STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO II

COSMOLOGIA E ANTOPOLOGIA NEI PRIMI PENSATORI GRECI

1.Le idee «filosofiche» in Oriente e in Grecia prima della «filosofia»

2.In che senso Telete può essere considerato il primo filosofo

3. Il programma scientifico della scuola ionica

4.Politica, religione, filosofia e scienza nei primi pitagorici

5. Anche la poesia abbandona le certezze dogmatiche

 

4. Politica, religione, filosofia e scienza nei primi pitagorici.

Una vera e propria "scuola" invece dovette essere quella pitagorica, fondata da Pitagora di Samo (570-497/6), che per primo, secondo una certa tradizione, usò il termine di "filosofia" per indicare il complesso delle sue dottrine e delle sue ricerche. Già ad un secolo dalla morte la sua figura era divenuta leggendaria e su di lui circolavano aneddoti fantasiosi e racconti di fatti miracolosi. Lo stesso Aristotele registra episodi di questo tipo, che una volta, in un teatro, mostrò agli spettatori che una sua coscia era d'oro; un'altra volta, rispondendo con un morso al morso d'un serpente velenoso, lo uccise; un altra volta apparve nello stesso giorno e nella stessa ora a Crotone e a Metaponto. Di certo sulla sua vita sappiamo solo che lasciò Samo poco dopo il 540 (anno in cui si affermò nell'isola la tirannide di Policrate), che giunse nella Magna Grecia, che visitò vane città, sostando maggiormente a Crotone ed a Metaponto, dove mori. Sappiamo anche che la sua scuola - che si affermò principalmente a Crotone, a Reggio e a Taranto - aveva carattere di comunità religiosa, scientifica e politica insieme. Egli stesso ed i suoi seguaci parteciparono attivamente alle lotte politiche che travagliavano la vita di tutte le città della Magna Grecia, influenzando le legislazioni di molte colonie greche ed appoggiando il partito aristocratico ed oligarchico. Perciò quando il partito democratico si impadroní di Crotone i pitagorici furono costretti a fuggire e con essi forse lo stesso Pitagora, che si rifugiò a Metaponto. Significativo del clima politico e culturale di questo momento della storia della Magna Grecia è l'episodio raccontatoci da Porfirio (un pitagorico del III-IV secolo d.C.): dopo la sconfitta dei suoi a Crotone, cercando un rifugio, Pitagora si diresse verso Locri, ma prima che entrasse in città un'ambasceria di anziani lo raggiunse e così gli parlò: "Sappiamo, o Pitagora, che tu sei uomo intelligente e sapiente; ma noi siamo contenti delle nostre leggi e vogliamo che restino cosi come sono: tu, dunque, se hai bisogno di qualche cosa, prenditela; ma vattene altrove".
Altre notizie sulla sua scuola a dicono che per essere ammessi alla comunità bisognava sottoporsi ad un lungo tirocinio ed a prove difficili; che in essa vigeva la comunità dei beni; che bisognava rispettare regole precise di comportamento all'interno della scuola e nella vita sonale; che esisteva una differenza tra i discepoli: acusmatici (dal verbo akùo, ascolto) erano coloro che erano ammessi semplicemente all'ascolto delle lezioni, matematici (da manthàno, apprendere) erano invece coloro che approfondivano la dottrina ed erano tenuti probabilmente al segreto piú rigoroso su di essa. La scuola pitagorica si affermò specialmente nella Magna Grecia, ma ben presto fiorí e si sviluppò anche in Grecia e la sua tradizione rimase viva a lungo, fino ai primi secoli dell'era volgare. Questo stesso fatto spiega come sia difficile ricostruire le prime dottrine pitagoriche: l'accavallarsi delle testimonianze e la tendenza propria dei pitagorici a riportare al maestro tutte le dottrine, anche le piú nuove, per avallarle con la sua autorità, rendono complicato il tentativo di chi voglia seguire storicamente l'evolversi della scuola. Aristotele parlava di "pitagorici primi" e cioè dei primi discepoli di Pitagora, e di "pitagorici secondi" e cioè di una generazione vissuta tra il V secolo ed i primi decenni del IV secolo: ma egli stesso non poteva essere preciso sulla determinazione delle dottrine dei primi e spesso, parlando di loro, vi accenna come ai "cosiddetti Pitagorici".

Mentre non è possibile quindi specificare con esattezza quali fossero le dottrine dei pitagorici piú antichi, si può seguire con maggiore precisione l'evolversi della scuola; naturalmente, però, le varie dottrine che nel suo ambito si vennero elaborando risentono tutte, oltre che dell'impostazione originaria di Pitagora, anche dei problemi e delle sollecitazioni culturali delle varie epoche in cui i pitagorici si trovavano ad agire: ad esse quindi accenneremo di volta in volta, seguendo il nostro discorso storico. Qui basterà dire che, forse, la piú antica scuola pitagorica elaborò una teoria dei numeri come principi di spiegazione della realtà: i numeri, cioè le entità semplici, avevano probabilmente una consistenza sia ideale - matematica - sia materiale, corporea - fisica - . Per esempio, il numero 5 nell'ordine fisico è le cinque pietre che sono qui dinanzi a me; nell'ordine matematico è il concetto mediante il quale indico l'insieme di quelle cinque pietre.

Le varie leggi che regolano i rapporti tra i numeri servivano quindi anche a spiegare i rapporti tra le cose reali: la matematica perciò si presentava come la forma piú alta di conoscenza. E come in matematica esistono il contrasto e l'opposizione tra le due serie fondamentali di numeri, a partire dalla "monade", cioè dall'unità, quella dei numeri pari e quella dei numeri dispari, cosí anche nella realtà del mondo fisico e nella realtà della vita dell'uomo è sempre riscontrabile questa legge della contrarietà e dell'opposizione: i pitagorici elencavano tutta una serie di queste coppie di opposti che regolano, appunto, la vita del mondo naturale e della stessa società umana (limite-illimitato, dispari-pari, uno-molteplice, destro-sinistro, maschio-femmina, fermo-mosso, diritto-curvo, luce-tenebre, buono-cattivo, quadrato-rettangolo).

Accanto a questo aspetto scientifico, altre dottrine di origine religiosa trovavano posto nella scuola, come quella della metensomatosi, cioè del passaggio dell'anima - immortale - da un corpo all'altro in successive incarnazioni, o come tutta la serie delle prescrizioni rituali che i pitagorici erano tenuti a rispettare (per esempio, non mangiare carni di animali ma cibarsi solo di vegetali, ad eccezione delle fave; non spezzare il pane; non camminare per vie frequentate; non aiutare uno a togliersi un peso, ma aiutare a caricarlo; non portare come sigillo in un anello l'immagine di un dio; sacrificare ed andare al tempio scalzi, ecc.): ma su questo secondo aspetto le testimonianze sono per lo piú molto tarde e spesso in contraddizione tra di loro.

L'aspetto scientifico della scuola, comunque, non va sottovalutato, specialmente se si pensa che tra i primi discepoli di Pitagora vi furono valenti matematici (come IPPASO di Metaponto) e famosi medici (come DEMOCEDE di Crotone). Uno dei piú importanti fra questi primi discepoli di Pitagora (Aristotele ci dice che era giovane quando Pitagora era vecchio) sul quale possediamo delle notizie abbastanza sicure fu il medico e filosofo Alcmeone di Crotone Egli sostenne che la legge della contrarietà, valida per spiegare i fenomeni dell'universo, acquista una particolare importanza per l'uomo: questo è costituito da elementi opposti (umido-secco, caldo-freddo) che, fino a quando restano in equilibrio, determinano con il loro rapporto la salute dell'uomo (isonomia); se uno degli opposti invece prevale (monarchia), allora si ha la malattia. Alcmeone elaborò anche una teoria della percezione sensibile, studiando il meccanismo dell'attività dei cinque sensi e sostenendo che il centro che coordina ed accorda le varie sensazioni è il cervello e che perciò ad ogni lesione del cervello corrisponde un ottundersi di certe percezioni. Quest'attività cerebrale di connettere e coordinare è anzi la vera ragione della differenza tra uomo e animali:

l'uomo differisce dagli altri animali perché esso solo comprende; gli altri animali percepiscono, ma non comprendono. (DK 24 B 1a)

Di Alcmeone abbiamo anche un bel frammento nel quale si afferma la caratteristica della conoscenza umana, che si basa sulla costruzione di sempre nuove ipotesi, da discutere e verificare, di fronte alla sapienza divina che già possiede tutte le nozioni cristallizzate in un sapere certo si, ma fisso ed immobile:

delle cose invisibili e delle cose visibili soltanto gli dei hanno conoscenza certa; gli uomini possono soltanto congetturare. (DK 24 B I)

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