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CAPITOLO I IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA |
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1. Cosa significa indagare sulla nascita della filosofia? 2. L'indagine storica sui primi filosofi 3. Tecnica e scienza prima dei Greci 4. Il nuovo ambiente storico della Grecia antica:la città e la legge 5. la cultura in Grecia «prima» della filosofia: dal mito alla scienza? |
1.
Cosa significa indagare sulla nascita della filosofia?
Si dice comunemente
che la filosofia è nata in Grecia e, in fondo, quest'affermazione
può ancora essere ritenuta valida. Solo che deve essere chiarita
ed ha bisogno di tutta una serie di giustificazioni che ne determinino
e specifichino la portata ed il significato. Infatti, già nella
sua semplice enunciazione, quella affermazione apre tutta una serie di
domande, ognuna delle quali rispecchia un problema culturale di notevole
importanza; ed è ovvio anche che qualsiasi tipo di risposta che
a quelle domande si darà, sarà sempre l'espressione del
particolare atteggiamento metodologico e culturale dello studioso. Innanzitutto,
"perché" la filosofia è nata in Grecia? E poi,
se è "nata", come fatto culturale nuovo, quali sono le
caratteristiche specifiche che la qualificano come "filosofia"
rispetto ad altre forme culturali precedenti o contemporanee ad essa?
Se la filosofia è nata in Grecia, significa infatti che prima dell'affermarsi
di quella civiltà e di quella cultura "filosofia" non
c'è mai stata; eppure noi sappiamo che, prima dell'affermarsi della
civiltà greca, altre civiltà (come quella egiziana, quelle
mesopotamiche) avevano già conosciuto gradi altissimi di sviluppo:
dovremmo quindi concluderne che egiziani e babilonesi non conobbero nessuna
forma di filosofia? Uno dei piú grandi filosofi del secolo scorso, lo Hegel, affermò acutamente e giustamente che non si può parlare di filosofia delle epoche passate se non partendo dalla filosofia della propria epoca ed in particolare dalla "propria" filosofia. Per dire infatti che "a fu" filosofia piú di duemila anni fa, vuol dire che noi riconosciamo una particolare forma culturale del passato come affine alla nostra, anche se diversa. Ma per fare ciò, in effetti noi "trasportiamo" nel passato forme culturali e atteggiamenti mentali che sono propri di noi uomini del presente. È legittima una tale operazione? Posta cosí la domanda, la risposta sembra essere logicamente e necessariamente negativa: se vogliamo capire una forma culturale del passato, e la stessa mentalità degli uomini che l'hanno prodotta, non possiamo attribuire a quel passato ed a quegli uomini schemi e atteggiamenti mentali propri degli uomini di oggi. Ma, dall'altra parte, possiamo anche chiederci se è possibile spogliarci del tutto della nostra cultura e della nostra mentalità di uomini di oggi nel momento in cui facciamo una ricerca storica su di un'epoca passata. Anche qui la risposta sembra logica e necessaria: non possiamo, perché qualunque indagine compiamo saremo sempre noi, oggi, a farla, noi con nostri problemi, i nostri interessi, la nostra cultura di oggi. E allora? Se non è possibile attribuire al passato la nostra mentalità di oggi e se, viceversa, non possiamo liberarci della nostra mentalità di oggi nello studio del passato, sarà mai possibile risolvere il problema di "che cosa" sia la filosofia e di quando e dove e perché essa sia nata? A questo punto il giovane lettore potrebbe avere un moto di fastidio per tutto questo incalzare di domande e dirsi che in effetti questa serie di "complicazioni" intellettuali fanno parte appunto di una cultura che egli rifiuta perché sostanzialmente astratta ed estranea ai problemi vitali ed interessanti dell'oggi. Senonché, se appena egli si ferma a riflettere per un momento sul fatto che quella serie di domande non valgono solo se ci poniamo il problema della filosofia, ma sono domande che legittimamente si pongono per ogni forma della cultura e dello stesso agire dell'uomo (dalla letteratura alla pittura, dalla scienza alla musica, all'urbanistica, alla politica), allora il "senso" di quell'interrogarsi comincia ad assumere un diverso rilievo. Ma non basta: è nella stessa nostra esperienza quotidiana che noi verifichiamo che tutti i nostri atteggiamenti culturali - ma anche quelli psicologici, i nostri stati d'animo - sono sempre "in riferimento" al nostro passato, un riferimento che può essere di continuità, ma anche di frattura o di rifiuto. Ci rendiamo conto cioè non solo che la lettura del passato è un fatto costante di ogni tipo di cultura, e perfino di quelle culture ad alto livello tecnologico come la nostra di oggi, ma anche che il rapporto che si istaura col passato - ripetiamo, di continuità o di frattura - è sempre l'espressione di un bisogno e di interessi del presente. Ecco perché è fondamentale acquisire una coscienza la piú chiara possibile di questo rapporto: una coscienza che non è fine a se stessa, cioè che non si propone di ricostruire qualcosa che non c'è piú, non potrà esserci mai piú e perciò non ha nulla piú da dirci. Una ricostruzione del passato di questo tipo, che apparentemente si presenta con tutti i caratteri della maggiore "obiettività" possibile, è in effetti la meno "vera" e la meno rispondente alle esigenze del presente. Acquisire la coscienza del proprio rapporto con il passato deve essere invece l'espressione della piú vitale esigenza dell'uomo, che è appunto quella di capire il suo presente per potersi consapevolmente proiettare nel suo futuro. Ecco allora che quella
serie di domande che ci siamo posti sulla filosofia e sul problema della
sua nascita acquistano una grande importanza proprio nel senso di renderci
attenti e consapevoli nel momento in cui compiamo un'indagine che da un
lato non sia una "falsificazione" di forme culturali e mentalità
del passato, e dall'altro sia autenticamente "interessante",
e cioè rispondente alle vive esigenze culturali del nostro presente. |
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