STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO III

COMPRENSIONE DELLA NATURA E COMPRENSIONE DELL'UOMO NELLE FILOSOFIE DEL V SECOLO

1. L'importanza del metodo di ricerca e la nascita della logica scientifica

2. Metematica, fisica e logica nella scuola di Elea

3. Un filosofo che «turba i sonni degli scienziati»

4. Uno schema troppo semplice per una realtà molto complessa

5. Amore e odio, principi di tutte le cose

6. Un fisico che parla della mente e della mano

7. Medicina e matematica tra filosofia, tecnica e musica

8. Capire e agire bene è il fine dell'uomo libero

 

 

7. Medicina e matematica fra filosofia, tecnica e musica

Nella Grecia del V secolo si affermò anche una nuova scienza, la mediana. La contrapposizione tra una medicina razionale e naturalistica ed una medicina da ciarlatani, o sacerdoti che ricorrono al divino perché non sanno spiegare l'umano, è plasticamente descritta in uno dei piú famosi testi della medicina ippocratica del V secolo, il Male sacro:

Circa il male cosiddetto sacro [I'epilessia] questa è la realtà. Per - nulla - mi sembra - è più divino delle altre malattie o piú sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali: gli uomini tuttavia lo ritennero in qualche modo opera divina per inesperienza e stupore, giacché per nessun verso somiglia alle altre. E tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo... In verità io ritengo che i primi a conferire un carattere sacro a questa malattia siano stati uomini quali ancora oggi ve ne sono, maghi e purificatori e ciarlatani e impostori, tutti che pretendono d'essere estremamente devoti e di veder piú lontano. Costoro dunque presero il divino a riparo e pretesto della propria sprovvedutezza - giacché non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento - , e affinché la propria totale ignoranza non fosse manifesta, asserirono che questo male era sacro... A me dunque questa malattia non pare affatto esser piú divina delle altre, bensí ha una base naturale comune a tutte, e una causa razionale dalla quale ciascuna dipende: di fatto responsabile di questo male è il cervello, come anche delle altre malattie piú importanti...

Senonché, anche per questo processo, non si trattò di uno sviluppo lineare e pacifico dalle pratiche magiche di "guaritori" o dalle formule religiose dei sacerdoti del tempio ad una scienza medica rappresentata da veri e propri professionisti. Medicina religiosa e medicina "laica" in Grecia corrono in effetti parallele prima e dopo il V secolo, così come l'influenza della scienza medica orientale, specialmente egiziana, si fa sentire parallelamente sull'una e sull'altra. Scrivere una formula magica su di un papiro, macerarlo e dare da bere la pozione all'ammalato, oppure eseguire un delicato intervento sul cervello, erano due operazioni che i media dell'Egitto del secondo millennio a.C. eseguivano indifferentemente (vedi cap. I, par. 3); cosí nella Grecia dal secolo VIII in poi media professionisti con una mentalità quale quella che risulta dal brano sopra riportato e medici "religiosi" si richiamavano ugualmente ad Asclepio, l'eroe tèssalo che ben presto divenne il prototipo della figura del medico. E nel V secolo, quando con la scuola ippocratica di Cos la medicina assunse ormai le itrutture e la configurazione proprie di una scienza, contemporaneamente Asclepio viene divinizzato e sorgono i primi templi in suo onore. Come per la filosofia e le scienze naturali, quando parliamo di "nascita" della medicina, quindi, non intendiamo un venire fuori dal nulla o l'improvvisa apparizione di una branca del sapere assolutamente sconosciuta, quanto invece il graduale affermarsi - in certi ambienti - di una mentalità e di un atteggiamento culturale nuovi che danno un nuovo senso ad un certo campo del sapere.
La medicina greca è legata al nome di Ippocrate. Di lui sappiamo soltanto che era nativo di Cos e che visse nel V secolo; dei numerosi scritti che vanno sotto il suo nome solo alcuni sono attribuiti a lui od ai suoi diretti collaboratori e discepoli; gli altri sono di epoche assai diverse. La scuola ippocratica di Cos affermò l'originalità delle sue vedute e venne elaborando il suo bagaglio scientifico nella polemica che condusse contro le altre due scuole mediche di cultura greca. La scuola italica, che si rifaceva alla cultura pitagorica e subí poi l'influsso delle dottrine di Empedocle, aveva i suoi migliori rappresentanti in DEMOCEDE e ALCMEONE DI CROTONE, e poi in ACRONE, IPPONE e FILISTIONE. Sua Caratteristica fondamentale era quella di derivare il modello dei processi vitali dell'uomo da principi o cause generalissime, quegli stessi che si riteneva agissero sul piano del cosmo intero. La scuola di Cnido, invece, rappresentata principalmente da EURIFONTE ed ERODICO DI CNIDO, si preoccupava al contrario di osservare e di descrivere una gran quantità di casi clinici, guardandosi bene dal "teorizzare" però questa pur necessaria esperienza. La critica di Ippocrate a queste due tendenze è precisa ed acuta:

Quanti si sono accinti a parlare o a scrivere di medicina, fondando il proprio discorso su un postulato, il caldo o il freddo o l'umido o il secco o quale altro abbiano scelto, troppo semplificando la causa originaria delle malattie e della morte degli uomini, a tutti i casi attribuendo la medesima causa, perché si basano su uno o due postulati, costoro sono palesemente in errore su molte cose e persino nelle loro affermazioni; ma soprattutto sono da biasimare perché sbagliano intorno ad un'arte di fatto esistente. (Antica Medicina, 1)

... Dicono certi medici e filosofi che non sarebbe in grado di conoscere la medicina chi non sapesse "che cosa è l'uomo", e che questo appunto deve apprendere chi desidera curare correttamente gli uomini. Ma il discorso ricade nella filosofia, come appunto quello di Empedocle e di altri, che hanno scritto "sulla natura", descrivendo " dal principio " ciò che è l'uomo e come in origine è apparso e di quali elementi è formato. (Antica Medicina, 20)

La medicina non è dunque la filosofia né la matematica: il suo discorso deve basarsi sull'osservazione diretta e sull'esperienza:

Ma non troverai misura alcuna, né numero né peso, la quale valga come punto di riferimento per un'esatta conoscenza, se non la sensazione del corpo. Perciò il compito è di acquisire una scienza cosí esatta che permetta di sbagliar poco qua e là: e io molto loderei quel medico che poco sbagliasse; ma la certezza raramente è dato vedere. (Antica Medicina, 9)

Ma proprio perché è una scienza "sperimentale" e non "teoretica", la medicina trova la sua nobiltà di scienza in questo suo rapportarsi concreto all'uomo ed in questo suo concreto indagare "che cos'è l'uomo ".

Questo almeno mi sembra necessario che il medico sappia sulla natura e faccia ogni sforzo per sapere, se vuole adempiere in qualche modo ai suoi doveri, e cioè che cos'è l'uomo in rapporto a ciò che mangia e a ciò che beve e a tutto il suo regime di vita, e quali conseguenze a ciascuno da ciascuna cosa derivino,
(Ant. Med, 20)

per prevenire e curare le sue malattie, per migliorare concretamente la sua vita. Si apre cosí a questa nuova scienza un campo infinito di indagiine: la scoperta dei rapporti che devono legare l'osservazione dei fatti concreti e la loro comprensione e teorizzazione, l'esigenza cioè di trovare il "significato" dei fatti per poterli prevedere e prevenire, una volta conosciuti i modi e le strutture del loro accadere In una parola la coscienza di un metodo scientifico tutto suo proprio e di un'attività di ricerca che deve impegnarsi "nel tempo" cioè nella stona, fanno della medicina di Ippocrate uno dei frutti piú maturi del sapere medico?biologico che l'antichità greca ci abbia dato.

Ma la medicina da gran tempo ormai dispone di tutti gli elementi, e il principio e la via sono stati scoperti, grazie ai quali in lungo corso di tempo sono state fatte molte ed egregie scoperte, e il resto nel futuro sarà scoperto, se qualcuno, in grado di farlo e a conoscenza di quanto già è stato scoperto, da questo prendendo le mosse porterà avanti la ricerca. (Ant. Med., 2)

Anche la matematica conosce un notevole progresso nel V secolo, grazie principalmente alla scuola pitagorica, molto fiorente soprattutto nella Magna Grecia. La concezione di base dei pitagorici di questo periodo tu una concezione dello spazio e del tempo essenzialmente antiparmenidea: mentre per Parmenide " niente separa ciò che è da ciò che è", cioè lo spazio è una realtà continua, per i pitagorici la realtà è discreta, cioè composta da entità singole indivisibili: esempio classico, i numeri, nelle loro varie serie infinite (i pari, i dispari, i quadrati, le radici, e cosí via). Filalao di Crotone ebbe il merito probabilmente di collegare le ricerche matematiche a quelle astrologiche, ma anche a quelle biologiche e mediche. Sappiamo molto poco di questo pitagorico, ma è probabile comunque che dovette avere l'idea di una "matematizzazione" di tutta la scienza introdurre il metodo matematico in ogni campo scientifico significa appunto avere la possibilità di conoscere:

Tutte le cose che si conoscono hanno numero; senza questo, nulla sarebbe possibile pensare, né conoscere. (DK 44 B 4)

"Leggere" matematicamente l'universo intero significa allora cogliere la profonda armonia che risulta dai rapporti fra tutte le cose apparentemente dissimili e contrarie:

E certo, le cose simili e le omogenee non avrebbero avuto alcun bisogno di armonia; bensì le dissimili e le eterogenee o di serie diversa hanno bisogno di essere collegate da un tal genere di armonia, per la quale possano restare unite in cosmo. (DK 44 B 6)

Questa esaltazione della matematica come "scienza delle scienze" è sostenuta anche da Archita di Taranto:

Ottime cognizioni mi sembra abbiano raggiunto gli studiosi di scienze matematiche; e non è strano che ragionassero correttamente sulle proprietà delle singole cose, perché conoscendo bene la natura del tutto i dovevano veder bene anche come sono le cose particolari. (DK 47 B 1)

Solo dalla conoscenza delle leggi della matematica, quindi, può derivare una giusta conoscenza dell'astronomia, della fisica, di tutte le altre scienze. Archita approfondì specialmente le ricerche, gia iniziate dai primi pitagorici, nel campo musicale: partendo dalla scoperta del rapporto tra la lunghezza di una corda ed il suono che emette, scoperta attribuita a Pitagora, Archita giunse a stabilire tutti i rapporti matematici che regolano gli accordi di ottava, di quinta e di quarta della scala musicale e stabilì le tre classiche medierà proporzionali nella musica, la media aritmetica (quando il termine maggiore supera il medio di tanto di quanto il medio supera il minore; per esempio nell'ottava 12: 6 il medio aritmetico è 9, perché 12 -9 = 9 -6), la media geometrica (quando il primo termine sta al secondo come il secondo sta al terzo; per esempio 2: 4 = 4: 8) e la media subcontraria o media armonica (quando il primo termine supera il medio di tanta parte di sé, di quanta il medio supera il terzo termine; per esempio (12 - 8): (8 -6) = (12: 6).

La grande fiducia nell'alto valore della conoscenza e negli infiniti orizzonti che si aprono alla scienza è comune, dunque, nel V secolo, al medico Ippocrate come al matematico Archita; e come per Ippocrate la medicina non era semplicemente una techne, un'arte, ma dava concretamente all'uomo la possibilità di migliorare la sua vita non solo fisica ma anche morale, cosí per Archita la matematica era: non soltanto uno strumento indispensabile per acquisire metodo e conoscenza, ma anche é soprattutto per organizzare una vita politica basata sulla giustizia:

Per acquistare la conoscenza di ciò che ignori, è necessario o che tu l'apprenda da altri, o che la trovi tu stesso. Ora, l'appreso viene da altri e con l'aiuto altrui; il trovato è da noi stessi e con mezzi propri. Ma trovare senza cercare è difficile e raro; trovare cercando è facile e agevole; trovare senza saper cercare, è impossibile. Placa la rivolta, aumenta la concordia un principio razionale ben trovato; quando esso sia applicato, non c'è piú sopraffazione, c'è l'equità. Per suo mezzo infatti noi riusciamo ad accordarci nei rapporti scambievoli; per esso i poveri ricevono dai facoltosi e i ricchi danno ai bisognosi, avendo gli uni e gli altri fiducia che in base ad esso avranno il giusto. Norma e freno per i disonesti, esso trattiene coloro che lo conoscono dal commettere disonestà, perché dimostra loro che non potranno sfuggire quando a lui si trovino dinanzi; e quelli che non lo conoscono, distoglie dal commetterle, quando abbia loro dimostrato che essi, dato quel principio, commettono una colpa se compiono una certa azione. DK 47 B 3)

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