STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO III

COMPRENSIONE DELLA NATURA E COMPRENSIONE DELL'UOMO NELLE FILOSOFIE DEL V SECOLO

1. L'importanza del metodo di ricerca e la nascita della logica scientifica

2. Metematica, fisica e logica nella scuola di Elea

3. Un filosofo che «turba i sonni degli scienziati»

4. Uno schema troppo semplice per una realtà molto complessa

5. Amore e odio, principi di tutte le cose

6. Un fisico che parla della mente e della mano

7. Medicina e matematica tra filosofia, tecnica e musica

8. Capire e agire bene è il fine dell'uomo libero

 

 

6. Un fisico che parla della mente e della mano

Con Anassagora la filosofia fa la sua comparsa anche in Atene. La città attraversava un periodo di grande splendore: dopo la sconfitta della Persia, al contrario dell'altra città politicamente e militarmente piú forte della Grecia, Sparta, che aveva chiuso i suoi interessi entro i confini del Peloponneso, Atene si lanciò in una politica di predominio marittimo, commerciale e industriale che ne fece ben presto il centro economico e politico piú importante dell'Ellade. Intorno ad Atene si strinsero molte città, specialmente delle grandi isole dell'Asia minore. Questa ascesa politica ed economica della città coincise con un periodo di grande splendore interno, grazie anche alla vittoria del partito democratico, guidato allora da uno dei suoi uomini piú prestigiosi Pericle, detentore del potere per circa trent'anni. Pericle seppe coagulare intorno a sé nel cosiddetto "circolo di Pericle" le intelligenze piú vive della Grecia: pittori, scultori, architetti, poeti e filosofi, non solo di Atene, dettero vita intomo a lui ad uno dei momenti piú brillanti e felici della vita culturale della Grecia.

In questo circolo Anassagora di Clazòmene (500-428 circa) giunto ad Atene nel 462, fu certamente una delle figure piú importanti, contribuendo ad introdurre e ad avviare nella Grecia continentale quella ricerca e quella problematica "filosofica" e "scientifica " che si era andata sviluppando nelle colonie.

Della sua opere possediamo purtroppo pochi frammenti, ma le molte testimonianze che ci restano sulle sue dottrine a danno l'idea dei suoi vasti interessi e del nuovo metodo che ormai divideva nettamente gli antichi sapienti, o i poeti, dai nuovi "filosofi". A questo proposito Plutarco (uno scrittore vissuto tra il I ed il II secolo d.C.) ci riporta un episodio estremamente significativo:

Si dice che una volta fu portata a Pericle dalla campagna la testa di un montone con un corno solo. L'indovino Lampone, come vide il corno forte e robusto che spuntava da mezzo la fronte, disse che, essendoci in città due partiti, di Tucidide e di Pericle, il potere sarebbe passato nelle mani di uno solo, e cioè di quello al quale era capitato il presagio. Ma Anassagora, spaccato il cranio della bestia, mostrò come il cervello non riempiva la sua sede naturale, bensí da tutta la cavità si era raccolto aguzzo come un uovo in quel luogo da dove aveva inizio la radice del corno. (DK 59 A 16)

Questo bisogno di spiegare i fatti - quegli stessi fatti oggetto delle fantasiose interpretazioni degli indovini - con ragioni tutte naturali da tutti osservabili, segna il distacco tra la nuova mentalità razionale e "profana" e la vecchia mentalità "sacra" e mitologica. Ma il modello della razionalità anassagorea non è il modello di una ragione "pura", del tutto astratta e teorica contrapposta alle arti pratiche e manuali; al contrario, è un modello che unisce strettamente il fare al pensare: che è proprio dell'uomo che in tanto pensa in quanto opera, che comprende la realtà che lo circonda perché agisce su di essa:

l'uomo è il piú sapente dei viventi perché ha le mani, (DK 59 A 102)

aveva infatti detto Anassagora, attirandosi le critiche di Aristotele. Con questo metodo e con questa mentalità Anassagora affronta tutta una serie di problemi e di ricerche che vanno dalla spiegazione dei terremoti (problema impostato dalla scuola ionica) alla geologia, dalla fisiologia (il problema della determinazione dei sessi, del sonno, della respirazione) alla meteorologia, all'astrologia, alla geometria, ai problemi di prospettiva e di scenografia. Anche qui, non sono tanto importanti le dottrine particolari di Anassagora in ciascuno di questi campi, quanto la nuova mentalità razionalistica che esplicitamente si porta nella ricerca, quella mentalità che gli fa affermare l'omogeneità e l'unità del cosmo, e gli fa bandire da ogni tipo di spiegazione il divino ed il miracoloso, perché tutti i fenomeni sono comprensibili e spiegabili razionalmente. Questo atteggiamento doveva portare Anassagora necessariamente in conflitto con i rappresentanti del potere culturale tradizionale: fu accusato di empietà e processato, e solo per l'intervento di Pericle riuscì ad avere salva la vita; ma dovette lasciare Atene e si rifugiò a Lampsaco, dove poco dopo morí.

La spiegazione razionale della realtà avviene partendo dall'ipotesi dei semi che costituiscono le particelle minime della materia, dotate di una propria caratterizzazione qualitativa. Questi semi (che Aristotele chiamerà omeòmeri od omeomerìe), che sono infiniti, ingenerati ed incorruttibili, si ritrovano nella composizione tutte le cose, sole che questa cosa qui apparirà oro, per esempio e non fuoco o acqua o sangue, perché in essa prevalgono i semi dell'oro. Anche per Anassagora dunque

del nascere e del perire i Greci non hanno una giusta comprensione, perché nessuna cosa nasce né perisce, ma da cose esistenti ogni cosa si compone e si separa. E cosí dovrebbero propriamente chiamare il nascere comporsi, il perire separarsi. (DK 59 b 17)

I semi di tutte le specie si ritrovano dunque in tutte le cose, ed ogni cosa è caratterizzata qualitativamente dalla specie di semi che in essa predomina; ma qual è la legge che regola il comporsi e il separarsi dei semi e quindi l'apparire e lo sparire dei singoli fenomeni? Anassagora ipotizza un processo cosmico che, partendo da un primitivo, unico "miscuglio", conduce gradualmente al formarsi dei mondi ed alla caratterizzazione interna di ciascuno di essi:

Insieme erano tutte le cose, illimiti per quantità e per piccolezza... E stando tutte insieme, nessuna era discernibile a causa della piccolezza. (DK 59 B 4)

Stando queste cose cosí, bisogna supporre che in tutti gli aggregati ci siano molte cose e di ogni genere e semi di tutte le cose aventi forme d'ogni sorta e colori e sapori. E che gli uomini siano stati composti e le altre creature quante hanno vita... Prima che queste cose si separassero, essendo tutte insieme, nessun colore era discernibile: lo proibiva la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e del secco, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro, e della terra molta che c'era e dei semi illimiti per quantità e in niente simili l'uno all'altro. Stando questo cosí, bisogna supporre che nel tutto ci siano tutte le cose. (DK 59 B 4)

Anassagora ha la grande intuizione scientifica dello stretto rapporto che in questo processo cosmico di separazione e di trasformazione unisce forza e velocità e vede chiaramente che le velocità di questi processi - contrariamente alla immediata percezione sensibile - sono enormemente superiori alle velocità di cui gli uomini hanno esperienza tutti i giorni:

... queste cose ruotavano e si separavano formandosi per l'azione della forza e della velocità. La forza, in effetti, è la velocità a produrla. Ma la loro velocità non è simile a nessuna cosa rispetto alla velocità delle cose che si trovano adesso tra gli uomini, ma è veloce senza dubbio molte volte di piú. (DK 59 B 9)

La legge che regola questo processo Anassagora la chiama nous (=intelletto, mente):

Dopo che l'intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciavano a formarsi le cose per separazione, e quel che l'intelletto aveva messo in movimento, tutto si divise. É la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione. (DK 59 B 13)

E le cose che si mescolano insieme e si separano e si dividono, tutte l'intelletto ha conosciuto. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l'intelletto ha ordinato, anche questa rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, I'aria, I'etere che si vengono separando. (DK 59, B 12)

L'identificazione di questo nous con una mente divina trascendente era impossibile; dall'universo di Anassagora sono esclusi qualsiasi intervento di forze esterne e qualsiasi apparizione di fatti miracolosi: tutto è comprensibile e spiegabile, solo che l'uomo si impegna a conoscere, come aveva già scritto nel suo poema Parmenide e come Anassagora stesso in una bellissima battuta ribadirà: "Uno chiedeva perché era preferibile il nascere al non nascere, visto che la vita era piena di tanti mali. Anassagora gli rispose: "Per contemplare il cielo e l'ordine che esiste nell'universo intero" (A 30). Ma nemmeno era possibile interpretare l'ordine e le leggi che regolano l'evoluzione dell'universo e delle forme di vita che in esso appaiono - uomo compreso - in senso finalistico, riconoscendo cioè un fine esterno o precostituito del processo: ne sono prova le critiche di Aristotele, in tal senso, ad Anassagora e la delusione di Platone, che avrebbe voluto vedere nel nous qualcosa di piú che non una semplice legge meccanica del divenire o l'ordine razionalmente comprensibile insito nelle cose. Era proprio infatti per queste caratteristiche della sua dottrina che Anassagora fu soprannominato fin dall'antichità "il fisicissimo".

La conoscenza razionale è dunque lo scopo piú alto che l'uomo si possa proporre, ed abbiamo già visto che questa conoscenza si estendeva a tutti i campi di ricerca. Purtroppo non abbiamo molti frammenti che possano testimoniarci in concreto delle dottrine di Anassagora: appena qualcuno di meteorologia e di fisica terrestre. Tuttavia vale la pena di ricordare un'importante teoria anassagorea sui rapporti esperienza-intelligenza. La valorizzazione della conoscenza razionale non induce Anassagora a svalutare l'esperienza sensibile; questa ci può ingannare solo se l'accettiamo semplicisticamente cosí come essa immediatamente a si presenta: allora

a causa della loro [dei sensi] opacità non siamo capaci di giudicare il vero;
(DK 59 B 21)

ma se la combiniamo giustamente col ragionamento essa sarà una guida insostituibile al raggiungimento di quei principi della realtà (i semi, il nous) che, pur non essendo sperimentabili sensibilmente, costituiscono nello stesso tempo proprio i principi fondamentali della nostra esperienza:

le parvenze fenomeniche, infatti, sono l'aspetto visibile delle cose che non appaiono. (DK 59 B 21a)

Questa teoria comportava un'importante intuizione che sarà sviluppata scientificamente solo dalla psicologia contemporanea: delle percezioni sensoriali c'è un limite (una soglia) oltre il quale non ci si può spingere. Le ragioni di questo limite sono o la piccolezza degli oggetti corporei (come abbiamo visto nel frammento 1), o la mescolanza degli elementi che compongono i corpi (come abbiamo visto nel frammento 4), per cui l'uomo può percepire l'intero e non le parti che lo compongono, oppure un processo nel suo insieme e non i singoli momenti che lo compongono. Parti e momenti possono essere colti invece appunto con l'intervento dell'ipotesi razionale.

Egli reca l'esempio dell'impercettibile trasformazione dei colori. Se prendiamo due colori, il nero e il bianco, e li mescoliamo l'un l'altro, a goccia a goccia, la vista non potrà distinguere il mutamento impercettibile, anche se esiste realmente in natura.
(Sesto Empirico in DK 59 B 21)

Se dunque la conoscenza è lo scopo piú alto dell'uomo, esso potrà essere raggiunto solo combinando insieme pensare e operare, mente e mano, esperienza e ragione; questa possibilità è affidata infatti, come dice Anassagora in un frammento tanto bello quanto icastico, a

esperienza, memoria, sapere, arte. (DK 59 B 21b)

dietro - avanti

inizio capitolo


Indice