Le cause finali sono pregiudizi

B. SPINOZA, Ethica, cit., pp. 57-61.


Se il mondo è geometricamente necessario e la natura di Dio è rigorosamente impersonale, tutte le spiegazioni che gli uomini da sempre sostengono circa la bontà e perfezione della natura non sono che superstizioni. Gli uomini ragionano sulla base del loro utile, attribuendo a Dio scopi, e poi mezzi per conseguirli, in analogia con loro stessi. Ciò però non è soltanto assurdo, ma è anche contrario alla perfezione della natura divina. Con queste argomentazioni Spinoza mette fuori gioco i pregiudizi più comuni, e insieme vanifica ogni supposta base razionale di quei sentimenti e di quelle convinzioni acritiche che da sempre sorreggono le credenze religiose. Proprio per ciò la sua filosofia apparve « atea » agli occhi del suo tempo e ancora in tempi successivi.


[...] Tutti gli uomini nascono ignari delle cause delle cose e tutti hanno appetito di ricercare il proprio utile, della quai cosa sono consapevoli.

Da ciò [...] segue in primo luogo che gli uomini credono di essere liberi, dal momento che sono consapevoli delle proprie volizioni e del proprio appetito, e non pensano nemmeno per sogno alle cause, dalle quali sono disposti ad appetire e a volere, giacché ne sono ignari.

Segue in secondo luogo che gli uomini fanno tutto in vista di un fine; ossia per l'utile, che appetiscono; donde accade che essi aspirino sempre a conoscere soltanto le cause finali delle cose compiute e si plachino, non appena le abbiano apprese, appunto perché non hanno alcun motivo di dubitare ulteriormente.
Ma se non hanno la possibilità di apprenderli da altri, non resta loro se non di rivolgersi a se stessi e di riflettere sui fini dai quali sogliono essere determinati ad azioni simili: e così dalla propria disposizione mentale giudicano dell'altrui disposizione. Inoltre, poiché in se stessi e fuori di sé trovano non pochi mezzi che contribuiscono non poco al conseguimento del loro utile, come per esempio gli occhi per vedere, i denti per masticare, le erbe e gli animali per il nutrimento, il sole per la illuminazione, il mare per alimentare i pesci, è accaduto che essi consideravano tutte le cose naturali come mezzi per la propria utilità. Infatti dopo che hanno considerato le cose come mezzi, non hanno potuto credere che esse si siano fatte da sé; ma dai mezzi che essi stessi sogliono apprestarsi, hanno dovuto concludere che vi siano uno o alcuni reggitori della natura, forniti di libertà umana, che hanno tutto curato per loro e tutto hanno fatto per la loro utilità. E, del pari, poiché essi non avevano mai appreso nulla della disposizione mentale di questi reggitori, dovettero giudicare in base alla loro propria e conseguentemente hanno stabilito che gli dèi dirigono tutte le cose alla utilità degli uomini allo scopo di legare gli uomini a sé e di essere da loro tenuti in sommo onore; donde accadde che ciascuno secondo la propria disposizione ha escogitato i diversi modi di adorare Dio, affinché Dio li amasse al di sopra degli altri, e dingesse tutta la natura a favore della loro cieca cupidigia e insaziabile avidità. E così questo pregiudizio si è convertito in superstizione e ha messo profonde radici nelle menti; questo è stato il motivo per cui ciascuno si è dedicato col massimo sforzo a intendere le cause finali e a spiegarle. Ma mentre cercavano di mostrare che la natura non fa nulla vanamente (ossia, che non ridondi a vantaggio degli uomini), non sembra che abbiano mostrato altro se non che la natura e Dio derivano allo stesso modo dagli uomini. Si consideri di grazia a quai punto la cosa alla fine è giunta! Tra le tante cose vantaggiose della natura essi hanno dovuto trovarne non poche dannose, come le tempeste, i terremoti, le malattie, ecc. e hanno stabilito che queste cose accadono perché gli dèi si sarebbero adirati per le offerte fatte loro dagli uomini, oppure per i peccati commessi nel loro culto. E sebbene la esperienza di giorno in giorno protestasse e mostrasse con infiniti esempi che i vantaggi e gli svantaggi capitano in pari misura senza distinzione ai pii e agli empi, non per questo rinunciarono all'inveterato pregiudizio: infatti fu loro più facile porre questa tra le altre cose sconosciute, di cui ignoravano l'uso, e così conservare il loro presente e innato stato di ignoranza anzi che distruggere tutta quella costruzione ed elaborarne una nuova onde hanno stabilito come cosa certa che i giudizi degli dèi superano di gran lunga la presa della intelligenza umana: e sicuramente questa causa da sola avrebbe fatto sì che la verità restasse nascosta in eterno agli uomini, se la matematica, che non si occupa dei fini, ma soltanto dell'essenze e delle proprietà delle figure, non avesse mostrato agli uomini una diversa norma di verità. Oltre la matematica, si possono assegnare anche altre cause (che qui è superfluo elencare) le quali hanno potuto far sì che gli uomini si accorgessero di questi comuni pregiudizi e venissero condotti alla vera conoscenza delle cose.

Con ciò ho abbastanza spiegato ciò che promisi in primo luogo.
Ma, per mostrare ora che la natura non ha alcun fine prestabilito e che tutte le cause finali non sono nulla se non finzioni umane, non c'è bisogno di lunghi discorsi. Credo infatti che ciò risulti già abbastanza tanto in ragione dei fondamenti e delle cause da cui ho mostrato che ha tratto origine questo pregiudizio, quanto dalla Prop. XVI e dai corollari della Prop. XXXII e inoltre da tutti questi argomenti coi quali ho mostrato che tutte le cose della natura procedono con eterna necessità e somma perfezione.
Tuttavia aggiungerò ancora che questa dottrina del fine sovverte del tutto la natura. Essa infatti non considera come effetto ciò che in verità è causa, e viceversa. Poi rende posteriore ciò che per natura è anteriore. E da ultimo fa imperfettissimo ciò che è supremo e perfettissimo. Infatti (messi da parte i primi due punti, ché sono di per sé evidenti), come risulta dalle Proposizioni XXI, XXII e XXIII, è perfettissimo quell'effetto, che viene immediatamente prodotto da Dio, e tanto più imperfetto è quell'effetto quanto più numerose sono le cause di cui abbisogna per essere prodotto.
Ma se le cose, che sono state prodotte immediatamente da Dio, fossero state fatte perché Dio conseguisse il suo fine, allora di necessità le ultime, a causa delle quali le prime sono state fatte, sarebbero le più perfette di tutte.
Questa dottrina, poi, sopprime la perfezione di Dio: infatti, se Dio agisce per un fine, egli abbisogna necessariamente di qualcosa di cui manca. E quantunque distinguano tra il fine di indigenza e il fine di assimilazione, teologi e metafisici affermano nondimeno che Dio ha fatto tutto per se stesso e non per le cose da creare; giacché, avanti la creazione, fuor che Dio non possono assegnare nessuna cosa in vista della quale Dio agirebbe; e così necessariamente sono costretti ad affermare che Dio abbia mancato di ciò per cui ha voluto apprestare i mezzi e lo abbia desiderato, com'è chiaro per sé.
Né qui si deve trascurare il fatto che i seguaci di questa dottrina, che hanno voluto mostrare il loro ingegno nell'assegnare i fini delle cose, per dimostrare questa loro dottrina, hanno introdotto un nuovo modo di argomentare, la riduzione i cioè non all'impossibile bensì alla ignoranza; la quai cosa dimostra che non vi è stato alcun altro mezzo di argomentazione per questa dottrina. Infatti, se per esempio, una pietra cadrà da un tetto sulla testa di qualcuno e lo ammazzerà, dimostreranno in questo modo che la pietra è caduta per ammazzare quell'uomo. Se essa non è caduta per questo fine, perché Dio lo voleva, in quai modo tante circostanze (spesso difatti ne concorrono contemporaneamente molte) hanno potuto concorrervi per caso? Risponderai forse che ciò è accaduto perché il vento soffiò e quell'uomo passava da quella parte. Ma insisteranno, perché il vento soffia? i perché quell'uomo proprio in quello stesso momento passava di là? Se alla tua volta rispondi che il vento si era levato perché il mare il giorno precedente, quando il tempo era ancora tranquillo, aveva cominciato ad agitarsi, e perché l'uomo era stato invitato da un suo amico, essi daccapo insisteranno, dal momento che i non c'è fine nel domandare, ma perché il mare era agitato? e così di seguito non cesseranno di chiedere le cause delle cose, fino a che non ti rifugerai nella volontà di Dio, cioè nell'asilo della ignoranza. Così pure, quando vedono la struttura del corpo umano, si meravigliano e, per la ragione che ignorano le cause di un sì grande artificio, concludono che esso è costituito non meccanicamente, ma con arte divina o soprannaturale ed è costituito in modo che una parte non danneggi l'altra.
E perciò accade che colui il quale cerca le vere cause dei miracoli e si preoccupa di intendere, come dotto, le cose naturali e non invece di mara- u vigliarsene come uno stupido, viene confusamente considerato e proclamato eretico ed empio da quelli che il volgo adora come interpreti della natura e degli dèi. Infatti sanno che, tolta la ignoranza, viene tolta la maraviglia, cioè il solo mezzo che posseggono di argomentare e di difendere la propria autorità.

Ma lascia queste cose e passa a ciò che ho stabilito di trattare qui in terzo luogo.
Dopo che gli uomini si sono persuasi che tutto ciò che accade, accade per loro, sono stati di necessità indotti a considerare in ciascuna cosa come l'elemento principale quello che loro torna di particolare utilità e a stimare come le più eccellenti tutte quelle cose, dalle quali venivano affetti nel modo migliore. Così hanno dovuto formare le nozioni con le quali potevano spiegare le nature delle cose come bene, male, ordine, confusione, caldo, freddo, bellezza e bruttezza: e poiché si considerano liberi, da ciò sono nate queste nozioni come lode e biasimo, peccato e merito; ma spiegherò queste ultime nozioni più avanti, dopo che avrò trattato della natura umana, qui tratterò brevemente le prime nozioni.
Gli uomini dunque hanno chiamato bene tutto ciò che conduce alla salute e al culto di Dio e male ciò che è invece contrario a queste cose.

  • E dal momento che coloro, i quali non intendono la natura delle cose, ma immaginano soltanto le cose, non affermano nulla intorno a esse e prendono la immaginazione per intelletto, essi credono perciò che vi sia un ordine nelle cose, ignoranti come sono delle cose e della loro natura.
    Infatti, quando le cose sono disposte in modo che possiamo facilmente immaginarie e conseguentemente ricordarle con facilità, quando ce le rappresentiamo sensibilmente, noi le diciamo bene ordinate: in caso contrario le diciamo male ordinate o confuse.
  • E poiché esse ci sono gradite a preferenza di tutte le altre cose, che possiamo facilmente immaginare, gli uomini preferiscono l'ordine alla confusione; come se l'ordine fosse nella natura qualcosa in sé, indipendente dal rapporto con la nostra immaginazione; e dicono che Dio ha creato tutte le cose con ordine, e in questo modo senza saperlo attribuiscono a Dio la immaginazione, a meno che non vogliano forse sostenere che Dio, i provvedendo alla umana immaginazione, abbia disposto tutte le cose in modo che gli uomini potessero preliminarmente immaginarle; e forse non creerà loro impaccio nemmeno la circostanza che si trovano infinite cose che superano di gran lunga la nostra immaginazione, e moltissime altre che la confondono a motivo i della sua debolezza.

    Ciò basta. Poi tutte le altre nozioni non sono altro che modi di immaginare, dai quali la immaginazione vienevariamente affetta, e tuttavia dagli ignoranti vengono considerate come attributi principali delle cose; giacché, come abbiamo già detto, credono che tutte le cose sono state fatte per loro, e se- i condo come ne sono affetti dicono che la natura di una cosa è buona o cattiva, sana o putrida e corrotta. Per esempio, se il movimento, che i nervi ricevono per mezzo degli occhi dagli oggetti, contribuisce alla salute, gli oggetti dai quali è causato, sono detti belli e brutti quelli, invece, che provocano un movimento i contrario. Chiamano poi odorose o fetide quelle cose che eccitano il senso mediante il naso, dolci o amare, saporose o insipide ecc. quelle che lo eccitano per mezzo della lingua, ecc. Chiamano poi dure o molli, ruvide o lisce ecc. quelle cose che si fanno sentire per mezzo del tatto. E infine si dice che emettono i un rumore, un suono o un'armonia quelle cose che stimolano gli orecchi e l'armonia ha tanto cacciato fuori senno gli uomini che credono che anche Dio si diletta dell'armonia. E non mancano filosofi, che si sono persuasi che i movimenti celesti compongono un'armonia.' Tutto questo mostra abbondantemente che ciascuno ha giudicato delle cose secondo la disposizione del suo cervello, o piuttosto ha preso per cose le affezioni della immaginazione. Perciò non c'è da stupirsi (per notare, di passaggio, anche questo) che fra gli uomini siano insorte tante controversie quante ne sperimentiamo e che da esse alla fine sia nato lo scetticismo. Infatti, i sebbene i corpi umani si accordino in molti punti, in moltissimi altri tuttavia sono discordi e perciò quello che all'uno sembra buono all'altro sembra cattivo, ciò che per l'uno è ordinato per l'altro è confuso; ciò che è gradito all'uno, all'altro è sgradito e così per tutte le altre cose sulle quali qui sorvolo, sia perché non i non è questo il luogo per trattarle espressamente, sia perché tutti hanno esperimentato ciò abbastanza. Sulla bocca di tutti, infatti, sono le frasi: quante teste, tante opinioni, ciascuno abbonda del proprio senso, le differenze dei cervelli non sono minori di quelle dei palati; queste proposizioni mostrano abbastanza che gli uomini giudicano delle cose secondo le disposizioni del cervello, e immaginano piuttosto che intendere le cose. Se invero avessero inteso le cose, esse convincerebbero, anche se non attirerebbero, tutti, così come attesta la matematica.

    Vediamo pertanto che tutte le nozioni, con le quali il volgo suole spiegare la natura, sono soltanto modi dell'immaginare e non indicano la costituzione di alcuna natura, ma solo della immaginazione; e poiché hanno nomi come se si trattasse di enti esistenti fuori della immaginazione, questi enti io chiamo enti di immaginazione, non di ragione, e così tutti gli argomenti, che si ricavano contro di noi da simili nozioni, possono essere facilmente respinti. Infatti molti sogliono così argomentare.
    Se tutte le cose sono derivate dalla necessità della natura perfettissima di Dio, donde originano nella natura tante imperfezioni? cioè la corruzione delle cose sino al fetore, la bruttezza delle cose, che provoca la nausea, la confusione, il male, il peccato ecc.
    Ma, come testé ho detto, tali argomenti vengono facilmente confutati. Infatti, la perfezione delle cose deve essere stimata soltanto dalla loro natura e potenza, e perciò le cose non sono più o meno perfette per il fatto che dilettano o offendono i sensi umani o perché convengono alla natura umana o le ripugnano.
    A coloro poi che chiedono perché Dio non abbia creati gli uomini tali che potessero essere guidati dalla sola ragione, non rispondo altro che a lui non è mancata la materia per creare tutte le cose dal più alto al più basso grado di perfezione o, per parlare con maggiore proprietà, perché le leggi della sua natura sono state tanto ampie da bastare a produrre tutte le cose, che possono essere concepite da un intelletto infinito, come ho provato nella Proposizione XVI.

    Questi sono i pregiudizi, che mi sono proposto di rilevare. Se ne restano altri della medesima farina, essi potranno essere corretti da ciascuno con un po' di meditazione.