I parlamentari cattolici e l'obbedienza ai vescovi

GIUSEPPE ALBERIGO

La Repubblica, 30-03-2007


LA CONFERENZA Episcopale Italiana ha inaugurato la stagione successiva alla lunga presidenza Ruini con una “Nota” del Consiglio di presidenza, che adempie un annuncio pubblicato dallo stesso cardinale Ruini il 13 febbraio scorso. Il testo riguardala famiglia fondata sul matrimonio e le iniziative legislative in materia di unioni di fatto, come recita it titolo. In realtà il cuore dell'atto è costituito dalle eventuali norme che il Parlamento italiano potrebbe esaminare per regolare le «coppie di fatto». Infatti alla famiglia il Consiglio di presidenza della Cei - costituito tutto da celibatari che della famiglia hanno solo un'esperienza remota... - dedica in tutto qualche veloce riga priva di qualsiasi novità. Il che non è privo di interesse poiché è proprio il rapporto sponsale tra uomo e donna che la Bibbia indica come il "modello" della stessa relazione tra il Cristo e la Chiesa. E' deludente che i Vescovi non abbiano colto l'occasione per toccare tanto argomento coo maggiore afflato.

Ma l'attenzione era tutta concentrata sulle prospettive di iniziative parlamentari di cui si parla da settimane. Vero è che secondo l'orientamento della Segreteria di stato vaticana, espresso dallo stesso cardinale Bertone, la Cei dovrebbe dedicarsi agli aspetti pastorali della vita cristiana nel nostro Paese, ma l'ombra della presidenza Ruini è lunga e persistente e almeno questo atto ne risente abbondantemente. Soprattutto alcuni passaggi della parte “politica" del documento sono estranei a qualsiasi spirito pastorale, come quando si vorrebbe negare che il diritto possa dare forma giuridica o riconoscimento a tipi di convivenza: affermazione paradossale, estranea aqualsiasi sana concezione del diritto. Entrando nel vivo dell'argomento, la Nota formula «una parola impegnativa» rivolta «specialmente ai cattolici che operano in ambito politico». Dopo aver citato un passo della recente esortazione di Benedetto XVI sull'impegno dei Vescovi a essere fedeli alla loro responsabilità nei confronti del gregge, la Nota afferma che «sarebbe incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto».

Seguono due ampie citazioni di atti della Congregazione per la dottrina della fede, emesse quando essa era diretta dall'allora cardinale Ratzinger, quasi che fossero atti del Papa stesso, dato che poi Ratzinger è stato eletto a successore di Pietro. L'atto si conclude affidando le riflessioni che precedono "alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi».

Qual è la portata di questo documento? E' proprio vero, come alcuni sostengono, che obbligherebbe i parlamentari cattolici a negare la loro approvazione a norme che regolassero le «unioni di fatto» (neologismo orrendo, che vorrebbe caricaturare rapporti di amore spesso non meno intenso che nel matrimonio-sacramento!)? Il Consiglio di Presidenza impone «obbedienza» su questo argomento? I parlamentari credenti sono tenuti a prestarla?

La semplice formulazione di questi interrogativi aiuta a comprenderne l'assurda improponibilità. E' improponibile che dei membri di un parlamento liberamente eletto possano essere vincolati a un'obbedienza estranea alle loro convinzioni di coscienza. E' quasi incredibile che i Vescovi vogliano impegnare la loro autorevolezza su questo argomento, mentre trascurano di invitare i parlamentari a negare il loro voto a atti di guerra, ben più anti evangelici delle unioni di fatto. E' altrettanto incredibile che i Vescovi chiedano impegno in questa circostanza, mentre non hanno fatto niente di simile a favore della deplorevole condizione degli extracomunitari. D'altronde i cattolici italiani hanno già sperimentato l'inanità di richieste analoghe quando il "non expedit" avrebbe voluto imporre l'astensione dalle elezioni per "punire" l'Italia che nel 1870 aveva annesso Roma, eliminando il potere temporale dei papi. La piena cittadinanza dei cattolici italiani è stata guadagnata con la disobbedienza a quella imposizione.

In realtà si ha l'impressione che anche tra i membri della Presidenza della Cei abbia serpeggiato qualche dubbio, che affiora anche nelle pieghe della "Nota", che comunque non è stata sottoposta al consenso dell'intero episcopato italiano. L'invito conclusivo ai parlamentari «affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni» ha un tono che riecheggia quanto aveva dichiarato qualche giorno prima Bagnasco quando aveva detto che la nota non sarebbe stata usata come «una clava». Né è superfluo rileggere quanto il Concilio Vaticano II ha solennemente richiamato a proposito del fatto che «gli imperativi della legge divina l'uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza che egli è tenuto a seguire fedelmente».

Bisogna augurarsi che questo atto sia inteso nella sua intenzione esortativa, evitando che abbia effetti laceranti nel Paese e nella comunità cattolica in seno alla quale migliaia di fedeli, spesso coppie unite nel sacramento del matrimonio, hanno manifestato la loro ansia per un episcopato che sembrerebbe pronto a esprimersi solo in congiunture politico-parlamentari.

In questi giorni la nazione e i cattolici in modo speciale, hanno preso commiato, con rimpianto e con riconoscenza, da Nino Andreatta che nell'ultimo mezzo secolo è stato uno dei più impegnati esponenti della vita pubblica. Da credente Andreatta ha servito la Repubblica con grande lealtà e ha promosso in molte circostanze la vita cattolica, rifiutando fermamente, come già prima De Gasperi, i conflitti che in qualche circostanza comportamenti ecclesiastici poco avveduti avrebbero potuto innescare.

Secondo questo spirito tutti gli italiani, cattolici e non cattolici, non possono che augurare all'Episcopato con la guida di Bagnasco e nella prospettiva di una equiparazione allo statuto delle altre conferenze dei mondo, una sempre più avvertita, feconda e serena percezione dei bisogni della comunità nazionale e dell'annuncio evangelico in modo che ciascuno possa offrire il meglio di sé e del proprio patrimonio di vita.