ARTICOLO III - È necessario ammettere l'esistenza di un intelletto attivo.
Secondo Platone non è affatto richiesto un intelletto attivo per rendere l'oggetto intelligibile in atto: solo, forse, per dare luce intellettiva a colui che intende. Platone, infatti, diceva che le forme delle realtà naturali sussistono senza materia e, per conseguenza, che sono intelligibili in atto, perché ciò dipende dall'immaterialità. Queste forme egli le chiamava idee: ed è per partecipazione a queste idee che, secondo lui, è formata anche la materia dei corpi, ciò che fa sì che gl'individui esistano nei loro generi e nelle loro specie.
I nostri intelletti partecipano delle stesse idee ed è per questo che noi conosciamo i generi e le specie degli esseri.
Ma Aristotele non ammetteva che le forme della realtà fisica potessero esistere senza materia. Quindi le forme delle cose sensibili che noi conosciamo non sono conoscibili in atto. Ora nulla passa dalla potenza all'atto, se non per mezzo di un essere in atto, come il senso rispetto al sensibile. Bisognava, dunque, supporre nell'intelletto una potenza che possa mettere in atto gli oggetti intelligibili, astraendo le idee dalle condizioni della materia. Da ciò, la necessità di un intelletto attivo.
ARTICOLO IV - L'intelletto attivo fa parte dell'anima.
Per dimostrare che l'intelletto attivo, di cui parla Aristotele, è qualche cosa dell'anima, dobbiamo osservare che è necessarioammettere, al di sopra dell'anima intellettiva dell'uomo, un intelletto superiore dal quale riceve la virtù di intendere. Ogni essere, infatti, che partecipa di una forma e che è mobile e imperfetto presuppone l'esistenza di un essere che sia essenzialmente questa forma e che sia immobile e perfetto. Ora l'anima umana è intellettiva ma per partecipazione della potenza intellettiva: e la prova di questo è che essa non è interamente intellettiva ma soltanto in una parte di sé. Di più essa non raggiunge la verità se non attraverso movimenti successivi, ragionando. Infine essa non ha che un intelletto imperfetto perché non comprende tutto e, anche in ciò che comprende, passa dalla potenza all'atto. Si deve ammettere, perciò, un intelletto di ordine più elevato che aiuti l'anima umana a comprendere.
Secondo alcuni filosofi, questo intelletto, distinto dall'anima umana come sostanza, è l'intelletto attivo il quale, per una specie di illuminazione delle immagini, le rende intelligibili in atto. Ma, anche ammesso che esista un tale intelletto agente, fuori dell'anima, è necessario ammettere nell'anima una potenza derivata da questo intelletto superiore, mediante la quale l'anima mette in atto l'intelligibile.
Avviene lo stesso negli altri esseri naturali perfetti: oltre le cause universali vi sono, in ciascuno di questi esseri, delle potenze proprie, derivate da queste cause. Non è, infatti, soltanto il sole che genera l'uomo, ma vi è, nell'uomo, una potenza generativa: e lo stesso avviene in tutti gli animali perfetti. Ora non c'è nulla di più perfetto, tra gli esseri della natura, dell'anima umana. Essa deve, perciò, possedere una potenza derivata dall'intelletto superiore, per mezzo della quale possa illuminare le immagini.
E questo lo conosciamo per esperienza perché ci accorgiamo di astrarre le forme universali dalle condizioni particolari, e ciò è rendere attuale l'intelligibile. Nessuna azione può essere attribuita ad una realtà, senza un principio che si trovi in essa, come forma intrinseca, come si è visto per l'intelletto possibile. Bisogna, perciò, che la potenza che è il principio dell'astrazione sia qualcosa appartenente all'anima umana. Ecco perché Aristotele ha paragonato l'intelletto attivo alla luce che è una qualità ricevuta nell'aria. Platone, invece, ha paragonato l'intelletto separato, che lascia l'impressione nell'anima, al sole. Questo secondo Temistio.
Ma l'intelletto separato, secondo l'insegnamento della nostra fede, è Dio stesso, creatore dell'anima e il solo oggetto della sua beatitudine. E, perciò, da Lui che l'anima umana partecipa della luce intellettiva, secondo il versetto del Salmo: « Ê segnata, sopra di noi, o Signore, la luce del tuo volto ».
Intelletto attivo e passivo
Osservazione: L'anima intellettiva è una sostanza immateriale in atto, ma essa è in potenza alle forme intelligibili delle cose. Le immagini, invece, sono bensì rappresentazioni attuali di certe nature ma esse non sono immateriali che in potenza. Quindi nulla vieta che una stessa anima, essendo immateriale in atto, sia 7 in possesso di una facoltà che renda immateriali attualmente gli oggetti mediante l'astrazione dalle condizioni della materia individuale (facoltà detta intelletto agente); e di un'altra facoltà che riceva queste stesse forme intelligibili e che si chiama intelletto possibile, essendo sotto questo rapporto in potenza.
ARTICOLO V - L'intelletto attivo non è unico ma vi sono tanti intelletti quanti sono gli uomini.
La verità di questa questione è contenuta nelle premesse dell'articolo precedente. Se, difatti, l'intelletto attivo non facesse parte dell'anima ma fosse una sostanza separata non ve ne sarebbe che uno per tutti gli uomini. Ed è così che intendono la questione i sostenitori dell'unita.
Ma se l'intelletto attivo fa parte dell'anima, come una sua facoltà, bisogna, necessariamente, ammettere tanti intelletti attivi quante anime; il numero delle anime essendo quale il numero degli uomini, perché è impossibile che una stessa facoltà appartenga a molte sostanze.
Osservazione: Il Filosofo (Aristotele) dice che l'intelletto attivo è separato per il fatto che l'intelletto possibile è separato, perché, secondo la sua espressione, « l'esser attivo è superiore all'essere passivo ».
Ora si dice che l'intelletto possibile è separato perché esso non è l'atto di nessun organo corporeo. E nello stesso senso che si può dire separato anche l'intelletto attivo. Ma ciò non significa che sia una sostanza separata.