di una funzione deriva da una lesione organica e, reciprocamente, che ogni lesione organica produce un'alterazione della funzione. Ne derivava, al contrario di quanto sosteneva Ippocrate, che la principale forza risanatrice non era quella della natura, bensì l'intervento attivo del medico che deve cercare di risanare l'organo leso e quindi riassicurare la regolarità della funzione. Le indicazioni di pratica terapeutica discendevano quindi dal principio fondamentale della medicina galenica: contraria contrariis, applicare cioè rimedi contrari alle cause che hanno determinato la malattia, come il caldo alle malattie derivate da raffreddamento, e cosí via; principio questo che è ancora alla base della medicina attuale, anche se oggi comincia ad essere sostituito con l'altro - di derivazione ippocratica - della medicina omeopatica, che propone l'applicazione di rimedi simili (ma variamente dosati) alle cause scatenanti la malattia.
Nel campo dell'anatomia Galeno offre delle buone descrizioni delle ossa, dei muscoli e del sistema nervoso: molti termini ancora in uso per questi apparati sono stati da lui introdotti. In fisiologia studiò, compiendo anche numerosi esperimenti sugli animali i disturbi che conseguivano a vari tipi di lesioni cerebrali, riaffermando e dimostrando così le teorie intraviste da Erofilo ed Erasitrato sull'origine cerebrale e non cardiaca dei nervi. Piú in generale, fondendo teorie ippocratiche e concezioni aristoteliche e stoiche, Galeno affermò l'esitenza di uno pneuma come principio di vita e distinto in uno pneuma psichico, che ha sede nel cervello (centro delle sensazioni e dei movimenti) e attraverso i nervi viene trasmesso all'organismo; uno pneuma vitale, che ha sede nel cuore, centro della circolazione e della regolazione del calore corporeo; uno pneuma fisico, che ha sede nel fegato, centro della nutrizione e del ricambio. Ogni organo è perfettamente costituito in vista della funzione che deve svolgere: il finalismo aristotelico, per il quale la natura non fa nulla invano, è un principio cardine dell'anatomia e della fisiologia galeniche. Ciò valse, come abbiamo accennato, non solo a dare rigore e compattezza al sistema medico-filosofico di Galeno, ma anche ad assicurare alle sue teorie una sopravvivenza secolare, in tempi in cui lo studio dei testi classici era considerato l'unica forma di apprendimento: come nel campo della filosofia e delle scienze naturali, anche nel campo della medicina gli scienziati che vissero tra il Cinquecento ed il Seicento dovettero andare contro l'irrigidimento dogmatico degli insegnamenti di Aristotele e di Galeno e, recuperando il loro autentico spirito, fondare la nuova scienza dell'età moderna.

dietro - avanti

inizio capitolo


Indice