STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO IV

NATURA E SOCIATA' NELLE DOTTRINE DEI SOFISTI

1. L'ambiente storico e culturale

2. Se tutto è vero, non tutto è utile (socialmente)

3. La retorica come filosofia del concreto

4. Religione, politica e cultura

5. Oltre la giustizia

 

2. Se tutto è vero, non tutto è utile (socialmente)

Una delle figure piú importanti tra i sofisti fu Protagora di Abdera (485/484-411 circa a.C.), originario della Tracia ma attivo per lungo tempo ad Atene, ove entrò a far parte del "circolo di Pericle", del quale fu uno dei piú stretti collaboratori. A lui fu affidato infatti il compito di preparare la legislazione di Turi, una colonia fondata da Pericle nel 444. Nel 411, accusato di empietà per il suo scritto Sugli dei, Protagora fu costretto a fuggire da Atene e, secondo alcune testimonianze, morí nel naufragio della nave. Le opere piú importanti di Protagora sono La verità e le Antilogie.
La dottrina piú famosa di Protagora ci è testimoniata da un frammento riportato da Sesto Empirico:

Protagora sostiene che "di tutte le cose ognuno è misura, di quelle che sono in relazione al fatto che sono, di quelle che non sono in relazione al fatto che non sono" e intende misura nel senso di criterio, e cose nel senso di fatti; cosicché vuol dire che il singolo uomo rapporta sempre a sé tutti gli avvenimenti (naturali e umani)... E perciò egli ammette solo ciò che appare al singolo uomo, affermando cosí il principio della relatività... Dice dunque Protagora che la materia è scorrevole e continuamente si sostituisce qualcosa a qualcosa che va via, e così le sensazioni si trasformano e si modificano secondo l'età e secondo le diverse disposizioni del corpo. Dice anche che le ragioni di tutti i fenomeni risiedono nella materia, di modo che la materia in sé stessa realmente è tutto ciò che appare a ciascun uomo. Gli uomini d'altra parte ne colgono aspetti differenti a seconda delle disposizioni differenti in cui si trovano. (DK 80 B 1; 80 A 14)

L'affermazione che l'uomo singolo è misura di tutte le cose ha già un chiaro senso antidogmatico: la verità non è qualcosa di dato o di; rivelato da sapienti o da profeti agli uomini ignari né può consistere nelle tradizioni che si tramandano passivamente di generazione in generazione. Essa consiste in una "misura", in un rapporto che di volta in volta ogni uomo istaura con la realtà, un rapporto che non può essere costante, poichè la realtà e l'uomo stesso sono enti che cambiano. Fondamentale, nella caratterizzazione di questo rapporto uomo-mondo, e la sensazione: Protagora è uno dei più convinti sostenitori della validità dell'esperienza sensibile. Questa infatti è sempre vera, anche se è diversa da uomo a uomo od anche per lo stesso uomo che può fare esperienze diverse: perché è sempre vero, cioè reale, cioè esistente di fatto il apporto particolare che ciascuno di noi istaura con i fenomeni della realtà. Sulla sensazione - che esprime sempre un reale modo di essere dell'uomo - si basa il giudizio, cioè il discorso logico, ed è ovvio che per Protagora a differenza che per Parmenide, per esempio, non potrà esistere un solo discorso logico.

E per primo disse che su ogni fatto ci sono due discorsi contrapposti tra loro.
(DK 80 B 6a)

Se il discorso è la traduzione logica della nostra esperienza sensibile, anch'esso sarà dunque sempre vero. Della complessa realtà che lo circonda l'uomo sente ciò che è conforme alle disposizioni del proprio corpo e l'organizza in un discorso logico che esprime la sua verità. La conoscenza dell'uomo è quindi "relativa, sí, ma non soltanto soggettiva. Veri gli oggetti del mondo esterno, sono vere anche le affermazioni che l'uomo può fare su di essi. Ogni soggetto, insomma, coglie un aspetto del reale: conoscenza relativa, sí, ma di una faccia della realtà oggettiva " (Martano).

Questa teoria della relatività della conoscenza, del "tutto è vero", che cosí bene esprimeva le nuove esigenze culturali del tempo, trovò una fortissima ostilità in Platone ed in Aristotele; comunque, essa portava a due importanti conseguenze. La relatività delle nostre conoscenze non esclude la loro oggettività: c'è sempre un fondamento saldo dal quale non si può prescindere, e cioè la nostra reale esperienza. Estremamente significativo a questo proposito e il 'discorso che Protagora fa sugli dei:

Intorno agli dei non posso sapere né che sono né che non sono né quale forma abbiano; molte cose infatti si oppongono alla nostra conoscenza: il fatto che non possono essere oggetto di esperienza sensibile e la vita umana che è breve.
(DK 80 B 4)

Protagora di Abdera sostenne la stessa opinione di Diagora, ma la espresse con altre parole... Disse infatti di non sapere se gli dei sono, il che è lo stesso che dire di sapere che non sono.
(DK 80 A 23)

Degli dei non si può parlare perché il loro eventuale essere non si trasforma in un fenomeno, in un oggetto d'esperienza diretta dei nostri sensi: un eventuale discorso non risulterebbe affatto chiaro, perché mancherebbe per esso proprio la base, il punto di partenza: ciò che cade sotto i sensi. Tra conoscenza sensibile e conoscenza razionale, quindi, non c'è frattura: la prima costituisce anzi il presupposto necessario della seconda. Questa non era una tesi nuova nell'ambito delle filosofie dei presocratici. La novità del pensiero di Protagora è nel fatto che dalla tesi del "tutto è vero" non si giunge ad una posizione di scetticismo radicale. La relatività delle nostre conoscenze, infatti, è per Protagora proprio ciò che permette la costruzione di un mondo umano di verità relative e di istituzioni politiche e sociali che hanno un valore universale, cioè valgono per l'intera comunità della polis. Molto importanti a questo riguardo sono due testimonianze di Platone; nella prima, Protagora cosí afferma:

Io infatti sostengo che la verità è come ho scritto: ciascuno di noi è misura delle cose che sono e di quelle che non sono, certamente c'è una differenza infinita tra l'uno e l'altro individuo, poiché per uno sono ed appaiono certe cose, per un altro, altre. E mi guardo bene dal negare che esistano la saggezza e l'uomo saggio, ma chiamo saggio proprio colui che ad uno di noi, al quale le cose appaiono e per il quale siano cattive, con una trasformazione le faccia apparire ed essere buone. Ricorda quanto dicevamo prima, e cioè che per chi è malato il cibo appare ed è amaro, mentre per chi è sano il contrario. Ma non è possibile ritenere uno dei due piú sapiente dell'altro, né si può dire che il malato sia un ignorante perché sente in modo diverso da quello del sano, che sarebbe sapiente. Piuttosto bisogna cambiare le disposizioni del primo con quelle del secondo, perché queste sono migliori. Anche l'educazione allora consiste nel cambiare certe disposizioni dell'uomo con altre migliori: la differenza è che il medico opera questa trasformazione con i farmachi, il sofista con i discorsi. È per questo che nego che qualcuno possa avere opinioni false ed un altro gliene faccia avere di vere: non è possibile infatti né avere opinioni di ciò che non è, né averne in modo diverso da come effettivamente ciascuno sente l'opinione quindi è sempre vera. Ma io credo anche che le disposizioni difettose dell'animo determinano opinioni ad esse conformi mentre disposizioni rette determinano opinioni diverse, e queste alcuni per ignoranza le chiamano vere, io invece le dico migliori di quelle altre, ma non piú vere. E i saggi, se di cose che riguardano il corpo, li dico medici, se di cose che riguardano le piante, li dico agricoltori. Sostengo infatti che anche questi, quando qualche pianta sia ammalata, fanno nascere in essa delle sensazioni sane in luogo di quelle dannose: e cosí i saggi e valenti oratori fanno apparire come giuste alla città le opinioni utili in luogo di quelle dannose. Giacché quanto appare giusto e bello ad ogni singola città, tale è anche per essa, almeno finché lo reputa tale. Ma il saggio in luogo di singole opinioni dannose per i cittadini, ne fa apparire ed essere di utili. (PLAT. Teeteto 166 d sgg. = DK 80 A 21a)

Il compito del sofista è dunque quello di

rendere migliore il discorso peggiore, (DK 80 B 6b)

perché non c'è un discorso piú vero di un altro, ma uno piú utile si. Se ogni individuo ha la sua verità, non tutte le verità sono ugualmente utili alla vita associata: una sul piano pratico diventa migliore perché è la piú idonea alla realizzazione di un'intesa, di una piú larga e piú profonda armonia tra i cittadini della polis.

Passiamo cosí alla seconda delle conseguenze cui accennavamo prima: il senso politico della filosofia e della retorica, intendendo per retorica l'abilità del sofista a costruire i suoi discorsi e ad adattarli all'utilità della polis. Di qui deriva anche, per Protagora, il valore essenziale del nomos, cioè del complesso di leggi, di istituzioni politiche e sociali che l'uomo - e non il dio - elabora e realizza per superare lo stato belluino della vita e costruire consapevolmente la sua storia. Ed ecco la seconda testimonianza di Platone, nota come il mito di Protagora:

In queste condizioni gli uomini da principio vivevano sparsi, e non vi erano città; sicché perivano uccisi dalle fiere, essendo in ogni aspetto piú deboli di queste, perché la loro perizia tecnica bastava loro per procurarsi il nutrimento, ma non per combattere le fiere. Non avevano ancora infatti l'arte politica, della quale una parte è l'arte della guerra. Cercarono allora di riunirsi e di salvarsi fondando le città; ma una volta cosí riuniti, si offendevano tra di loro appunto perché non avevano l'arte politica, e cosí di nuovo si disperdevano e perivano. Zeus pertanto, temendo che la nostra specie perisse completamente, invia Ermes a portare agli uomini rispetto e giustizia, perché fossero principi di ordine e legami conciliatori di amicizia. Domanda allora Ermes a Zeus in qual modo dovesse distribuire giustizia e rispetto tra gli uomini: - Distribuisco anche questi come sono state distribuite le arti? Le arti sono state distribuite cosí: un solo uomo possiede l'arte medica e basta per molti che non sanno di medicina, e cosí anche per le altre abilità tecniche. Ora, la giustizia e il rispetto debbo assegnarli anche in questo modo tra gli uomini, o distribuirli a tutti? - A tutti, rispose Zeus, che tutti ne partecipino; non potrebbero vivere infatti le città, se solo pochi ne partecipassero, come avviene per altre arti. E stabilisci anche una legge da parte mia, che chi non è capace di accogliere rispetto e giustizia, venga ucciso come peste della città.
(PLAT. Protagora 320 e sgg. - DK 80 C 1)

La società umana nasce dal bisogno: circondato da un ambiente ostile, in cui la sua sopravvivenza fisica è messa continuamente in pericolo, l'uomo è spinto ad associarsi ai suoi simili "fondando città". La fondazione delle città è il primo passo necessario per l'uscita dallo stato selvaggio, è la possibilità di unire le proprie forze e le proprie esperienze - diverse - a quelle degli altri; ma non basta: questa prima aggregazione non è di per se stessa garante della possibilità di una vita umana. Occorrono nuove condizioni per l'esistenza di un'autentica società umana: rispetto (cioè coscienza dei propri limiti e quindi riconoscimento non formale delle altre individualità) e giustizia (cioè coscienza della necessità di una serie di rapporti anche formali - le leggi - come base per la convivenza sociale); ed è soltanto in questa realizzazione del nomos che l'uomo realizza la sua piú vera natura: non c'è nessuna opposizione tra physis e nomos, tra natura e legge, perché questa è il prolungamento e la realizzazione di quella. La cultura, quindi, non è in antitesi alla natura, perché questa include l'uomo stesso e perciò la possibilità del processo e della storia: la cultura è la coscienza da parte dell'uomo dell'ambiente naturale e storico e del suo proprio radicarsi in quest'ambiente. In tal modo la filosofia di Protagora da un lato soddisfaceva alle esigenze intellettuali e culturali piú vive ed attuali del suo tempo, dall'altro si mostrava come la piú limpida e coerente teorizzazione delle idee del "circolo di Pericle" e dei suoi programmi culturali e politici.

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