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1. Le stelle e la terra
2. Punto, piano e solido
3. I numeri e le macchine
4. Il medico
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1.
Le stelle e la terra
Se fino a Platone e ad Aristotele comprensione della natura e comprensione
dell'uomo, sapere scientifico e sapere filosofico costituivano i due aspetti
strettamente legati di un'unica cultura, funzionali l'uno all'altro, dopo
Aristotele, a partire dall'età ellenistica si può parlare
di due "culture" procedenti in maniera autonoma, le cui tecniche
di apprendimento, i cui metodi, le cui finalità divergono sempre
piú. Naturalmente si tratta di un processo graduale, e non di un
brusco divario; possiamo quindi parlare di una tendenza che va sempre
piú accentuandosi a partire, appunto, dal III secolo a.C. e non
di un fenomeno che si afferma improvvisamente all'alba di un nuovo anno.
Anche in età ellenistica, infatti, e successivamente fin nei primi
secoli dell'era volgare, avremo delle figure di "filosofi" che
sono contemporaneamente dei grandi scienziati, come per esempio il matematico
e fisico platonico Archimede o il matematico neoplatonico Proclo. Del
resto, anche prima di Platone, o contemporaneamente a Platone ed Aristotele,
c'erano stati esempi di ricerche scientifiche abbastanza avanzate e con
tecniche e metodologie che molto poco avevano a che fare con quelle piú
specificamente filosofiche: basti pensare alla matematica pitagorica (cfr.
cap. II, par. 4) e alla medicina ippocratica (cfr. cap. III, par. 7).
Così ancora, contemporaneamente a Platone e ad Aristotele, c'era
stata la figura del grande astronomo e matematico Eudosso di Cnido
(409-356 a.C.), frequentatore dell'Accademia platonica e poi fondatore
di una scuola scientifica prima a Cizico poi a Cnido. Nell'ambito dell'Accademia,
Eudosso dovette esercitare un grande prestigio ed una grande influenza,
e non solo per le sue teorie matematiche ed astronomiche, ma anche per
le discussioni che accese su alcuni temi fondamentali della teoria platonica:
abbiamo varie testimonianze che in risposta alle sue tesi sul piacere
- ritenuto un fine pienamente conseguibile e buono di per sé -
lo stesso Platone scrisse il Filebo ed Aristotele un'opera Sul
piacere; lo stesso Aristotele, contro un'interpretazione "deviante"
della dottrina delle idee da parte di Eudosso, lo attaccò anche
su questo delicato terreno della teoria platonica. In ambiente accademico,
comunque, nacque probabilmente l'esigenza di una nuova elaborazione delle
dottrine astronomiche e di una sistemazione del sapere elaborato fino
ad allora dagli Ionici fino ad Anassagora. Gli antichi avevano già
osservato le "irregolarità" dei fenomeni astronomia,
e cioè il fatto che la velocità angolare del moto apparente
dei pianeti intorno alla terra variava: noi sappiamo che questo dipende
dalle influenze reciproche dei moti dei pianeti e della terra intorno
al sole, ma per gli antichi, che non ammettevano la possibilità
di orbite ellittiche (il moto dei cieli, essendo perfetto, doveva essere
circolare) e pensavano la terra ferma al centro dell'universo, non spiegare
quelle "irregolarità" significava ammettere un elemento
di imperfezione nel mondo perfetto e divino dei cieli. Ecco perché
per Platone bisognava "salvare i fenomeni"; questa, lungi dall'essere
nell'intenzione platonica un richiamo all'esperienza ed una sua valorizzazione,
era una parola d'ordine che significava esattamente il contrario. trovare
una spiegazione dell'esperienza - dei fenomeni - che la inquadrasse necessariamente
nei presupposti teoria della perfezione dei cieli e del loro moto circolare
intorno alla terra.
A questo compito si accinse appunto Eudosso, e la sua spiegazione - a
prescindere dalla finalità "platonica" che molto probabilmente
gli fu estranea - resta il primo serio e articolato tentativo di rappresentare
matematicamente il complicato moto apparente dei pianeti. La spiegazione
di Eudosso si basava su di un sistema di sfere, detto appunto delle "sfere
omocentriche di Eudosso": i poli di ciascuna sfera (racchiudente
il moto del pianeta) non sono immobili, ma sono trasportati da una sfera
concentrica di raggio maggiore che ruota con velocità diversa attorno
a due poli diversi da quelli della prima sfera. Poiché questo sistema
non bastava ancora a rappresentare i moti dei pianeti, Eudosso immaginò
una terza sfera, sempre concentrica alle altre due, ma anch'essa con poli
e velocità diversi: con questo sistema di sfere (tre per il sole
e tre per la luna, quattro per i cinque pianeti allora conosciuti, una
per le stelle fisse), Eudosso riuscì a dare una elegante rappresentazione
del moto dei pianeti, che fu ritenuta insuperabile dallo stesso Aristotele,
il quale infatti la accettò nella sua cosmologia.
Dopo Eudosso ed Aristotele, il sistema astronomico geocentrico ebbe il
sopravvento, soffocando le intuizioni eliocentriche che non erano mancate
in ambiente pitagorico. Ma l'astronomia greca conobbe anche dei tentativi
di usare dalla concezione geocentrica con Eraclide Pontico (385-322
a.C.), nato ad Eraclea ed emigrato d Atene, dove fu probabilmente discepolo
di Aristotele al Liceo. Eraclide, per spiegare il moto diurno dei cieli,
pensò ad un moto della terra intorno al proprio asse da occidente
ad oriente; giunse probabilmente a teorizzare un movimento di Venere e
di Mercurio intorno al sole. Seguace anche delle dottrine pitagoriche,
Eraclide ammetteva l'influenza degli astri sulla vita degli uomini e la
capacità, per il saggio, di prevedere o addirittura di regolare
questo influsso: aprì quindi la via all'astrologia e alla magia,
che si affermarono e dilagarono a partire dall'età ellenistica
in poi. Ma il tentativo piú coerente di giustificare i fatti astronomici
sulla base dell'ipotesi eliocentrica fu quello di Aristarco di Samo
(310-230 a.C.), definito giustamente dagli studiosi il "Copernico
dell'antichità". Attivo nella scuola di Alessandria, nell'ambiente
del Museo, nel periodo del suo massimo splendore, Aristarco ipotizzò
l'immobilità delle stelle fisse e del sole, e, intorno a questo,
il moto della terra secondo il cerchio obliquo dello zodiaco. L'ipotesi
di Aristarco scardinava completamente non solo le idee astronomiche piú
diffuse e "sistemate" dall'autorità di Aristotele, ma
anche tutto il modo di pensare in generale dell'uomo colto greco, che
si vedeva privato della sua centralità e nello stesso tempo di
un riferimento fisso ad una realtà divina ed immutabile: lo stoico
Cleante infatti attaccò - proprio da un punto di vista ideologico
e religioso - Aristarco, sostenendo che doveva essere processato e bandito
da tutte le città greche.
Ma gli attacchi piú forti, quelli che determinarono l'abbandono
della teoria eliocentrica da parte dell'astronomia greca, vennero ad Aristarco
proprio dall'ambiente del Museo, in primo luogo da Ipparco di Nicea (190
a.C.-?), che da molti viene ritenuto il piú grande astronomo dell'antichità.
Instancabile ed attentissimo osservatore, Ipparco riuscí a compiere
delle accuratissime misure del moto degli astri, mettendo a frutto non
solo le osservazioni compiute dagli astronomi egiziani, ma anche quelle
babilonesi, specialmente sui fenomeni delle eclissi: se si pensa che le
osservazioni erano generalmente compiute ad occhio nudo o con semplici
strumenti (come il teodolite e la sfera armillare), e se si pensa che
le misure ottenute da Ipparco differiscono di poco da quelle ottenute
dall'astronomia moderna con i suoi sofisticati strumenti, si può
intuire la genialità e la grandezza dello scienziato alessandrino.
Ipparco provò che le distanze delle stelle dai punti equinoziali
cambiano di anno in anno, dimostrando così quell'importante fenomeno
che fu detto in seguito "precessione degli equinozi". Egli fu
inoltre il primo ad introdurre una classificazione delle stelle visibili
ad occhio nudo, secondo il loro splendore apparente, in una tavola di
sei "grandezze": in un "catalogo" delle stelle Ipparco
giunse a classificarne più di mille. Per spiegare il moto dei pianeti
sulla base dell'ipotesi geocentrica, Ipparco si rese conto che bisognava
abbandonare il sistema delle sfere omocentriche di Eudosso, ed elaborò
una geniale teoria di circoli eccentrici e di epicicli che
risolveva il moto dei corpi celesti in combinazioni di movimenti circolari
piú o meno complesse. Con questo complesso di modelli geometrici
e matematici (si fa risalire ad Ipparco anche la creazione della trigonometria,
indispensabile appunto per l'astronomia), la scienza astronomica alessandrina
conosceva i suoi piú alti livelli e giungeva a notevolissimi risultati.
Dopo Ipparco, infatti, ed anche nell'epoca dell'impero romano pochi furono
i progressi: solo nel II secolo d.C. si ebbe la grande sintesi di Claudio
Tolomeo, della cui vita quasi nulla si sa, se non e le sue ricerche
ebbero luogo intorno al 140 d.C. Appartenente anch'egli alla scuola di
Alessandria, Tolomeo scrisse un'opera, il Grande Compendio, passato
alla storia col nome arabo di Almagesto. Le dottrine qui contenute
sono per massima parte quelle di Ipparco, con l'aggiunta delle osservazioni
dovute allo stesso Tolomeo o agli altri astronomi antichi nei quasi quattro
secoli successivi ad Ipparco. Il merito di Tolomeo fu appunto quello di
sistemare questa grande massa di osservazioni con una tale ingegnosità
e chiarezza da far sí che tutta l'astronomia geocentrica antica
ricevesse l'appellativo appunto di "tolemaica": l'Almagesto
restò per piú di quattordici secoli (fino alla "rivoluzione"
copernicana) il fondamento della scienza astronomica. L'ipotesi tolemaica
è quella di un universo finito, di forma sferica, limitato dalla
sfera delle stelle fisse che ruota intorno al proprio asse da oriente
ad occidente. Al centro c'è la terra, sferica è immobile,
abitata solo nella sua parte alta; intorno alla terra, con una complicata
geometria di circoli eccentrici e di epicicli, girano i sette pianeti
(Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, nell'ordine): con
questo sistema, complicato e macchinoso, ma abbastanza soddisfacente nell'accordo
tra le misure effettive dei fenomeni celesti e quelle previste dalla teoria,
Tolomeo suggellava definitivamente una pagina della storia dell'astronomia.
Tolomeo fu anche un grande geografo: la sua Geografia, uno dei
testi piú notevoli dell'antichità per ampiezza e scientificità,
era corredata da un vero e proprio atlante di carte disegnate col metodo
delle coordinate geografiche (meridiani e paralleli). Tolomeo tentò
anche una misura della terra, giungendo a valori di circa 1/6 inferiori
a quelli fissati dalla scienza contemporanea.
Ma la geografia fisica e matematica aveva avuto ben prima dell'età
alessandrina illustri rappresentanti. Fin dalla scuola ionica, e in particolare
da Anassimandro, era stata sentita l'esigenza di disegnare un pìnax
(la carta) del mondo conosciuto, con un ardito tentativo molto importante
nella storia del sapere umano. Il pìnax di Anassimandro,
aggiornato ed ampliato sul finire del VI secolo da un altro studioso dell'ambiente
di Mileto, ECATEO, raffigurava la massa emersa della terra circondata
dall'Oceano e divisa in due: a Nord del Mediterraneo l'Europa, al Sud
l'Asia. Questa raffigurazione della terra era il risultato positivo delle
reali conoscenze acquisite e ne costituiva una elaborazione metodica e
scientifica: il formarsi ed il consolidarsi del grande impero persiano
con le sue conquiste nelle lontane regioni orientali fino all'India e
al Nord del bacino danubiano, le conoscenze nuove dovute ai commercianti,
ai politici, agli uomini di mare, che si allontanavano sempre piú
dal mondo conosciuto, costituivano l'enorme materiale che doveva essere
sistemato unitariamente dagli scienziati milesii. È vero che questo
comportava dei limiti, in quanto molto spesso si trattava di testimonianze
e di racconti non sempre attendibili, ma (anche se questi limiti rimasero
alla scienza geografica in età alessandrina) si trattava comunque
del primo grande sforzo di elaborazione scientifica e di sistemazione
di un complesso di acquisizioni che non rimanevano piú sparse ed
isolate osservazioni. Sul finire del V secolo, e comunque nell'ambiente
culturale dell'età dei sofisti e di Democrito, si collocava anche
lo scritto ippocratico Sulle arie, le acque e i luoghi, la cui
importanza risiede nella connessione che per la prima volta si scorge
tra i fatti meteorologici e climatici e il modo di vivere e le condizioni
sanitarie dei diversi popoli.
Una conquista di grande portata nel campo della geografia fu la dottrina
della sfericità della terra, attribuita allo stesso Pitagora, ma
sicuramente perlomeno della seconda generazione dei Pitagorici, confermata
da Parmenide e ormai consolidata al tempo di Platone e di Aristotele:
basti pensare ad Eudosso. Ma l'ampliamento delle conoscenze geografiche
si ebbe naturalmente al tempo di Alessandro Magno e delle sue spedizioni,
alle quali parteciparono numerosi studiosi, fornendo una serie enorme
di notizie nuove su paesi e popoli fino ad allora sconosciuti: basti pensare,
a titolo d'esempio, che delle osservazioni e delle raccolte di piante
fatte nei paesi toccati dalla spedizione si giovò lo stesso Teofrasto
(nei suoi libri Ricerche sulle piante e Cause delle piante),
che viene giustamente considerato come il fondatore della geografia botanica.
Si colloca in questo ambiente penvaso da un'ansia di sapere e di scoprire
il viaggio di Pitea di Marsiglia, che, circa nel 335, alla ricerca
dei paesi dell'ambra e dello stagno, esplorò la Gran Bretagna,
riconoscendone la natura insulare. Nel viaggio di ritorno, Pitea si sarebbe
spinto fin nel Mare del Nord, costeggiando le isole Frisie; le notizie
raccolte sui paesi, gli abitanti, i prodotti, e pubblicate da Pitea nel
libro Sull'Oceano apparvero cosí nuove che i suoi contemporanei
lo accusarono di essere un impostore: ma i geografi posteriori e gli studiosi
moderni riconobbero in Pitea, se non un geografo nel senso scientifico
del termine, certamente un uomo di grande preparazione ed esperienza in
materia nautica nonché un osservatore attentissimo .
Già Dicearco di Messina (350-290 a.C.), illustre rappresentante
della scuola peripatetica, pare che avesse tentato una misura delle dimensioni
del globo terrestre, ma molto piú famosa rimase quella di Eratostene
di Cirene (273-193 a.C.), direttore per lungo tempo della Biblioteca
del Museo di Alessandria, uomo di vastissima cultura e autore della prima
opera che portò il titolo di Geografa. Anche per Eratostene
il compito fondamentale è quello di disegnare un pìnax
attendibile, costruito intorno ad un parallelo fondamentale (detto diafràgma),
che passa per le Colonne d'Ercole, per Atene e per Rodi, e ad un meridiano
principale, che passa per Siene, Alessandria, Rodi, Bisanzio e la foce
del Boristhenes (odierno Dnepr, ad ovest della Crimea), costruito cioè
con un metodo che possiede già tutti gli elementi della proiezione
cilindrica. La geografia di Eratostene comprendeva non soltanto la cartografia,
ma anche elementi di geografia matematica e fisica descrittiva, antropica
(celebre è il rifiuto di Eratostene di distinguere gli uomini in
Elleni e Barbari). Ma la maggiore notorietà di Eratostene è
dovuta alla sua misura della circonferenza terrestre, straordinariamente
precisa e vicina a quella attuale. Partendo dal presupposto che Siene
(oggi Assuan) ed Alessandria fossero sullo stesso meridiano, nel giorno
in cui il sole a Siene è allo zenit (perché giunge ad illuminare
il fondo dei pozzi), nel solstizio d'estate, Eratostene misurò
con uno strumento da lui inventato l'altezza del sole sull'orizzonte ad
Alessandria. Ne risultava una differenza dell'altezza dal sole, rispetto
a Siene, di arca 7 gradi: conoscendo la distanza tra Siene ed Alessandria,
5.000 stadi (uno stadio = 157 metri circa), si aveva una circonferenza
di 250.000 stadi, pari a 39.960 chilometri, cioè meno di 100 chilometri
rispetto alle misure odierne e una misura molto piú precisa di
quella che farà Tolomeo. Per questa misura, per la soluzione di
molti problemi relativi alla cartografia, per la considerazione dei fenomeni
sismici e vulcanici, oltre che per gli elementi di geografia descrittiva
ed antropica (egli stesso controllava in gran parte le notizie sulla popolazione
delle varie regioni), Eratostene fu considerato a buon diritto il massimo
geografo greco.
L'opera di Eratostene suscitò molte discussioni tra gli scienziati
dell'era alessandrina, fu criticata e sostenuta con veemenza, e dette
luogo quindi ad una serie notevole di risultati. Tra gli oppositori della
sua teoria, ricordiamo Cratete di Mallo (prima metà del II sec
a.C.) e Ipparco di Nicea, del quale abbiamo già detto, e che criticò
alcuni errori riguardanti i fondamenti astronomici della sua carta; tra
i sostenitori ricordiamo lo stoico Posidonio di Apamea, che integrò
la carta di Eratostene con molte osservazioni personali.
Poco originali furono gli sviluppi della geografia nell'età romana;
gli scrittori latini si limitarono in genere a fornire ampliamenti nella
parte antropica della geografia, grazie alle conoscenze piú approfondite
di paesi e popoli derivanti dalle conquiste dell'impero romano, ma pochissimo
modificarono dei fondamenti teorici della scienza: quasi nulla ci è
rimasto delle piú antiche opere di geografia di Varrone
(116-27 a.C.), direttore della prima biblioteca pubblica romana e autore
di opere storiche e letterarie, e di Sallustio (86-35 a.C.), il
famoso storico del Bellum Catilinae; poche e povere di apporti
personali le trattazioni di problemi geografici offerte dallo stoico Seneca
nelle sue Quaestiones Naturales. Il piú grande geografo
di età romana - ma scrisse in greco - fu Strabone (64 a.C.-20
d.C.), che scrisse una Geographia, opera voluminosa giunta a noi
quasi per intero. Ma anche nell'opera di Strabone prevalgono gli elementi
di geografia antropica rispetto a quelli di geografia matematica e fisica:
suo scopo dichiarato è quello di fornire agli uomini di stato,
ai governatori ai capi militari, un complesso di notizie ordinato e vagliato
criticamente relativo alle condizioni ambientali dei vari paesi ai costumi,
ai modi di vita e alle abitudini dei diversi popoli. Dopo Strabone, nell'età
bizantina e poi nel Medio Evo, la scienza della geografia decade, anche
per il venir meno dello spirito di osservazione e dell'interesse per i
fenomeni naturali essenziali per la ricerca ed il progresso della geografia:
le poche opere che si producono in questo campo sono o puramente descrittive
o prettamente scolastiche, prive comunque di qualsiasi elemento originale.
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