STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO IV

NATURA E SOCIATA' NELLE DOTTRINE DEI SOFISTI

1. L'ambiente storico e culturale

2. Se tutto è vero, non tutto è utile (socialmente)

3. La retorica come filosofia del concreto

4. Religione, politica e cultura

5. Oltre la giustizia

 

5. Oltre la giustizia

Una voce originale e profonda, nell'ambito della cultura dell'età dei sofisti, è quella di Antifonte. Della sua vita non sappiamo quasi nulla: nacque ad Atene e la sua attività si svolse nella seconda metà del V secolo. Anche Antifonte si interessò di studi naturalistici e di geometria: abbiamo notizia di un suo metodo per la quadratura del cerchio, basato sull'applicazione del principio della divisione all' infinito. Ma la parte piú originale delle sue dottrine è costituita dalle sue riflessioni sulla giustizia. Se la giustizia consiste semplicemente nel non trasgredire le leggi dello stato, queste leggi si rivelano però come un qualcosa che regola sí le azioni degli uomini, ma non fa presa sulla loro coscienza, tant'è vero che, appena possono, gli uomini non le seguono piú e si affidano ad un'altra norma, quella naturale. E questo avviene perché le norme di legge sono stabilite, convenzionali, quelle di natura sono necessarie: trasgredire in segreto le leggi umane non comporta biasimo e pena, trasgredire - anche se nessuno se ne accorge - le norme poste in noi da natura comporta sempre un male. In altre parole, le norme della natura portano in se stesse una sanzione necessaria, quelle della legge no.

Giustizia dunque è il non trasgredire le leggi della città di cui uno si trovi ad essere cittadino. Perciò ognuno applicherà la giustizia nel modo a sé più utile, se dinanzi a testimoni avrà in gran pregio le leggi, ma, mancando testimoni, applicherà piuttosto le norme di natura. Poiché le norme della legge sono concordate e non native, quelle di natura native e non concordate. Se perciò uno trasgredisce le norme della legge di nascosto a coloro che le concordarono, è immune da biasimo e da pena, se le trasgredisce non di nascosto, non è più immune. Se uno invece fa violenza oltre Il possibile alle norme della natura, anche se nessun uomo se ne accorga non minore è il male; e se pure tutti lo vengano a sapere, non è maggiore si sconvolge infatti non una opinione ma una verità. (DK 87 B 44)

Quello che qui Antifonte denuncia è il formalismo delle leggi umane, è l'adagiarsi dell'uomo in una routine che con il suo meccanismo sempre piú complesso e artificioso lo allontana sempre di piú dalle condizioni naturali della sua esistenza. Per natura infatti gli uomini sono tutti uguali:

Noi rispettiamo e onoriamo chi è di nobile origine, ma quelli che non lo sono né li rispettiamo né li onoriamo. In ciò ci comportiamo come barbari gli uni verso gli altri poiché per natura siamo tutti assolutamente uguali, sia barbari che greci. Questo si può vedere dalle necessità naturali di tutti gli uomini: nessuno di noi può essere definito né barbaro né greco. Tutti infatti respiriamo l'aria con la bocca e con le narici, e... (DK 87 B 44)

Il compito della storia degli uomini è quindi quello di ritornare alla naturalità della loro organizzazione egualitaria. In questa prospettiva la giustizia assume una funzione puramente negativa (impedire i mali che potrebbero derivare dall'anarchia:

Non c'è nulla di piú dannoso per gli uomini che l'anarchia), (DK 87 B 61)

e quindi del tutto provvisoria. Le leggi dunque in tanto hanno valore in quanto preparano alla vita umana: sono un momento necessario, ma solo il primo, per giungere ad una vera convivenza umana le cui norme e la cui organizzazione siano pienamente adeguate alle naturali esigenze di eguaglianza degli uomini. Il fine è, dunque, questa concordia del genere umano:

La concordia, come vuole indicare lo stesso termine, riunisce in se stessa i significati di raccoglimento e comunione e unità in uno stesso pensiero, estendendoli poi alle città e alle case e alle riunioni pubbliche e private e a tutti i tipi di natura e parentele anch'esse pubbliche e private. (DK 87 B 44a)

Anche per Antifonte dunque la natura umana, la libertà e l'uguaglianza degli uomini non sono qualcosa di dato, ma il risultato di una conquista, di uno sforzo dell'uomo di costruire la propria umanità in armonia col mondo naturale nel quale egli stesso vive. il questo il più nobile compito che l'uomo possa proporsi, ma è anche un compito difficile, perché comporta la vittoria dell'uomo sulle proprie passioni, cioè sugli aspetti più individuali che impediscono la realizzazione di quella naturale eguaglianza degli uomini, che è limitazione e comprensione delle varie nature individuali:

La saggezza di un uomo non in altro bisogna vederla, a giudicare rettamente, che nel saper frenare l'impulso improvviso del proprio animo, dominandosi e riuscendo a vincere se stesso. Colui che invece vuole soddisfare l'impulso improvviso, vuole il peggio invece del meglio. (DK 87 B 58)

Ecco perché il vero saggio non è colui che se ne sta chiuso in se stesso e vince le passioni semplicemente perché non le conosce:

Colui che non ha mai desiderato né avvicinato le cose turpi o le malvagie, non è saggio: non dominando nulla infatti non può mostrare il proprio dominio su se stesso. (DK 87 B 59)

Il dominio di sé è una vittoria, e la vittoria implica una battaglia. Indispensabile quindi, per l'uomo, fondarsi sulla mente, sulla ragione, su ciò che lo unisce agli altri uomini e non su ciò che lo separa da essi:

In tutti gli uomini è la mente che guida il corpo verso la salute e la malattia ed ogni altra cosa. (DK 87 B 2)

La cosa principale per l'uomo, io credo, è l'educazione. (DK 87 B 60)

Realizzare la vita umana sulla base di questa comunanza della ragione è dunque il compito fondamentale che non può attendere, poiché

La vita assomiglia ad un'effimera vigilia, la lunghezza della vita alla durata d'un sol glomo, in cui noi guardiamo alla luce per fare subito posto agli altri che ci seguono.
(DK 87 B 50)

Né vale fantasticare di altre vite, dopo di questa, come vogliono i miti di tutte le religioni:

Ci sono uomini che non vivono la vita presente, ma si preparano con grande cura a vivere un'altra vita e non quella presente; e intanto il tempo perduto fugge via da loro per sempre. (DK 87 B 53a)

Badino dunque gli uomini a saper ben utilizzare la propria vita, ché ogni pentimento, ogni rammarico, ogni rimorso, non può cancellare ciò che è stato e non può far essere ciò che non è stato

Non è possibile ricollocare la vita come una pedina. (DK 87 B 52)

La vita non è uno scherzo od un gioco e l'uomo deve viverla seriamente, con la chiara coscienza dei propri limiti.

Con Antifonte si conclude cosí degnamente il naturalismo umanistico della filosofia dei presocratici. Natura e uomo non sono enti staticamente contrapposti: l'uomo, parte integrante di quel processo dinamico che è la natura, ne emerge fornito di certe caratteristiche - la sua politicità, la sua socialità, la sua razionalità - che gli consentono di avviare quel processo di costruzione della propria natura che è tipico soltanto della specie umana. L'attività umana si radica cosí nel processo naturale: la capacità dell'uomo di agire e di porsi degli scopi è il momento più alto delle trasformazioni e del divenire che sono propri del dinamismo della natura. In questo quadro, la formazione di una società umana, di una società senza servi né padroni, è il compito piú alto ed il fine piú nobile della storia dell'uomo.

dietro - avanti

inizio capitolo


Indice