STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO IV

NATURA E SOCIATA' NELLE DOTTRINE DEI SOFISTI

1. L'ambiente storico e culturale

2. Se tutto è vero, non tutto è utile (socialmente)

3. La retorica come filosofia del concreto

4. Religione, politica e cultura

5. Oltre la giustizia

 

1. L'ambiente storico e culturale

Il secolo V è dominato anche dalle figure dei "sofisti". Il termine sophitès era molto antico e per lungo tempo fu sinonimo di sophos (= saggio), indicando un uomo esperto in molte cose, conoscitore di tecniche particolari o di una cultura generale che spaziava in vari campi. Sofisti venivano chiamate anche le mitiche figure dei Sette Sapienti, ed in un suo dialogo Platone chiamava sofista lo stesso dio. Ma nel corso del V secolo, con questo termine si indicavano specialmente quelle figure di sapienti, che giravano di città in città - erano spesso ambasciatori delle proprie città natali - venendo immancabilmente a confluire ad Atene. Questi uomini tenevano conferenze, animavano dibattiti, istituivano anche dei veri e propri corsi di lezioni a pagamento - fatto scandaloso, questo, specialmente per i circoli aristocratici che si rifacevano ad un ideale di cultura piú chiuso ed esclusivo. La tenace polemica che, da questo punto di vista, condussero contro di loro Socrate, lo storico Senofonte, Platone e poi Aristotele bollò ben presto questi uomini come corruttori di costumi, uomini abili a tenere accattivanti e bei discorsi ma incapaci di educare seriamente la gioventù, in una parola "falsari" della cultura. Si può dire praticamente che in ogni dialogo di Platone c'è una polemica contro i sofisti; Senofonte li chiamò ancora piú duramente i "prostituti" della cultura; Aristotele disse che il sofista è "uno smerciatore di sapienza apparente e non reale". L'enorme influenza culturale di Platone e di Aristotele ha fatto sí che il loro giudizio divenisse ben presto canonico, e "sofista" diventò cosí - e ancora oggi lo è, anche nel linguaggio comune - sinonimo di cavillatore in mala fede, di un uomo che con abili discorsi tende a disorientare l'interlocutore per affermare ad ogni costo la propria tesi, o anche una qualsivoglia tesi.
Senonché la critica moderna, a partire dalla fine del secolo scorso, ha fatto giustizia di questi giudizi negativi, sia con il chiarire le ragioni storiche dell'ostilità di Platone e di Aristotele, sia con l'approfondire l'effettivo ruolo storico e culturale che i sofisti ebbero nei confronti della crisi della città nella seconda metà del secolo.

Si è messo in luce cosí la graduale perdita di peso culturale delle unità gentilizie e aristocratiche nelle città che si evolveranno sempre di piú verso regimi democratici, l'importanza sempre maggiore del commercio, che di fatto rompeva l'isolamento delle poleis e creava tra di esse una serie di legami sempre piú stretti. Questo comportava l'emergere di nuovi ceti sociali sempre meno legati alla terra ed all'economia agricola - base del regime aristocratico - e sempre piú bisognosi di nuove forme politiche e culturali. E infatti l'amore per i viaggi, le esperienze nuove e diverse dei viaggiatori, l'afflusso crescente di stranieri ed il vario contributo anche spirituale da essi portato, ampliavano l'orizzonte della cultura tradizionale invitando ad esplorare nuovi contenuti, ad assimilarli, a confrontarli. Si fanno strada cosí due idee nuove, l'idea della relatività dei valori culturali che sorge dal confronto, dall'indagine, dalla discussione e che ancora le conquiste concettuali, tecniche, politiche, a situazioni umane, relative, storiche; l'idea della fondamentale unità della specie umana, al di là delle differenze di classi e di nazioni.
Quest'idea cosmopolitica (affermata contemporaneamente da Democrito: "Ogni paese della terra è aperto all'uomo saggio: perché la patria dell'animo virtuoso è l'intero universo", (DK 68 B 247), non comune alla mentalità greca che affermerà in genere la superiorità spirituale dei Greci sui Barbari, sorgeva anche come reazione ad uno dei periodi piú foschi della storia greca, quello delle guerre peloponnesiache (457-445 a.C; 431-404 a.C.), il cui quadro di stragi, delitti e orrori, con la decadenza e l'imbarbarimento conseguenti nella vita greca, ci è stato magistralmente tramandato dallo storico Tucidide (460/455-400 circa a.C.). Contro questo stato belluino della vita, contro i principi dell'utilitarismo brutale, dell'egoismo, contro il diritto assoluto del piú forte presentato come una legge sempre esistita e destinata ad esistere sempre tra gli uomini, lottano i sofisti, o esaltando l'importanza delle costruzioni politiche come rimedio alla brutalità, all'egoismo ed agli istinti (Protagora, Gorgia), o esaltando la naturalità e la spontaneità della vita umana di fronte a leggi ingiuste e mortificanti (Ippia, Antifonte).

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