Eternità di Dio e necessità del mondo

B. SPINOZA, Emendazione dell'intelletto. Principi della filosofia Cartesiana. Pensieri metafisici,
a cura di E. de Angelis, Boringhieri, Torino 1962, pp. 259-263; 246-250.


ETERNITÀ DI DIO

Divisione delle sostanze

Abbiamo dimostrato già precedentemente che nella natura non c'è niente oltre le sostanze ed i loro modi; perciò non si dovrà aspettare che noi diciamo qualcosa delle forme sostanziali e degli accidenti reali: queste chiacchiere ed altre della stessa farina sono del tutto sciocche.' Inoltre abbiamo diviso le sostanze in due generi sommi, e cioè in estensione e pensiero, e quest'ultimo in creato, ossia la mente umana, ed increato, ossia Dio, l'esistenza del quale abbiamo dimostrato più che a sufficienza, tanto a posteriori, cioè dall'idea che ne abbiamo, quanto a priori, cioè dalla sua essenza come causa dell'esistenza di Dio. Ma poiché abbiamo trattato di alcuni suoi attributi più brevemente di quanto richiede la dignità dell'argomento, abbiamo deciso di riprenderne qui l'esame e spiegarli più diffusamente, ed insieme di spiegare alcune questioni.


A Dio non appartiene la durata


Il principale attributo, da esaminare prima di tutti, è l'eternità di Dio, con la quale ci spieghiamo la sua durata; o piuttosto, siccome non si attribuisce a Dio la durata, diciamo che egli è eterno. Infatti, come abbiamo notato nella prima parte, la durata è un'affezione dell'esistenza, non dell'essenza delle cose; ma a Dio, la cui esistenza proviene dalla sua stessa essenza, non possiamo attribuire la durata. Infatti chi la attribuisce a Dio distingue la sua esistenza dalla sua essenza. Tuttavia vi sono alcuni che formulano la questione se Dio non abbia ora un'esistenza di durata più lunga di quando creò Adamo: e questo sembra a loro chiarissimo, e perciò pensano che a Dio non deve essere affatto negata la durata. Ma qui c'è una petizione di principio, perché suppongono che l'essenza di Dio si distingua dalla sua esistenza: infatti chiedono se Dio, che esisté fino ad Adamo, non sia esistito più a lungo dal tempo della creazione di Adamo fino a noi; perciò attribuiscono a Dio, ad ogni giorno che passa, una durata maggiore e quasi suppongono che si crei continuamente da solo. Se infatti non distinguessero l'esistenza di Dio dalla sua essenza, non attribuirebbero a Dio in alcun modo la durata, non potendo la durata in alcun modo appartenere alle essenze delle cose: infatti nessuno dirà mai che l'essenza del cerchio o del triangolo, in quanto è verità eterna, abbia una durata, al momento attuale, più lunga che al tempo di Adamo. Inoltre, poiché la durata è concepita come maggiore o minore, cioè quasi composta di parti, ne segue chiaramente che a Dio non si può attribuire la durata: infatti essendo il suo essere eterno, cioè non essendovi in esso né prima né poi, non possiamo attribuirgli la durata senza contemporaneamente distruggere il concetto vero di Dio che noi abbiamo, e senza dividere in parti ciò che è infinito per sua natura e che non può essere concepito altrimenti che infinito.


Cause per le quali i filosofi hanno attribuito a Dio la durata


Ecco le cause degli errori dei filosofi.

1) Perché hanno cercato di spiegare l'eternità senza tener presente Dio, come se l'eternità si potesse capire senza la contemplazione dell'essenza divina o fosse qualche cosa di separato dall'essenza divina. E quest'errore a sua volta ha tratto origine dalla nostra abitudine di attribuire (per difetto di parole) l'eternità anche alle cose la cui essenza si distingue dall'esistenza (come quando diciamo: non è contraddittorio che il mondo sia esistito dall'eternità); ed anche alle essenze delle cose, finché le concepiamo come esistenti; allora infatti le chiamiamo eterne.

2) Perché non attribuirono durata alle cose se non in quanto le giudicarono soggette ad un continuo cambiamento, non, come noi, in quantoché la loro essenza si distingue dalla loro esistenza.

3) Infine perché hanno distinto l'essenza di Dio, come quella delle cose create, dalla sua esistenza. Questi errori, dico, offrirono loro l'occasione di errare ulteriormente. Infatti il primo errore impedì loro di capire che cosa fosse l'eternità, che considerano come una specie della durata. A causa del secondo, non poterono trovare la differenza tra la durata delle cose create e l'eternità di Dio. E infine a causa dell'ultimo - non essendo la durata altro che un'affezione dell'esistenza ed avendo essi distinto l'esistenza di Dio dalla sua essenza - attribuirono a Dio la durata, come già abbiamo detto.


Che cos'è l'eternità


Ma perché si capisca meglio che cos'è l'eternità e come essa non si possa concepire senza l'essenza divina, è da considerare ciò che abbiamo già detto, cioè che le cose create, ossia tutte le cose tranne Dio, esistono sempre per la sola forza, ossia essenza,di Dio, non per forza propria; ne segue che non la presente esistenza delle cose è causa dell'esistenza futura delle medesime, ma solo l'immutabilità di Dio, per cui occorre dire che quando Dio abbia creato una cosa, la conserva poi continuamente, ossia continuerà la medesima azione creatrice.

Di qui concludiamo:

1) che, di una cosa creata, si può dire che essa fruisca l'esistenza, appunto perché l'esistenza non le viene dalla sua propria essenza; ma di Dio non si può dire che egli fruisca l'esistenza, infatti l'esistenza di Dio è Dio stesso, come anche la sua essenza stessa; ne segue che le cose create fruiscono della durata, ma Dio in nessun modo;

2) che tutte le cose create, mentre fruiscono della presente durata ed esistenza, sono assolutamente prive di quella futura, appunto perché questa deve essere loro continuamente data; ma della loro essenza non si può dire niente di simile. Ma a Dio, poiché l'esistenza gli deriva dalla sua essenza, non possiamo attribuire un'esistenza futura: infatti la medesima esistenza che avrebbe allora deve essergli attribuita tuttora in atto o, per parlare più propriamente, a Dio appartiene l'esistenza infinita in atto allo stesso modo che gli appartiene in atto l'intelletto infinito. E questa infinita esistenza chiamo eternità. Essa è da attribuire solo a Dio ed a nessuna delle cose create, anche se la durata di queste non abbia inizio né line. Ciò quanto all'eternità; non dirò niente della necessità di Dio, perché non è necessario, dopo che abbiamo dimostrato la sua esistenza attraverso la sua essenza. [...]


Che cosa è il possibile e che cosa è il contingente

Una cosa si dice possibile, quando ne conosciamo sì la causa efficiente, ma non sappiamo se la causa sia determinata. Per cui possiamo considerare la cosa come possibile, ma non come necessaria né come impossibile. Se però consideriamo l'essenza della cosa semplicemente, non la sua causa, chiameremo quella cosa contingente, cioè la considereremo come media, per così dire, tra Dio e la chimera, perché da parte dell'essenza non troveremo in essa alcuna necessità d'esistere, come invece nell'essenza divina, ma nemmeno contraddizione o impossibilità, come invece nella chimera. Se poi qualcuno vuol chiamare contingente ciò che io chiamo possibile ed invece possibile ciò che io chiamo contingente, non mi opporrò, perché non è mia abitudine disputare sui nomi. Basterà che mi si conceda che questi due concetti non sono altro che un difetto della nostra conoscenza e non qualcosa di reale.


I concetti di possibile e di contingente rappresentano solo un difetto del nostro intelletto

Se poi qualcuno vorrà negano, gli si dimostrerà senza alcuna fatica il suo errore: se infatti esamina la natura e come essa dipende da Dio, troverà che nelle cose non può esservi niente di contingente, cioè che da parte della cosa possa esistere e non esistere, cioè (come si dice comunemente) che sia contingente reale: e questo risulta facilmente da ciò che abbiamo dimostrato con l'assioma 10 della parte I, che cioè si richiede tanta forza per creare una cosa, quanta per conservarla. Perciò nessuna cosa creata fa qualcosa di forza propria, allo stesso modo che nessuna i: cosa creata ha cominciato ad esistere per forza propria. Ne segue che nulla avviene se non per la forza della causa che crea tutto, cioè di Dio, che col suo concorso nei singoli istanti ricrea tutte le cose. Ma poiché non avviene niente, se non in dipendenza della sola potenza divina, è facile vedere che ciò che avviene, i: avviene per la forza del decreto di Dio e della sua volontà. Ma non essendovi in Dio incostanza né mutazione, dové decretare dall'eternità di produrre quelle cose che ha già prodotto [...] e poiché niente è più necessario che esista, di ciò di cui Dio ha decretato l'esistenza, ne segue che in tutte le cose create vi è stata dall'eternità la necessità di esistere. E non possiamo dire che esse sono contingenti perché Dio avrebbe potuto decidere altrimenti; infatti, non essendovi nell'eternità né quando né prima né poi né alcuna determinazione temporale, ne segue che Dio non è mai esistito prima di quei decreti, per poter decidere i altrimenti.


Il capire come il nostro libero arbitrio si concilia con la predestinazione divina, supera la comprensione umana

Per ciò che riguarda la libertà della volontà umana (nello scolio alla XV prop. della parte I abbiamo detto che la volontà i è libera), anch'essa è conservata dal concorso di Dio, né alcun uomo vuole o opera qualcosa di diverso da ciò che Dio ha decretato dall'eternità che egli voglia o operi. Ma come ciò possa avvenire, restando salva la libertà umana, supera la nostra comprensione: ma non per questo ciò che conosciamo chiaramente sarà da rigettare a causa di ciò che ignoriamo; infatti concepiamo con chiarezza e distinzione, se esaminiamo la nostra natura, che noi siamo liberi nelle nostre azioni e possiamo deliberare su molte cose per il fatto solo che vogliamo; se esaminiamo anche la natura di Dio, come abbiamo appena dimostrato, conosciamo chiaramente e distintamente che tutto dipende da lui e che non esiste altro che ciò la cui esistenza è stata decretata da Dio dall'eternità. Ma come la volontà umana sia creata da Dio nei singoli istanti, in modo tale da rimanere libera, lo ignoriamo; ci sono molte cose infatti che superano la nostra comprensione, e tuttavia sappiamo che sono state fatte da Dio, come per esempio la divisione reale della materia in particelle indefinite, dimostrata da noi con molta evidenza nella XI prop. della parte II, sebbene ignoriamo comequella divisione avvenga. Si avverta che qui supponiamo come cosa nota che le due nozioni possibile e contingente significano solo un difetto della nostra conoscenza circa l'esistenza della cosa.