STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO IV

NATURA E SOCIATA' NELLE DOTTRINE DEI SOFISTI

1. L'ambiente storico e culturale

2. Se tutto è vero, non tutto è utile (socialmente)

3. La retorica come filosofia del concreto

4. Religione, politica e cultura

5. Oltre la giustizia

 

4. Religione, politica e cultura

Il forte interesse per la società umana e le sue istituzioni è comune anche ad altri sofisti, ed è anzi l'elemento delle loro dottrine meglio documentato attraverso le scarse notizie che su di essi abbiamo ed i pochi frammenti che di essi ci rimangono. Questo non significa però che i sofisti non si fossero impegnati anche nell'indagine naturalistica, sulla scia della grande tradizione scientifica iniziata dagli Ionici, anche se di queste loro ricerche troppo poco si è conservato fino a noi.

Prodico nacque a Ceo, un'isola delle Cicladi, tra il 470 e il 460; venne mandato dalIa sua città in diverse occasioni ad Atene, dove ebbe un grande successo come oratore politico, nonchè per le sue lezioni di filosofia e di retorica. Dovette essere un uomo di grande fascino intellettuale, se riuscì riunire intorno a sè molti giovani. Prodico è rimasto famoso soprattutto per i suoi studi di sinonimica e di etimologia, che inquadrò nel piú vasto problema del rapporto natura-cultura, allora assai sentito e dibattuto. Il linguaggio - le parole - costituisce per Prodico un fatto naturale se considerato in sè (etimologia), ma anche un fatto convenzionale, se considerato nella sua applicazione pratica (sinonimica), all'interno di una società. Intatti l'etimologia, in individuando l'origine di un nome e collegando dei suoni a degli oggetti, a fatti naturali, stabilisce una stretta dipendenza della parola dalla cosa. D'altra parte, oltre a questo significato "naturale" di ogni vocabolo, v'è anche un significato "storico" che esso assume e che deriva dall'uso, cioè dalle condizioni ambientali e storiche in cui viene usato: questo significato storico è studiato appunto dalla sinonimica.

Ma Prodico è anche uno studioso della storia dell'uomo; egli ne disegna un profilo che va dallo stato iniziale di ferinità e di soggezione alla natura fino all'istituzione di società fondate sul lavoro e sulle leggi. Il fattore fondamentale di questo sviluppo è techne, cioè l'arte, l'attività lavorativa dell'uomo, che rappresenta lo strumento attraverso il quale - dall'agricoltura all'industria - l'uomo riesce a sfruttare ed a mettere al proprio servizio le forze della natura. A questo proposito anzi Prodico elabora un'importante teoria delle religioni, che per lui sono la celebrazione dei benefici dell'attività umana e degli sforzi degli scopritori delle piú importanti technai, come Efesto del fuoco e della metallurgia.

Il sole e la luna e i fiumi e le fonti e in genere tutto ciò che giova alla nostra vita, gli antichi li chiamavano dei per la loro utilità, come gli Egiziani fanno per il Nilo, e per questo il pane fu chiamato Demetra, e il vino Dioniso, e l'acqua Poseidone, e il fuoco Efesto e cosí ciascuna cosa che ci è utile. (DK 84 B 5)

La filosofia morale di Prodico, sostenitore di un'etica che punti sempre sulle virtù, sullo sforzo e sull'impegno dell' uomo a costruire un mondo di leggi adeguato alla sua natura, ci è testimoniata da un lungo frammento intitolato Le Ore, o Eracles al bivio, in cui si immagina che Eracle, posto di fronte all'alternativa di seguire la via facile del vizio o quella difficile della virtù, imbocchi decisamente questa seconda.
La critica alla legge come insieme di norme convenzionali che regolano solo la vita esteriore dell'uomo, ma non lo rendono per questo buono e giusto, è in LICOFRONE:

La legge poi è una convenzione che garantisce i diritti reciproci, ma non è capace di rendere buoni e giusti i cittadini (DK 83,3)

e in ALCIDAMANTE, scolaro di Gorgia:

Il dio dette la libertà a tutti, la natura non ha fatto alcuno schiavo. (Fr. 4)

Alle leggi punitive, quindi, che possono sancire principi che ripugnano alla natura dell'uomo, può fare da argine, secondo Alcidamante, la filosofia:

La filosofia è una barriera contro le leggi scritte. (f. 2)

È questa la posizione anche di Ippia di Elide, nato forse nel 443 a.C. e vissuto molto a lungo:

O voi qui presenti, io ritengo che voi siate consaguinei e familiari e concittadini per natura, non per legge; infatti il simile è congenere al simile per natura, mentre la legge, tiranna degli uomini, costringe a molte cose che sono contrarie alla natura.
(DK 86 C 1)

Quest'esaltazione che Ippia fa della physis e questa svalutazione di nomos non vanno intesi però in senso assoluto. La legge per Ippia ha uno scopo ben preciso: l'utilità degli uomini cui è diretta, può fallire il suo scopo, ma in questo caso fallisce proprio come legge. Ecco allora la critica di Ippia: quando il nomos non corrisponde più alla physis, o perché sancisce la schiavitù di un uomo rispetto ad un altro uomo, o perché sancisce la superiorità di un popolo, di una razza su di un'altra, esso diviene tiranno. Bisogna invece sostanziare il nomos di quelli che sono i postulati irrinunciabili della natura umana, fraternità uguaglianza comunanza: anche per Ippia dunque - come per Protagora - l'appello alla natura dell'uomo non è l'evocazione di una serie di caratteristiche date e acquisite per sempre, ma è l'appello ad una natura che si fa e diviene grazie allo sforzo degli uomini di migliorare se stessi e le istituzioni che regolano la loro vita.

Ippia scrisse moltissimo, e dei piú svariati argomenti, dalla geometria alla musica, dalla medicina all'astronomia, alla storia delle città greche. Ma gli interessi di Ippia non erano solamente speculativi; egli usava personalmente tecniche manuali le piú varie. Si dice che si recasse una volta ad Olimpia portando con sé non soltanto composizioni poetiche e discorsi in prosa, ma indossando addirittura tutte cose fatte da sé: un anello, un sigillo, i calzari, il mantello, la tunica e una cintura che eguagliava per bellezza le piú ricche cinture persiane. Questo "saper molto" (polymathìa) di Ippia si collocava nell'ambito dell'antica tradizione di sapienza, che includeva le tecniche. Un uomo come Ippia, "che raccoglieva in se le arti del filatore, del tessitore, del conciatore, del sarto e del fabbro, è il rappresentante tipico della vecchia generazione di sapienti, il cui diritto a questo titolo non era compromesso dall'abilità e dalla prontezza con cui sapevano servirsi delle loro mani " (Farrington).
Figure minori tra i sofisti furono TRASIMACO DI CALCEDONE, nato intorno al 460, abilissimo oratore e critico - sia pure di parte conservatrice - di una legge che non serve piú alla vita degli uomini, perché ormai il giusto è diventato purtroppo

null'altro che l'utile del piú forte, (DK 85 B 6a)

per cui bisogna ritornare alla costituzione ricevuta dai padri, unica garante della giustizia; e CRIZIA (460/450-403), ammiratore ed esaltatore di Sparta, uomo di cultura e d'intelligenza acuta, sostenitore del nomos come unica garanzia per l'uomo di uscire dallo stato di vita disordinata e selvaggia e di iniziare la vita civile. Interessante è la teoria di Crizia della religione, intesa come instrumentum regni, e cioè come un semplice mezzo, un'"invenzione" di uomini intelligenti utile per garantire l'ordine sociale.
Riflettono l'ambito delle discussioni e della cultura dei sofisti anche alcuni scritti anonimi di questo periodo, come il cosiddetto Anonimo di Giamblico, influenzato dal pensiero etico-sociale di Protagora; i Ragionamenti duplici, che discutono vari argomenti contrapponendo tesi a tesi, secondo l'insegnamento di Protagora che su ogni argomento esistono due discorsi contrapposti; lo scritto Sulle leggi, che è un'esaltazione del nomos, senza il quale l'esistenza umana non differirebbe da quella delle fiere.

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