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1. L'ambiente storico e culturale
2. Se tutto è vero, non tutto è
utile (socialmente)
3. La retorica come filosofia del concreto
4. Religione, politica e cultura
5. Oltre la giustizia
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3.
La retorica come filosofia del concreto
Gorgia (485-376 a.C.), nato a Leontini, in Sicilia scolaro di
Empedocle e maestro di Isocrate, di Pericle, di Menone, di Crizia, di
Tucidide, fu un'altra grande figura di sofista. Di lui sappiamo che fu
a capo di una ambasciata che Leontini, assalita dai Siracusani, inviò
ad Atene nel 427 per chiedere aiuti, e ad Atene tenne sull'opportunità
dell'alleanza un discorso che per l'originalità del linguaggio
e dello stile sbalordì gli ascoltatori, gente pur raffinata e colta
in fatto di lingua. Pare che negli ultimi tempi della sua vita si sia
ritirato in Tessaglia, dove morí forse vecchissimo.
Gorgia maestro di stile, abilissimo oratore e retore, insuperabile improvvisatore
sui piú svariati argomenti: è l'immagine tradizionale che
ci è stata tramandata. Ma Gorgia non fu solo questo: oltre che
abile oratore politico, attentissimo a cogliere gli umori dell'uditorio
che volta a volta aveva dinanzi e quindi a commisurare ad esso il suo
discorso, Gorgia s'interessò anche a problemi di astronomia e di
fisiologia, seguendo le dottrine di Anassagora e di Empedocle. Ma soprattutto
Gorgia elaborò una dottrina della filosofia come retorica che ben
rispondeva alle esigenze piú vive del suo tempo, anche se fu fortemente
avversata da Platone.
Nella sostanza, Gorgia si ispira ad una dottrina dell'esperienza e ad
un relativismo non molto diversi da quelli impostati da Protagora. Come
questi, anche Gorgia non mette in dubbio l'esistenza di una realtà
naturale e materiale data, nella quale anche l'uomo è inglobato
ed alle cui leggi immutabili e necessarie soggiace anche la sua vita.
Solo che per Gorgia questa natura posta in sé non ha alcun
significato per l'uomo: l'uomo è relatività, è divenire,
è cambiamento continuo di stati percettivi e coscienziali, di opinioni,
di giudizi, ed è di questo continuo mutamento che bisogna trovare
il metro, la misura. Posto di fronte alla natura, all'essere in sé,
l'uomo può dire: è, od anche non è; ma questo
suo discorso non ha senso. Ecco il significato dell'opera di Gorgia Sul
non-essere o sulla natura, nella quale egli stabilisce tre
punti fondamentali,
in primo luogo che nulla è, in secondo luogo che se
anche qualcosa fosse non sarebbe comprensibile per l'uomo, in terzo
luogo che se anche fosse comprensibile non sarebbe comunicabile e
spiegabile agli altri. Che nulla è lo dimostra in questo
modo: se infatti qualcosa esiste, o è essere o è non essere
o è essere e non-essere insieme. Ma il non-essere non esiste.
Poiché se il non-essere esistesse, esso sarebbe e insieme non
sarebbe: infatti, pensato come non-essere, non esiste, ma, in quanto
esistente proprio come non-essere, esiste. Ma è completamente
assurdo che qualcosa sia e non sia nello stesso tempo: dunque il non-essere
non esiste. Ma neppure l'essere esiste. Se infatti l'essere è
eterno, non ha alcun principio. Tutto ciò che nasce infatti ha
un principio, mentre l'eterno, per definizione ingenerato, non ha principio.
Non avendo principio, è illimitato. Se è illimitato, non
è in alcun luogo, se non è in alcun luogo, non esiste.
Ma l'essere non può nemmeno essere nato. Se infatti è
nato, o è nato dall'essere o dal non essere. Ma non è
nato dall'essere: se infatti esiste come essere, non può esser
nato ma esiste da sempre; e non è nato nemmeno dal non-essere,
perché il non-essere non può generare alcuna cosa.
In secondo luogo, se anche qualcosa fosse, sarebbe sconosciuto per l'uomo.
Se infatti ciò che viene pensato non esiste, l'essere non è
pensato. Che il pensato non esiste è chiaro: se infatti il pensato
esiste, allora tutte le cose pensate esistono, e in qualunque modo uno
le pensi. Ma ciò è completamente contrario all'esperienza:
se uno infatti pensa un uomo che vola non per questo immediatamente
un uomo si mette a volare. E dunque il pensato non esiste, né
l'essere si può pensare o comprendere.
Ma se anche si potesse comprendere, sarebbe incomunicabile agli altri.
Il mezzo con cui comunichiamo infatti è la parola e la parola
non è l'oggetto reale fuori di noi; dunque non comunichiamo agli
altri oggetti reali, ma solo la parola, che è altro dall'oggetto.
(DK 82 B 3)
Le tre tesi di Gorgia stanno dunque a significare che quella realtà
di cui parlano i filosofi precedenti, sia come realtà naturale
fuori dell'uomo, sia come discorso scientifico sulla materia, è
in effetti un "nulla" per l'uomo, cioè non lo riguarda
affatto. Perché l'uomo è a contatto direttamente solo con
i suoi pensieri e le sue sensazioni e non con le cose stesse. In altre
parole, se c'è una conoscenza, questa riguarda solo e sempre quei
fatti concreti individuali, relativi, che sono le sensazioni e i discorsi
che su di esse costruiamo, volta a volta e in maniera sempre diversa.
Ecco allora che occorrerà indagare il singolo fatto, la singola
esperienza e non piú fatti o leggi generali e universali se non
vogliamo rischiare di fare discorsi a vuoto. Il nostro orizzonte si restringerà,
ma acquisterà, in compenso, in concretezza ed in vivacità
perché metterà veramente a nudo le ragioni piú vere
di un fatto, di un avvenimento e solo cosí ne coglierà la
verità.
È quanto Gorgia fa nei due famosi discorsi in difesa di due celebri
"colpevoli" della tradizione letteraria: la Difesa di Palamede,
l'eroe greco accusato da Ulisse di aver tradito la sua gente sotto le
mura di Troia, e l'Encomio di Elena. Da questa ultima opera leggiamo
qualche passo:
Io quindi voglio con un discorso logico in una sola volta porre termine
alle accuse che le si fanno e, dimostrando che i suoi detrattori mentono
e mostrando qual è la verità, far cessare l'ignoranza.
Ella infatti fece ciò che fece o 1) per volere del Caso e volere
degli dei e decreto di Necessità, o 2) rapita per forza, o 3)
convinta da discorsi, o 4) presa da amore. [Nei primi due casi Elena
non ha colpa perché soggiace ad una forza superiore o subisce
violenza, e quindi è da compiangere e non da condannare].
Se poi fu un discorso a persuaderla e ad ingannarla, pure per questo
è facile giustificarla. La parola è un gran dominatore,
che con un corpo piccolissimo ed invisibilissimo divinissime opere sa
compiere: può infatti calmare la paura e eliminare il dolore
e suscitare la gioia e aumentare la pietà. Infatti gli ispirati
incantesimi di parole, combinandosi con le immaginazioni dell'anima,
la blandiscono con la potenza dell'incanto e la persuadono e la trascinano
con le loro seduzioni. Questa è la potenza della persuasione,
che, pur non avendo la forma della necessità, ne ha però
la potenza. Un discorso infatti che abbia persuaso una mente, la costringe
a credere nei detti e a consentire nei fatti. Chi ha persuaso dunque
è colpevole, in quanto ha costretto; mentre lei che fu persuasa,
in quanto costretta con la forza del discorso, a torto riceve cattiva
fama. E se poi fu l'amore a compiere tutto, anche in questo caso sfuggirà
l'accusa. Le cose che vediamo infatti possiedono una natura non quale
noi la vorremmo, ma quale è toccata da sempre a ciascuna di esse;
per mezzo della vista, l'anima ne viene impressionata anche nei suoi
atteggiamenti. Se dunque lo sguardo di Elena ispirò all'anima
propensione e desiderio d'amore per la persona di Paride perché
meravigliarsi? E se l'amore è un dio ed ha la potenza divina
degli dei, in che modo mai un essere inferiore può rifiutarlo
e tenerlo lontano? Se poi l'amore è una malattia dell'uomo e
un obnubilamento dell'anima, non lo si deve giudicare una colpa ma una
sventura.
(DK 82 B 11)
Gorgia non ha dunque fiducia nella filosofia, in quel tipo di filosofia
che si basa su ricerche astratte di principi e di verità universali,
e che facilmente dimentica la realtà drammatica della situazione
umana. Ha molta piú fiducia nella retorica, in una ricerca cioè
dei motivi reali che spingono un uomo ad agire, fatta con l'intento
di spiegare e capire fatti irripetibili, di sforzarsi di trarre da essi
una lezione; una lezione che a sua volta non sia una proposizione astratta
che pretenda di spiegare le azioni in maniera generale, ma che sia il
frutto di concrete esperienze umane perché altri uomini se ne
possano servire. Fate dei discorsi astratti sul giusto e sull'ingiusto,
sulla morale, e non convincerete seriamente mai nessuno; fate della
retorica in questo senso, e toccherete il cuore degli uomini.
La retorica quindi è creatrice di quella persuasione che produce
una piena adesione, e non di quella che è in grado solo di istruire
sul giusto e sull'ingiusto.
(DK 82 A 28)
Questo è il volto della retorica-filosofia di Gorgia; un volto
umano, che sia capace di ridare all'uomo, in un periodo cosí agitato
socialmente e politicamente, il senso della sua vita, delle sue scelte,
del suo impegno. L'essere, nella sua realtà dogmatica, non
esiste, e se anche esistesse non ci riguarderebbe; esistono invece Palamede
e Elena, esistono gli uomini con le loro realtà esistenziali, relative,
incerte, agitate, con il loro bisogno di armonia, di pace, di legge. E
per persuaderli non valgono gli insegnamenti dottrinali, i puri ragionamenti
astratti; per convincere un uomo e determinarlo ad una condotta giusta
occorre far scoccare in lui una scintilla che accenda i suoi sentimenti
e mobiliti i suoi affetti e la sua volontà. In questo senso, la
difesa delle "leggi scritte, custodi del giusto" che fa Gorgia
è la difesa di un'insieme di istituzioni le cui radici non si trovano
nel diritto e nella parola divini, ma nell'uomo stesso; è la difesa
di un mondo che l'uomo si crea da se, faticosamente e sbagliando anche,
ma un mondo che è il risultato del suo sforzo per costruire valori
e del suo continuo impegno per consolidarli ed arricchirli.
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