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1.
L'importanza del metodo di ricerca e la nascita della logica scientifica
2.
Metematica, fisica e logica nella scuola di Elea
3.
Un filosofo che «turba i sonni degli scienziati»
4.
Uno schema troppo semplice per una realtà molto complessa
5.
Amore e odio, principi di tutte le cose
6.
Un fisico che parla della mente e della mano
7.
Medicina e matematica tra filosofia, tecnica e musica
8.
Capire e agire bene è il fine dell'uomo libero
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2.
Matematica, fisica e logica nella scuola di Elea
Parmenide aveva distinto il metodo della ricerca scientifica, che aveva
chiamato "la via che tien dietro alla verità", dal metodo
della ricerca empirica, che si occupava dei fenomeni fisici e biologici.
Questa distinzione, che era netta ma non comportava una separazione o
peggio un'opposizione tra i due mondi, era stata difesa da Parmenide con
un linguaggio tagliente e rigoroso, che provocò un certo scandalo
anche tra i contemporanei. Fu accusato di essere un dogmatico e - operando
proprio quella confusione di metodo che egli stesso aveva stigmatizzato
- di negare il movimento ed il cambiamento in generale; Aristotele infatti
lo chiamò stasiòtes (= immobilizzatore) della realtà.
Contro i critici della dottrina di Parmenide si schierò il suo
allievo prediletto Zenone, anch'egli di Elea. Sulla vita di Zenone
sappiamo molto poco: nacque verso il 500/490 ed accompagnò probabilmente
il suo maestro in un viaggio ad Atene intorno al 450; ad Atene avrebbe
incontrato Socrate allora molto giovane ed avrebbe discusso con lui. Alcuni
studiosi hanno messo in dubbio la realtà storica di questo viaggio:
le testimonianze ad esso relative sono, comunque, significative del fatto
che in quel periodo cominciavano a diffondersi ed a discutersi anche in
Atene le tesi della scuola eleatica. Zenone viene descritto dalle fonti
come "uomo eminentissimo e in filosofia e in politica", "filosofo
fisico e vero politico": partecipò attivamente infatti alla
vita politica della sua città combattendo contro il tiranno Nearco,
e da questi fu fatto uccidere. Sopportò la tortura e la morte dando
prova di grande coraggio.
Dell'opera di Zenone ci rimangono pochissimi frammenti ed una serie di
testimonianze, specialmente aristoteliche, tutte però dirette a
criticare i suoi argomenti. Pare che nel suo scritto Zenone attaccasse
con grande acume e sottigliezza logica gli avversari delle dottrine di
Parmenide: i pitagorici, con le loro tesi della molteplicità di
entità semplici geometriche (i numeri) e dell'esistenza del vuoto,
e secondo alcuni studiosi anche il sofista Gorgia, che aveva scritto un
libro contro la possibilità di conoscere tò eòn.
Questa parte polemica nella sua opera impressionò molto gli antichi,
che definirono Zenone l'inventore della "dialettica", cioè
dell'arte del discutere e del confutare, servendosi anche di brillanti
paradossi. Contro la tesi degli enti pitagorici Zenone argomentava che,
se si ammette la loro molteplicità, si dice nello stesso tempo
che sono limitati e illimitati, il che è impossibile:
Se gli enti sono molti è necessario che siano tanti quanti sono
e non di piú né di meno. Ma se sono tanti quanti sono
saranno limitati. Se gli enti sono molti sono infiniti: sempre infatti
in mezzo agli enti ve ne sono altri in mezzo a questi di nuovo degli
altri. E in tal modo gli enti sono infiniti. (DK 29 B 3)
Ammettere la molteplicità degli enti non significa quindi riuscire
a spiegare i fenomeni; peggio ancora sarebbe voler spiegare il movimento
partendo, invece che dall'ipotesi dell'uno - continuo di Parmenide dalla
ipotesi della discontinuità pitagorica. Per dirnostrar l'assurdità
logica di questa tesi, Zenone elaborò quattro argomenti:
1) ciò che si muove deve giungere prima alla meta che non al termine
del suo percorso, e prima ancora alla metà deIla rnetà,
e cosí via all'infinito;
2) argomento di Achille:
il piú lento non sarà mai raggiunto nella sua corsa dal
piú veloce. Infatti è necessario che chi insegue giunga
in precedenza là dove si mosse chi fugge, di modo che necessariamente
il piú lento avrà sempre un qualche vantaggio;
(DK 29 A 26)
3) la freccia in moto sta ferma:
Tutto ciò che è lungo uno spazio uguale a sé,
o è in quiete o si muove, ma è impossibile che si muova
lungo uno spazio uguale a sé: dunque è in quiete. Ora,
la freccia che si muove, siccome si trova lungo uno spazio uguale a
sé in ciascuno degli spazi di tempo durante i quali si muove,
sarà in quiete; se è in quiete in tutti gli istanti di
tempo che sono infiniti, sarà in quiete anche in tutto il tempo.
Ma si era posto che essa fosse m movimento: dunque la freccia in movimento
sarà in quiete; (DK 29 A 26)
4) argomento dello stadio: rispetto ad un punto fermo dello stadio, due
oggetti che si muovono alla stessa velocità, ma in direzione contraria,
percorrono uno spazio che nello stesso tempo è uguale e doppio,
il che è assurdo (uguale, se si considera il rapporto tra ciascuno
dei due oggetti ed il punto fermo, doppio sé si considera il rapporto
dei due oggetti tra di loro).
La riduzione all'assurdo della tesi pitagorica della monade e del movimento
(inteso come passaggio attraverso una infinità di posizioni un
tempo finito) non era soltanto una brillante confutazione dell'esperienza
di tutti i giorni; inutilmente quindi Aristotele criticò gli argomenti
di Zenone riportandoli alle misure deI senso comune. Zenone non voleva
negare né la realtà dei molteplici fenomeni dell'esperienza,
né la realtà del movimento: da un lato le sue tesi volevano
mostrare le grandi difficoltà che si incontrano quando si vuole
fare di esse una rigorosa analisi logica, dall'altro volevano mettere
in luce l'importanza nello studio della natura di una logica delle
relazioni, e cioè di una logica che deve trovare e fissare
i suoi punti di riferimento, in relazione ai quali soltanto i nostri discorsi
acquistano struttura logica e rigore scientifico. L'importanza di Zenone
nel campo della filosofia e della scienza è appunto nell'aver intuito
la necessità di saldare l'indagine sulla natura (fisica) al nuovo
strumento della logica (matematica logica): ma questa scoperta fondamentale
della scuola dl Elea sarà ben presto abbandonata, anche per opera
del prevalere della fisica sonstanzialistica di Aristotele (vedi cap.
VII), e sarebbero dovuti passare molti secoli prima che la scienza e poi
la filosofia la rivalorizzassero.
Alla scuola di Elea si associa anche il nome di Melisso di Samo,
vissuto nel V secolo; [unico episodio della sua vita che si conosce è
la sua abile guida della flotta di Samo nella vittoriosa battaglia contro
gli Ateniesi del 442/441. Aristotele lo dice seguace di Parmenide, ma
lo definisce "un po' rozzo" e lo accusa di non aver ben compreso
la dottrina del maestro. In realtà, oltre che alla scuola di Elea,
Melisso sembra essersi formato anche alla scuola ionica: nei pochi frammenti
che di lui a rimangono si nota non solo l'influenza delle argomentazioni
logiche di Parmenide e di Zenone, ma anche lo sviluppo dei temi tipici
degli Ionici. Per Melisso infatti il "ciò che è",
la natura, è uno e tutto e omogeneo e continuo; se però
secondo Parmenide il tutto è al di fuori del tempo, secondo Melisso
al contrario il tutto si identifica col tempo eterno, senza fine: esso
è ciò che era sempre e sempre sarà.
Ne deriva dunque che il tutto è infinito (a differenza di
Parmenide e come voleva Anassimandro), ed è solo partendo da esso
che possiamo spiegare la molteplicità dei fenomeni particolari.
Terra e acqua e aria e fuoco e ferro e oro e morto e vivo e bianco e nero
- tutti i fenomeni particolari e le loro qualità specifiche - ,
che non possono essere spiegati se vengono visti nella loro immediatezza,
considerati come delle realtà a sé stanti, acquistano un
senso invece se rapportati al tutto, cioè a quello sfondo indistinto
che è la causa della loro distinzione e delle loro relazioni reciproche.
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