ARTICOLO I - L'uomo è dotato di libero arbitrio.
L'uomo possiede il libero arbitrio: altrimenti i consigli, le esortazioni, i comandi, le difese, i premi e i castighi sarebbero vani.
Per dare la prova di questa libertà, dobbiamo, prima di tutto, considerare che certi esseri agiscono senza alcun giudizio: così la pietra che cade al basso, così tutti gli esseri che non hanno conoscenza.
Altri esseri agiscono con un certo giudizio che, però, non è libero: così le bestie. per questo che la pecora, vedendo il lupo, giudica che lo deve fuggire: è un giudizio naturale, ma non libero, perché essa non giudica con un'operazione sintetica ma per un istinto naturale: e questo avviene per tutte le bestie.
L'uomo agisce secondo un giudizio perché, per la sua facoltà di conoscere, egli giudica che bisogna fuggire una cosa oppure effettuarla. Poiché questo giudizio non è l'effetto di un istinto naturale che si applica ad un'azione particolare ma di una sintesi razionale, in conseguenza, l'uomo agisce secondo un giudizio libero perché egli ha la facoltà di rivolgersi verso oggetti diversi.
Infatti, nel dominio del contingente, la ragione può seguire direzioni opposte, come lo si vede nei sillogismi dialettici e negli argomenti della rettorica. Ora le azioni particolari sono fatti contingenti: quindi il giudizio razionale che si porta sopra di esse può seguire direzioni opposte e non è determinato, soltanto, in un senso.
Quindi bisogna che l'uomo sia dotato di libero arbitrio per il fatto stesso che è dotato di ragione.
ARTICOLO II - Il libero arbitrio è una potenza.
Benché il libero arbitrio, secondo il vero significato della parola, designi un atto, tuttavia, noi chiamiamo correntemente libero arbitrio il principio stesso di questo atto, cioè il principio per il quale l'uomo giudica liberamente.
Ora i principi dei nostri atti sono le potenze e gli abiti: si dice, infatti, che noi conosciamo: o per mezzo della scienza o per la potenza intellettiva. Il libero arbitrio deve essere, dunque, o una potenza o un abito o una potenza che possiede un abito.
Ora si può dimostrare chiaramente che esso non è né un abito né una potenza con un abito. E, infatti, se è un abito occorre ch'esso sia naturale, perché è naturale all'uomo avere il libero arbitrio. Ma noi non abbiamo nessun abito naturale rispetto a ciò che cade sotto il libero arbitrio, perché verso gli oggetti per i quali abbiamo degli abiti naturali noi siamo inclinati naturalmente; così, ad esempio, all'adesione ai primi principi.
Ma i casi di questo genere non sono sottomessi al libero arbitrio: così il desiderio di felicità. E dunque contrario alla stessa essenza del libero arbitrio l'essere un abito naturale: ma sarebbe contrario al suo carattere di capacità naturale l'essere un abito acquisito. Dunque non è un abito, in nessun modo.
E ciò è anche manifesto dalla stessa definizione degli « abiti » dai quali « siamo disposti bene o male rispetto alle passioni o alle azioni ». Così, per la temperanza, siamo in buona disposizione rispetto alla concupiscenza, per l'intemperanza in cattiva disposizione: per la scienza siamo in buona disposizione per l'atto intellettivo, quando conosciamo il vero; in cattiva disposizione per l'abito contrario.
Invece il libero arbitrio si ha indifferentemente a scegliere il bene o il male. Non può, dunque, essere un abito.
Conseguentemente esso deve essere una potenza.
ARTICOLO III - Il libero arbitrio è una potenza appetitiva.
L'atto proprio del libero arbitrio è la scelta. Noi siamo liberi, infatti, in quanto prendiamo una cosa e ne rifiutiamo un'altra: questo è scegliere. Bisogna, dunque, considerare la natura del libero arbitrio dalla scelta.
Ora nella scelta concorrono un elemento di conoscenza e un elemento di appetività. Nell'ordine della conoscenza è richiesto il consiglio mediante il quale si giudica quale termine dell'alternativa deve essere scelto. Nell'ordine appetitivo occorre che un moto appetitivo accetti quello che la deliberazione ha giudicato. E per questo che Aristotele, nel VI libro dell'Etica, non decide se la scelta è « o un intelletto appetitivo o una appetività intellettiva ». Ma, nel III libro, inclina piuttosto verso il secondo significato quando definisce la scelta « un desiderio di ciò che cade sotto il consiglio ». La ragione è che la scelta ha come proprio oggetto ciò che conduce al fine (i mezzi); ora il mezzo come tale è un bene utile.
Per conseguenza il bene essendo l'oggetto della facoltà appetitiva, la scelta è, soprattutto, atto della facoltà appetitiva: quindi il libero arbitrio è una potenza appetitiva.
ARTICOLO IV - Ma il libero arbitrio non è una potenza distinta dalla volontà.
Le potenze appetitive devono corrispondere alle potenze conoscitive. Lo stesso rapporto che si trova nelle facoltà intellettive del conoscere, tra l'intelletto e la ragione, si ritrova nell'appetito intellettivo, tra la volontà e il libero arbitrio, il quale non è altro che il potere di scegliere.
Questo apparisce chiaramente dal rapportò che passa tra gli oggetti e gli atti di queste facoltà.
Infatti, fare atto d'intelligenza importa la semplice apprensione di qualche cosa: perciò noi diciamo, giustamente, che sono appresi dall'intelletto, i principi che sono conosciuti per se stessi, senza argomentare. Ragionare è passare da una conoscenza ad un'altra. Così, propriamente parlando, noi ragioniamo, rispetto alle conclusioni, quando esse diventano chiare per mezzo dei prindpi.
Lo stesso avviene nell'appetito: volere significa il semplice appetito di qualche cosa: quindi la volontà ha per oggetto il fine desiderato per se stesso. Scegliere è volere una cosa per ottenerne un'altra: perciò la scelta ha come oggetto i mezzi che conducono al fine. Ora vi è lo stesso rapporto, nell'ordine della conoscenza, tra il principio e la conclusione alla quale si dà la propria adesione a causa dei principi; e, nell'ordine appetitivo, tra il fine i e i mezzi che sono voluti a causa di esso.
È, quindi, evidente che lo stesso rapporto che corre tra l'intelletto e la ragione si ritrova tra la volontà e la facoltà di scelta che è il libero arbitrio. Ma il fare atto d'intelligenza e il ragionare appartengono ad una stessa potenza, come la quiete e il movimento appartengono alla stessa forza. Lo stesso, dunque, avviene per l'atto del volere e l'atto della scelta. Ecco perché la volontà e il libero arbitrio non formano due potenze ma una sola.