STORIA DELLE  FILOSOFIE

CAPITOLO II

COSMOLOGIA E ANTOPOLOGIA NEI PRIMI PENSATORI GRECI

1.Le idee «filosofiche» in Oriente e in Grecia prima della «filosofia»

2.In che senso Telete può essere considerato il primo filosofo

3. Il programma scientifico della scuola ionica

4.Politica, religione, filosofia e scienza nei primi pitagorici

5. Anche la poesia abbandona le certezze dogmatiche

 

1. Le idee "filosofiche" in Oriente e in Grecia prima della "filosofia".

Da tutto quanto abbiamo detto nel capitolo precedente risulta chiaro come sia estremamente complesso parlare della prima filosofia e della prima scuola filosofica che, secondo la tradizione, fiori tra la fine del VII ed il VI secolo a.C. a Mileto, nella Ionia, sulla costa occidentale dell'Asia Minore. I filosofi di Mileto, infatti, oltre ad aprire una nuova epoca - l'epoca, appunto, della filosofia - , considerati sullo sfondo della cultura greca precedente e di quella "non filosofica" ad essi contemporanea, sembrano anche concludere tutta un'era di riflessioni etiche, religioso-mitiche, teogoniche, (teogonia era il racconto sulla nascita degli dei) e cosmogoniche (cosmogonia era il racconto sull'origine dell'universo). Per di piú, la considerazione della cultura greca pre-filosofica pone un altro problema molto importante, e cioè quello del rapporto di dipendenza o meno della filosofia greca dalle culture orientali (mesopotamiche ed egiziana in particolare). I primi documenti letterari della Grecia, infatti, e cioè i poemi attribuiti ad OMERO (Iliade, Odissea), le opere di ESIODO (Teogonia, Le opere e i giorni) nel VII secolo, sono pervasi da alcune idee fondamentali, da spunti di riflessione, da tutta una problematica insomma che è abbastanza vicina a quella delle civiltà pre?greche.

Partendo proprio dalle osservazioni astronomiche, che mostravano come i percorsi degli astri nel cielo apparivano circolari e come ogni compimento di un ciclo rappresentava in effetti un ritorno alla posizione iniziale, le culture mesopotamidhe erano giunte all'idea di una vicenda ciclica di tutto l'universo, una ciclicità che esprimeva la legge fondamentale e necessaria di tutti i fenomeni, da quelli celesti a quelli umani. Il percorso celeste circolare degli astri, che era qualcosa di divisibile e quindi di misurabile, dava anche l'idea del tempo, come misura dei movimenti che in esso si compiono: un tempo che anch'esso ritorna continuamente su se stesso, senza nessun termine. Cielo, tempo ed eternità appaiono quindi fin dalle origini, come il dominio della divinità, di "ciò che è sempre". Ed il cosmo "che è sempre" e gli dei "che sono sempre" appariranno appunto nelle cosmogonie greche di FERECIDE DI SIRO, di MUSEO, di ACUSILAO, (VI secolo).

Ma accanto all'idea della ciclicità, le culture mesopotamiche e quella egiziana elaborano un'altra idea importante, quella della lotta e della vittoria delle potenze della luce su quelle delle tenebre. Nel mito babilonese della creazione (Enuma elish) Marduk il dio ordinatore del mondo, vince ed uccide Tiamat, il dio delle tenebre e del caos, e dal suo corpo spaccato in due forma la calotta del cielo e quella della terra; cosí nella mitologia egiziana Hor, dio del cielo sconfigge Typlon, dio delle tenebre, e Râ luminoso uccide il serpente Apophis, potenza terrestre e tenebrosa. Piú tardi in Grecia, Esiodo nella Teogonia parla della guerra fra gli dei dell'Olimpo (= Cielo) e i Titani figli di Gea (= Terra), e Ferecide parla della lotta fra gli dei celesti e le schiere del serpente Ophioneus.

L'idea della ciclicità, quella della lotta fra la luce e le tenebre, come pure l'idea di una nascita del cosmo da una condizione precedente di caos oppure da una materia primordiale (pensata come un caos acquoso sia in Babilonia che in Egitto); l'idea di un universo concepito unitariamente, sia perché unica è la materia da cui tutti gli esseri nascono, sia perché tutte le potenze che ordinano ed animano il mondo si generano le une dalle altre; l'idea quindi di una legge unica e necessaria che domina l'universo in tutti i suoi aspetti; l'idea di un ciclo di morti e di rinascite che non è proprio soltanto delle divinità della vegetazione, legate quindi al volgere delle stagioni, ma che interessa anche le anime degli uomini sono questi tutti elementi fondamentali delle concezioni del mondo quali si erano affermate in Mesopotamia ed in Egitto e che pure si ritroveranno alla base della cultura greca delle origini, specialmente della sua religione e della sua mitologia. Da questo punto di vista, anzi le cosmogonie ed i miti greci non presentano grandi innovazioni e grande originalità rispetto a quelli del passato. Potrebbe essere quindi ancora legittimo sostenere una dipendenza della cultura greca dalle culture orientali. Tra Oriente e Grecia prima del VII secolo certamente esistevano vie e mezzi di comunicazioni culturali, resi possibili dagli scambi commerciali e dai contatti politici, fin dall'epoca della prima colonizzazione greca (X secolo), ma specialmente a partire dalla seconda colonizzazione dal secolo VIII in poi: basti pensare che ad Abydo, città sacra d'Egitto, dove ogni anno si celebrava dinanzi a grandi folle di pellegrini la festa della morte e della rinascita del dio Osiris, fin dal secolo VII i Milesi avevano una fiorente colonia. Senonché, fin dal suo apparire, la "filosofia" greca si presenta come un qualche cosa che, se pure si muove nell'ambito culturale di queste riflessioni, è però anche fondamentalmente diversa da esse. Per cogliere questa diversità, non soltanto dobbiamo pensare a quel nuovo ambiente storico cui abbiamo accennato nel paragrafo 4 del capitolo precedente, ma dobbiamo anche riflettere su di una caratteristica della prima letteratura greca, che non trova un adeguato riscontro nelle letterature pre-greche. La letteratura egiziana, per esempio, già aveva conosciuto la forma della "raccolta di massime", una forma letteraria che condensava in brevi frasi le riflessioni sul comportamento dell'uomo nella società, esprimeva cioè, anche se in maniera non sistematica, riflessioni sul comportamento etico e politico dell'uomo e proponeva cosí un insieme di norme pratiche da seguire. Questo tipo di letteratura in effetti non fu sconosciuto nemmeno alla Grecia antica, ed anzi ben presto divenne addirittura una "moda": ne fanno fede le testimonianze relativa mente tarde (a partire da Platone, nel IV secolo) sui cosiddetti SETTE SAPIENTI, personaggi leggendari, famosi per la brevità delle loro massime, esprimenti soprattutto sapienza morale e accortezza politica ("ottima è la misura", "nulla di troppo", "domina l'impulso", "non desiderare l'impossibile", "essere avido di ascoltare e non di cianciare", "la democrazia è migliore della tirannide", "consiglia ai cittadini non le cose piú piacevoli, ma le migliori"). Ma il carattere piú originale della letteratura greca, da Omero alla poesia lirica del VII?VI secolo (Solone, Mimnermo, Archiloco, Saffo, Alceo), consiste in quel senso di "sperimentalità" che cosí fortemente risalta fin dal periodo arcaico. Le avventure di Ulisse, l'eroe greco che scopre nuovi mondi, che è avido di apprendere e di imparare sempre nuove cose, che è desideroso di arricchire sempre piú le sue esperienze, che non si adagia mai sulle sue conoscenze ma le mette continuamente alla prova per nuove conquiste, costituiscono l'esempio piú classico di questo atteggiamento. Nei poemi omerici, inoltre, come del resto nella prima poesia greca, affiorano quelle domande fondamentali che saranno anche alla base della posteriore indagine filosofica: il contrasto tra il destino e l'iniziativa dell'uomo, tra una legge assolutamente necessaria ed universale e la responsabilità umana; il contrasto fra la giustizia come legge suprema dell'universo e della società umana e la hybris (= tracotanza) di quegli uomini che vogliono infrangerne i limiti il problema di una aretè che non è piú soltanto quella del guerriero, ma che a poco a poco si allarga fino a comprendere tutta una serie di atteggiamenti e di comportamenti estremamente diversificati. Questo carattere di "complessità" della situazione umana, di problematicità, questo carattere di cultura "aperta" e non legata strettamente alla tradizione, disposta a discutere e ad approfondire piuttosto che ad accettare passivamente il senso ed il valore della storia e della società degli uomini, è un altro "presupposto" vitale della nuova cultura " filosofica " del VII-VI secolo.

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