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CAPITOLO IX IL PROGRESSO DELLE SCIENZE DOPO ARISTOTELE E FINO ALL'ERA VOLGARE |
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3.
I numeri e le macchine
Euclide fu certamente uno dei piú illustri rappresentanti della
scuola di Alessandria che si raccoglieva intorno all'istituzione del Museo,
ma molti altri scienziati di grande valore, di tutte le discipline, furono
collegati al Museo: o vi insegnarono o vi ascoltarono le lezioni di grandi
maestri, o comunque si mantennero in contano con gli scienziati alessandrini.
E il caso, per esempio, del piú geniale scienziato dell'antichità
e uno dei maggiori di tutta la storia, Archimede di Siracusa, che visse
per un certo periodo ad Alessandria ed anche quando tornò a Siracusa
non ruppe i legami con gli scienziati della scuola. Di Archimede parleremo
fra poco; ora accenneremo molto brevemente agli sviluppi che conobbe la
matematica dopo Euclide ed Archimede, non solo ad Alessandria, ma anche
negli altri due importanti centri di studio di Rodi e di Pergamo. A Rodi
è legata l'opera di Ipparco di Nicea (cfr. par. 1), a Pergamo quella
del grande geometra APOLLONIO DI PERGA (260-190 circa a.C.). Apollonio
si interessò di geometria elementare come Euclide (al quale rivolse
alcune critiche), approfondì lo studio delle circonferenze e in
particolare quello delle tangenti; la sua fama è legata però
all'opera sulle Sezioni del cono, che contiene una trattazione
di quelle cune ancora oggi chiamate "coniche" perché
si possono costruire segando un cono con un piano inclinato variamente
rispetto all'altezza del cono stesso. Oltre al cerchio, Apollonio individuò,
e vi dette il nome, le tre cune fondamentali della parabola, dell'iperbole
e dell'ellisse, studiandone le proprietà geometriche, formulando
e risolvendo numerosi problemi ad esse relative. La scuola di Alessandria intanto conosceva dei periodi alterni di fioritura
e di decadimento; dopo la conquista romana e i danni che questa apportò
al Museo e alla Biblioteca, si ebbe una certa ripresa degli studi, ma
dal I-II secolo d.C. la nuova atmosfera culturale permeata di interessi
mistici e religiosi non fu favorevole alle ricerche scientifiche: riapparvero
scienziati che collegavano sempre più, dimenticando la specificità
delle proprie ricerche e il rigore dell'indagine razionale, la propria
teoria a teorie non scientifiche come la magia e l'astrologia, favoriti
in questo dalla ripresa delle dottrine neoplatoniche e neopitagoriche:
ricomparvero così le figure del matematico-filosofo, del medico-mago,
dell'astronomo-astrologo. Né il rafforzarsi del cristianesimo all'interno
dell'impero romano migliorò le cose: nel 390 d.C. il vescovo Teofilo
fece incendiare gran parte della Biblioteca, che già aveva subito
forti danni all'epoca della conquista romana dell'Egitto; nel 415 d.C.
una turba di fanatici cristiani trucidò in Alessandria la famosa
Ippazia, studiosa di matematica e di filosofia, figlia del matematico
Teone di Alessandria; nel 641 gli Arabi conquistando l'Egitto distrussero
completamente e definitivamente Museo e Biblioteca. Gli ultimi due illustri
rappresentanti della cultura matematica alessandrina furono PAPPO (fine
III sec - IV sec d.C.), che scrisse una Collezione matematica,
in cui si trovano le basi della geometria proiettiva e lo studio delle
aree e dei volumi dei solidi di rotazione; e DIOFANTO (attivo nella prima
metà del III sec d.C.), che nella sua Aritmetica si interessò
della teoria delle equazioni numeriche, cioè dell'algebra nel senso
originario della parola. Diofanto si sforzò di creare un algoritmo,
cioè un metodo di scrittura simbolica, inventando una serie di
simboli per indicare le prime cinque potenze dell'incognita di un'equazione,
per indicare frazioni a numeratore 1 e con denominatore fino alla sesta
potenza dell'incognita. Inventò anche dei segni per indicare il
«meno», l'«uguale», e cosí via, enunciando
la famosa regola dei segni ("meno per meno fa piú", e
cosí via). Dopo Diofanto e Pappo, la matematica greca decade irrimediabilmente:
da un lato abbiamo figure di matematici-filosofi per i quali la matematica
si è trasformata ormai in una mistica dei numeri; dall'altro lato
abbiamo non piú ricercatori ma commentatori delle opere classiche.
Tra questi, merita di venire ricordato il neoplatonico PROCLO D'ATENE
(V sec. d.C.), che nel suo Riassunto storico ci dà preziose
notizie sulla storia della matematica greca, ma è d'altra parte
responsabile di alcune incomprensioni del testo euclideo, come del resto
risente - anche se lo critica - dell'abbinamento proprio della sua epoca
di elementi razionali con elementi fantastici e mistici. Matematico, fisico, ingegnere, Archimede di Siracusa (287-212
a.C.) fu una delle menti piú geniali di tutta l'antichità.
Delle sue opere di carattere matematico è giunta fino a noi una
dal titolo Arenario. In essa Archimede vuole dimostrare, contro
la tesi dell'infinità del cosmo, sostenuta di recente da Aristarco
di Samo, che il mondo è finito e che inoltre l'aritmetica può
offrirci i mezzi per scrivere il numero - grandissimo ma finito - dei
granelli di sabbia necessari a riempirlo, dalla terra fino al cielo delle
stelle fisse. A parte le considerazioni astronomiche, è questa
parte matematica che conserva per noi un grandissimo interesse; partendo
dal presupposto che non si può pensare un numero se non lo si può
scrivere, Archimede propone una numerazione suddivisa in ordini
e periodi. Nel III sec. a.C. i Greci, pur utilizzando un sistema
di numerazione a base dieci, si servivano di ventisette simboli, le ventiquattro
lettere dell'alfabeto ionico piú tre lettere desunte da un alfabeto
piú antico e ormai in disuso: con questo sistema essi riuscivano
a scrivere numeri fino alla miriade di miriadi, corrispondente a 100 milioni
(108). L'idea geniale di Archimede fu quella di considerare
i numeri dall'1 a 108 come il primo ordine di numeri:
l'ultimo numero di questa serie viene ora assunto come "unità
superiore", partendo dalla quale si poteva formare un secondo
ordine di numeri, che infatti va da 108 a 1016,
cioè da 108·1 a 108·2; ma anche
1016 diventa ora una unità superiore per la formazione
del terzo ordine, che andrà da 108·2 a
108·3, e cosí via fino alle unità del
centomilionesimo ordine, ossia di un ordine pari a quante volte erano
le unità semplici comprese nel primo ordine. Tutti questi ordini
costituiscono appunto il primo periodo, che va perciò da
1 a 10800.000.000; ma l'ultimo numero del primo periodo potrà
essere assunto come il primo numero del primo ordine del secondo periodo,
che sarà costruito analogamente al primo: e l'ultimo del secondo
periodo potrà essere assunto come il primo numero del primo ordine
del terzo periodo, e così via. Il numero dei granelli di
sabbia non è quindi infinito, come cantava la poesia, e i granelli
occorrenti a riempire una sfera celeste sono appena 1063, cioè
un numero appartenente appena al primo periodo: il calcolo matematico
assicurava cosí la sua superiorità su qualsiasi realtà
fisica, perché l'infinito era una prerogativa che spettava soltanto
ad esso. Piú scientifiche sono la Catottrica, che, anche se si occupa
principalmente degli specchi di vario tipo e degli effetti mirabolanti
che si possono ottenere col loro attento impiego, contiene però
un notevole numero di osservazioni sperimentali, fisiche e fisiologiche,
che sono alla base dell'ottica geometrica; e la Meccanica, che
contiene una trattazione pressocché completa delle cinque macchine
templici (argano, leva, carrucola, cuneo, vite), attraverso la cui combinazione
Erone riesce ad inventare una serie di macchine e di ingranaggi complicati.
Famosa è la costruzione di un odometro, cioè di uno
strumento che riesce a misurare le distanze su strada (l'odierno contachilometri).
Nella Metrica, poi dedicata alla geometria delle misure, Erone
rivela la sua mentalità di fisico pratico, oltre che di matematico
puro, stabilendo metodi per il calcolo di superfici e volumi di poliedri
assolutamente irregolari o di corpi fisici quali si trovano in natura,
ma non corrispondenti a nessuna forma geometrica, come per esempio un
mucchio di sassi.
dove S è l'area, p il semiperimetro, a, b, c i lati. Dopo Erone, c'è da menzionare, nel campo della fisica, solo l'Ottica
di CLAUDIO TOLOMEO, la cui opera di astronomo abbiamo ricordato nel primo
paragrafo di questo capitolo. A differenza di Euclide, e continuando la
via aperta da Erone, Tolomeo si interessa non soltanto della prospettiva,
ma anche dei processi fisici della visione e quindi dei fenomeni delle
illusioni ottiche. Importanti sono anche i suoi studi sulla rifrazione
della luce attraverso i vari mezzi, aria-acqua, aria-vetro, acqua-vetro.
Poi, dopo Erone e Tolomeo, la decadenza; i Romani, venuti a contatto con
la scienza greca proprio in quest'età di decadenza, seppero assimilarla
e sfruttarla applicandola a quelle opere - specialmente di ingegneria
- che ancora oggi ammiriamo sparse per il mondo mediterraneo, ma nulla
seppero aggiungervi in quanto a contributi scientifici originali. |
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