ARTICOLO I - La proposizione: Dio esiste, è evidente per sé ma non per noi.
Una cosa può essere evidente in due maniere: o soltanto in se stessa (per se) e non per noi; oppure in se stessa ed anche per noi. Infatti una proposizione è evidente in se stessa (per se nota) quando il predicato è incluso nell'idea del soggetto, come se si dice che l'uomo è un animale: infatti l'animalità fa parte del concetto di uomo. Se, dunque, a tutti è noto quel che è il soggetto e quel che è il predicato, la proposizione che li contiene sarà per sé nota a tutti; come avviene per i principi delle dimostrazioni i cui termini, essendo nozioni comuni, non possono essere ignorati da alcuno; così l'ente e il non ente, il tutto e la parte e simili. Ma se capita che qualcuno ignori la natura del predicato o del soggetto, la proposizione presa in se stessa sarà evidente, ma essa non lo sarà per coloro che ignorano il soggetto e il predicato della proposizione. Per questo dice Boezio che certi concetti comuni dello spirito, noti per se stessi, non sono, pertanto, evidenti che ai sapienti; così il principio « che le cose immateriali non occupano spazio ».
Quindi concludo che la proposizione: Dio esiste è, in se stessa, evidente per sé, perché il predicato è identico al soggetto. Dio, infatti, è il suo essere stesso, come si vedrà più avanti. Siccome, però, noi non sappiamo ciò che Dio è, questa proposizione non è evidente, rispetto a noi, e ha bisogno di essere dimostrata attraverso ciò che da noi è meglio conosciuto benché meno evidente per sua natura e, cioè, dagli effetti di Dio.
Osservazioni: 1. Non è vero che basti il comprendere ciò che significa la parola: Dio, per essere sicuri della sua esistenza. Infatti, colui che ode pronunziare questa parola: Dio: non la intende, forse, di un essere tale che non se ne possa immaginare un altro più grande. Alcuni non hanno fatto di Dio un corpo? Del resto, anche ammettendo che tutti diano alla parola Dio il significato preteso, e, cioè, quello di un essere tale di cui non se ne possa pensare uno più perfetto, non segue, perciò, che l'uomo che lo pensa sia persuaso che un tal essere esista nella natura delle cose, egli lo può considerare solo come un concetto dello spirito. Quanto, poi, al concludere che l'essere in questione esista realmente non si può accordare che nel caso che vi sia, nella realtà delle cose, un essere tale che non se ne possa pensare uno ancor più grande. Ma questo non lo ammettono coloro che dicono: Dio non esiste.
Osservazioni: 2. Che vi sia una prima Verità non è evidente per noi.
ARTICOLO II - L'esistenza di Dio si può dimostrare.
S. Paolo scrive nella lettera ai Romani: « Le perfezioni invisibili di Dio sono rese visibili all'intelletto per mezzo delle cose da Lui create ». Ma ciò non sarebbe vero se, attraverso le sue opere, non si potesse dimostrare l'esistenza di Dio; perché la prima cosa da concepirsi rispetto ad un essere è che esso esista.
Ora vi sono due specie di dimostrazioni: l'una, per mezzo della causa, del perché delle cose (si dice propter quid): questa specie di dimostrazione si basa su ciò che è anteriore (a priori); l'altra per mezzo degli effetti, essa parte dall'esperienza (si dice quia) e, benché sia a posteriori, ciò da cui essa parte è primo rispetto a noi. Tutte le volte, infatti, che un effetto ci è più evidente della causa noi ricorriamo ad esso per risalire alla scoperta della causa. Ora, di ogni effetto, qualunque esso sia, si può dimostrare che esso ha una sua propria causa supponendo che gli effetti di questa causa siano più manifesti per noi: perché, dipendendo l'effetto dalla causa, dato un effetto, deve necessariamente preesistere la causa. Dunque l'esistenza di Dio non essendo per sé nota, rispetto a noi, può essere dimostrata dagli effetti da noi conosciuti.
ARTICOLO III - Dio esiste.
La prova dell'esistenza di Dio può essere raggiunta attraverso cinque vie.
La prima e più manifesta è quella che parte dal movimento. E evidente, infatti, e i sensi ce lo attestano, che in questo mondo alcune cose si muovono. Ora tutto ciò che si muove è mosso da
un altro. Niente, invero, si muove se non in quanto esso è in potenza rispetto a ciò che il movimento gli procura. Al contrario ciò che muove lo fa in quanto è in atto perché muovere è far passare dalla potenza all'atto, né può un soggetto che è in potenza essere ridotto all'atto se non da quello che è già in atto, come un corpo caldo in atto rende caldo attualmente il legno che prima era caldo soltanto in potenza, e così lo muove ed altera. Ora non 7 è possibile che lo stesso essere, considerato sotto lo stesso rapporto, sia al tempo stesso in atto ed in potenza: esso non può esserlo che sotto rapporti diversi: ad esempio, ciò che è caldo in atto non può essere, al tempo stesso, caldo in potenza: ma è, al tempo stesso, freddo in potenza. E dunque impossibile che sotto lo stesso rapporto e nello stesso modo qualche cosa sia contemporaneamente movente e mosso; e, cioè, che si muova da se stesso. Quindi, se una cosa si muove, bisogna dire che essa è mossa da un altro. Che se poi la cosa che muove si muove a sua volta bisogna che essa sia, a sua volta, mossa da un altro e questo da un altro ancora. Ora non si può procedere così all'infinito perché non ci sarebbe, in questo caso, un motore primo e ne seguirebbe che non vi sarebbero neppure altri motori, perché i motori secondi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore; come il bastone non si muove se non in quanto è mosso da una mano. Dunque è necessario giungere ad un motore primo che non sia mosso da nessun altro e un tale essere tutti lo riconoscono come Dio.
La seconda via si desume dalla nozione di causa efficiente. Noi constatiamo nell'osservare le cose sensibili che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma quello che non si trova e che non è possibile si è che una cosa sia causa efficiente di se stessa perché ciò la farebbe anteriore a se stessa; il che è impossibile. Ora non è neppur possibile risalire all'infinito nella serie delle cause efficienti perché, tra tutte le cause efficienti in serie, la prima è causa i delle intermediarie e le intermediarie sono cause dell'ultimo termine, qualunque sia il numero delle cause intermediarie, siano esse numerose o ve ne sia una soltanto. D'altra parte: tolta la causa è soppresso anche l'effetto. Quindi, se non vi è un termine primo nell'ordine delle cause efficienti, non vi sarà né un termine ultimo né un termine medio. Ora procedere all'infinito, nella serie delle cause efficienti, sarebbe come sopprimere la prima causa efficiente e, in conseguenza, non vi sarebbe né effetto ultimo né cause intermediarie; il che è evidentemente falso. Bisogna, dunque, ammettere, necessariamente, una qualche causa efficiente prima, che tutti chiamano Dio.
La terza via si desume dal possibile e dal necessario. Tra le cose, infatti, noi ne troviamo di quelle che possono essere o non essere: la prova si è che certe cose si generano e si corrompono e, per conseguenza, possono essere e non essere. E impossibile, però, che tutto ciò che è di tale natura esista sempre, perché ciò che può non essere, una volta o l'altra, non è. Se, dunque, tutto potesse non essere, in un determinato momento, niente vi sarebbe stato nelle cose. Ma se questo è vero, anche ora, nulla esisterebbe perché ciò che non è non incomincia ad esistere se i: non per opera di ciò che è. Se, perciò, nessun essere esistette, fu anche impossibile che qualcosa cominciasse ad essere e così, oggi, nulla esisterebbe: il che è falso. Dunque non tutti gli esseri sono soltanto possibili e tra le cose qualcuna è necessaria. Ora tutto ciò che è necessario, ha o non ha da altri la causa i: della propria necessità. E non è possibile procedere all'infinito nella serie delle cose necessarie che hanno una causa della propria necessità, come non è possibile nelle cause efficienti, come si è dimostrato. Bisogna, dunque, ammettere un qualche cosa che sia necessario per se stesso e che non abbia la causa della i: propria necessità fuori di sé, ma sia causa della necessità delle altre cose.
La quarta via procede dai gradi che si riscontrano nelle cose. Si vede, infatti, nelle cose, un grado maggiore o minore di bene, di vero, di nobile e, così, di altri attributi simili. Ora il più e il i: meno si dicono di cose diverse secondo che diversamente queste cose si avvicinano a ciò che realizza il maximum; per esempio si dirà più caldo ciò che si avvicina di più al massimo di calore. Vi è, dunque, qualcosa che è sovranamente vero, sovranamente buono, sovranamente nobile e, per conseguenza, essere in grado sommo, perché, come lo afferma Aristotele nella Metafisica, quel che è assolutamente vero è anche assolutamente essere. D'altra parte ciò che si dice assolutamente tale in un genere qualsiasi è causa di tutti i casi di quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è causa del calore di tutto il resto, come si dice nello stesso i libro. Esiste, quindi, qualche cosa che è, per tutti gli esseri, causa di essere, di bontà e di ogni perfezione: e ciò noi chiamiamo Dio.
La quinta via risale a Dio dal governo delle cose. Noi vediamo,
infatti, che le cose prive di cognizione, ossia, i corpi naturali
agiscono per un fine: il che è manifesto per il fatto che sempre, o il più spesso, essi agiscono nello stesso modo in maniera da realizzare il meglio: onde è chiaro che ciò non deriva affatto dal caso ma è in virtù di una tendenza determinata che essi raggiungono il loro fine. Ma quelle cose che non hanno cognizione non i possono tendere ad un fine se non perché indirizzate da un essere che conosce ed ha l'intelligenza come la saetta dell'arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine e questo chiamiamo Dio.