Socrate. Bisogna cercare il vero!

PLATONE, Alcibiade primo, a cura di P. Pucci,
in Opere complete, Laterza, Bari 1974, vol. IV, pp. 44-54 passim.


ALCIBIADE. O per gli dèi, Socrate, neppure io so quel che dico e rischio d'essere da lungo tempo in una condizione vergognosissima senza accorgermene.
SOCRATE. Via, fatti coraggio! Perché se ti fossi accorto di questa condizione all'età di cinquanta anni, ti sarebbe stato difficile cominciare a prenderti cura di te stesso. Ma ora hai l'età giusta nella quale ci si deve rendere coscienti di quella.
ALC. E cosa bisogna fare, caro Socrate, quando uno se n'è accorto?
SOCR. Rispondere alle mie domande, caro Alcibiade. Ciò facendo e con l'aiuto del dio, se vorremo fare affidamento sulla mia voce profetica, tu ed io pure verremo in condizione migliore.
ALC. Così sarà se basta ch'io risponda.
SOCR. Bene. Ecco: cosa significa "prendersi cura di sé"?, perché c'è da temere che spesso ci illudiamo di prenderci cura mentre, per quanto lo si creda, non ne facciamo proprio niente. E quand'è che un uomo ci si mette? Uno ha cura di se stesso quando si prende cura delle sue cose?
ALC. Mi sembra di sì.
SOCR. Vediamo! Quand'è che un uomo si dà pensiero dei suoi piedi? Forse quando si dà pensiero di ciò che attiene ai suoi piedi?
ALC. Non capisco.
SOCR. Non dai nome a qualcosa che appartiene alla mano? Prendi un anello: potresti dire che si adatta ad un'altra parte del corpo umano che non sia il dito?
ALC. No, davvero.
SOCR. Così anche la calzatura appartiene al piede nello stesso modo?
ALC. Sì.
SOCR. Ora, è quando ci diamo pensiero per le scarpe che ci prendiamo cura dei nostri piedi?
ALC. Non capisco bene, Socrate.
SOCR. Ma come, Alcibiade? Ha per te un qualche senso "prendersi cura" in modo giusto di una qualunque cosa?
ALC. Per me sì.
SOCR. Ed è quando si fa una cosa migliore che tu la chiami una giusta cura?
ALC. Sì.
SOCR. Quale arte migliora la fattura delle scarpe?
ALC. Quella del calzolaio.
SOCR. Così è per mezzo di codesta arte che ci prendiamo cura delle scarpe?
ALC. Sì.
SOCR. E con essa anche del piede? O per mezzo di quella con la quale curiamo il miglioramento dei piedi?
ALC. Con quest'ultima.
SOCR. E questo miglioramento dei piedi non lo curiamo con l'arte con cui miglioriamo l'intiero corpo?
ALC. Mi par di sì.
SOCR. E non è la ginnastica?
ALC. Sicuro.
SOCR. Con la ginnastica dunque ci prendiamo cura dei piedi. Con la calzatureria invece ci prendiamo cura di ciò che appartiene ai piedi.
ALC. Certo.
SOCR. Insomma con la ginnastica ci prendiamo cura delle mani, ma con l'oreficeria ci curiamo dei ninnoli che appartengono alle mani.
ALC. Sì.
SOCR. Sempre con la ginnastica ci prendiamo cura del corpo. Ma con la tessitura e le altre arti ci prendiamo cura delle cose che attengono al corpo?
ALC. Assolutamente!
SOCR. Ma allora l'arte con la quale ci prendiamo cura di un oggetto qualunque è diversa da quella con cui ci prendiamo cura delle cose che appartengono a quell'oggetto.
ALC. Evidentemente.
SOCR. Non è dunque quando ci si prende cura delle proprie cose, che si è solleciti di se stessi.
ALC. Proprio no.
SOCR. Perché, a quanto risulta, non è la stessa arte con cui ci si prende cura di sé e delle proprie cose.
ALC. No, certo!
SOCR. Di' su, allora: con quale arte potremo prenderci cura di noi stessi?
ALC. Non lo so.
SOCR. Ora, fino qui, almeno, siamo d'accordo, che non è quella con la quale potremo rendere migliore qualsiasi oggetto che ci appartenga, ma quella che renda tali - migliori - noi stessi.
ALC. Verissimo.
SOCR. Ora, avremmo mai conosciuto qual è l'arte che migliora la qualità delle calzature, se non conoscessimo la scarpa?
ALC. Impossibile.
SOCR. E neppure, perciò, quale è l'arte che migliora la fattura degli anelli se non conoscessimo l'anello.
ALC. Vero.
SOCR. Facciamo un altro passo. Potremmo forse conoscere qual è l'arte che migliora l'uomo stesso se non sapessimo chi siamo noi stessi?
ALC. Impossibile.
SOCR. E può mai darsi che sia una bazzecola conoscere se stessi e che fosse uno sciocco chi iscrisse quelle parole nel tempio di Pito o è invece una cosa difficile e non da tutti?
ALC. Talvolta, Socrate, mi è sembrata cosa da tutti, talvolta invece compito estremamente difficile.
SOCR. Beh! Alcibiade, può essere facile o no, ma per noi il problema si pone così: se conosceremo noi stessi, conosceremo forse la cura che dobbiamo prenderci di noi, se no, non la conosceremo mai.
ALC. È così.
SOCR. Di' dunque: in quai modo si potrebbe scoprire in che consiste il "se stesso"? Perché di conseguenza potremmo forse scoprire cosa siamo noi, ma rimanendo all'oscuro della prima cosa sicuramente sarà impossibile scoprire la seconda.
ALC. Hai ragione.
SOCR. Alt. Per Giove. Con chi parli adesso? Con me?
ALC. Sì.
SOCR. Così anch'io con te?
ALC. Sì.
SOCR. Allora è Socrate quello che parla?
ALC. Esatto
SOCR. E Alcibiade è quello che ascolta?
ALC. Sì.
SOCR. E Socrate non si serve di parole per parlare?
ALC. Certo!
SOCR. Il parlare, e il servirsi delle parole, è per te la stessa cosa?
ALC. Si capisce.
SOCR. Ma, chi si serve d'una cosa, e la cosa di cui ci si serve, sono differenti?
ALC. Come dici?
SOCR. Per esempio, il calzolaio taglia certo con il trincetto, con la lesina ed altri arnesi.
ALC. Sì.
SOCR. Dunque altro è colui che taglia ed usa quegli strumenti, ed altro è ciò di cui egli si serve per tagliare.
ALC. Senza dubbio.
SOCR. Nello stesso modo lo strumento che usa il suonatore di cetra per suonare sarà altra cosa dal suonatore stesso.
ALC. Sì.
SOCR. Ecco: proprio questo è ciò che ti chiedevo prima: se chi usa uno strumento e lo strumento ti sembrano sempre diversi.
ALC. Mi sembra di sì.
SOCR. E che diremo del calzolaio? Che taglia solo con arnesi o anche con le mani?
ALC. Anche con le mani.
SOCR. Perché si serve anche di queste? Vero?
ALC. Sì.
SOCR. E non si serve anche degli occhi quando taglia il cuoio?
ALC. Sì.
SOCR. Siamo d'accordo che chi usa uno strumento è altra cosa dallo strumento?
ALC. Sì.
SOCR. Allora il calzolaio e il suonatore sono altra cosa dalle mani e dagli occhi con cui essi lavorano?
ALC. Evidentemente.
SOCR. E finalmente l'uomo non si serve di tutto il corpo?
ALC. Sì.
SOCR. S'era detto che chi si serve d'uno strumento e lo strumento sono diversi?
ALC. Sì.
SOCR. Allora l'uomo è altra cosa del suo corpo?
ALC. Credo.
SOCR. Cos'è dunque l'uomo?
ALC. Non lo so. SOCR. Però tu sai almeno che è qualcosa che si serve del corpo.
ALC. Sì.
SOCR. Che altro mai si serve di questo se non l'anima?
ALC. Niente altro.
SOCR. E non è comandando che se ne serve?
ALC. Sì.
SOCR. Qui c'è una cosa da cui nessuno può dissentire.
ALC. Quale?
SOCR. Che l'uomo sia una almeno delle tre cose.
ALC. Quali?
SOCR. O anima, o corpo o ambedue insieme, come un tutto unico.
ALC. Senza dubbio.
SOCR. Ma non ci siamo già trovati d'accordo che l'uomo è proprio ciò che comanda il corpo?
ALC. D'accordo.
SOCR. Forse può il corpo stesso comandare se stesso?
ALC. In nessun modo.
SOCR. Perché già abbiamo detto che lui stesso è governato.
ALC. Sì.
SOCR. Non potrebbe proprio essere ciò che cerchiamo.
ALC. No, non sembra.
SOCR. O è quel tutto unito che governa il corpo, ed è proprio questo l'uomo?
ALC. Forse è così.
SOCR. Ma è la cosa più impossibile del mondo! Se una delle due parti, infatti, non partecipa al governo non c'è alcun modo che comandino le due parti insieme.
ALC. Giusto.
SOCR. E poiché né il corpo, né il corpo e l'anima insieme sono l'uomo, rimane da concludere, penso, che l'uomo o non sia nulla o, se è qualcosa, non sia altro che anima.
ALC. Appunto!
SOCR. C'è bisogno di dimostrartelo ancor più chiaramente che l'anima è l'uomo?
ALC. No, per Giove! Mi sembra dimostrato abbastanza.
SOCR. Anche se questa prova non è proprio rigorosa, ma solo sufficiente, ci basta. Perché verremo a una conoscenza rigorosa quando avremo scoperto ciò che adesso abbiamo lasciato da parte data la lunga ricerca che comportava.
ALC. Che cos'è?
SOCR. E ciò che si diceva poco fa, che per prima cosa si deve cercare cos'è il se stesso, mentre in luogo del se stesso abbiamo esaminato che cosa è in sé ogni singolo individuo. E forse sarà sufficiente, perché forse non c'è niente più importante di noi stessi, potremmo dire, che l'anima.
ALC. No certo.
SOCR. Quindi, va benissimo ritenere che quando io e te ci intratteniamo, servendoci di parole, è l'anima che comunica con l'anima?
ALC. Perfettamente.
SOCR. Bene, ciò è proprio quello che dicevamo poco fa: che Socrate conversa con Alcibiade servendosi di parole, ma non indirizzate, come appare, al suo volto, bensì ad Alcibiade stesso. E questo è l'anima.
ALC. Lo credo anch'io.

SOCR. Quindi colui che ammonisce di conoscere se stesso, ci ordina di conoscere la nostra anima.
ALC. Così pare.
SOCR. E quindi colui che conosce un po' di ciò che appartiene al corpo ha conoscenza di ciò che appartiene a se stesso, ma non conoscenza di se stesso.
ALC. E così. [...]

SOCR. Esercitati prima di tutto, mio beato amico, ad apprendere ciò che è necessario imparare per introdurti negli affari della città; prima non farlo, affinché tu parta con un antidoto e non abbia a patire alcunché di terribile.
ALC. È un buon consiglio, Socrate, ma prova a spiegarmi in quai modo, secondo te, possiamo prenderci cura di noi due.
SOCR. Bene! Abbiamo fatto un passo in avanti - perché ormai ci troviamo perfettamente d'accordo su ciò che siamo - e noi temevamo solo di sbagliarci in questo e di prenderci cura, senza accorgercene, di qualcosa d'altro che noi stessi.
SOCR. Di seguito ci siamo trovati d'accordo che dobbiamo prenderci cura dell'anima, e rivolgere ad essa la nostra attenzione.
ALC. È chiaro.
SOCR. E che va lasciata agli altri la sollecitudine per il corpo ed il denaro.
ALC. Certo.
SOCR. In qual modo potremmo conoscere il più chiaramente possibile la nostra anima? Giacché, con questa conoscenza, potremo evidentemente conoscere noi stessi. Per gli dèi! Comprendiamo bene quel giusto consiglio dell'iscrizione delfica ricordata ora?
ALC. Con quale intenzione lo dici, o Socrate?
SOCR. Ti dirò cosa sospetto che questa iscrizione ci voglia realmente consigliare. Perché si dà il caso che ad intenderla non vi siano molti esempi di confronto, tranne quello solo della vista.
ALC. Cosa vuoi dire con questo?
SOCR. Rifletti anche tu. Se l'iscrizione consigliasse l'occhio ­ come consiglia l'uomo ­ dicendo: "guarda te stesso", in che modo e cosa penseremmo che voglia consigliare? Non consiglia forse a guardare verso qualcosa guardando la quale l'occhio fosse in grado di vedere se stesso?
ALC. Certo.
SOCR. Ecco: indaghiamo quale oggetto v'è che a guardarlo possiamo vedere lui e noi stessi.
ALC. È chiaro, Socrate, gli specchi e oggetti simili.
SOCR. Esatto. Non c'è forse anche nell'occhio con il quale vediamo qualcosa dello stesso genere?
ALC. Certo.
SOCR. Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell'occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un'immagine di colui che la guarda?
ALC. È vero.
SOCR. Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell'occhio, con la quale anche vede, vedrà se stesso.
ALC. Evidentemente.
SOCR. Ma se l'occhio guarda un'altra parte del corpo umano o degli oggetti, ad eccezione di quella che ha simile natura, non vedrà se stesso.
ALC. È vero.
SOCR. Se allora un occhio vuol vedere se stesso, bisogna che fissi un occhio, e quella parte di questo in cui si trova la sua virtù visiva; e non è questa la vista?
ALC. Sì.
SOCR. Ora, caro Alcibiade, anche l'anima, se vuole conoscere se stessa, dovrà fissare un'anima, e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell'anima, la sapienza, e fissare altro a cui questa parte sia simile
ALC. Credo di sì, Socrate.
SOCR. Possiamo noi indicare nell'anima una parte più divina di quella ove risiedono la conoscenza e il pensiero?
ALC. Non possiamo.
SOCR. Questa parte dell'anima è simile al divino, e, se la si fissa, si impara a conoscere tutto ciò che vi è di divino, intelletto e pensiero, si ha la possibiltà di conoscere se stessi nel modo migliore.
ALC. Evidentemente. [...]

SOCR. Ma non ci siamo trovati d'accordo che il conoscere se stessi sia saggezza?
ALC. Certo.
SOCR. Quindi senza conoscere noi stessi e senza essere saggi non saremmo in grado di sapere ciò che è male e ciò che è bene per noi.
ALC. Come sarebbe mai possibile, Socrate?
SOCR. Perché anche a te forse pare impossibile che senza conoscere Alcibiade si conosca se ciò che appartiene ad Alcibiade sia in effetti di Alcibiade.
ALC. Impossibile, per Giove.
SOCR. E come potremmo sapere che le cose nostre sono nostre se non conosciamo noi stessi?
ALC. Già, come?
SOCR. E se non conosciamo le nostre cose, neppure quelle che appartengono ad esse?
ALC. Pare di no.
SOCR. Noi eravamo dunque del tutto scorretti poco fa, quando ci siamo trovati d'accordo che vi sono persone che, senza conoscere se stesse, conoscono tuttavia le cose che loro appartengono e che altri conoscono ciò che appartiene alle loro cose. Perché pare che sia compito di un'arte unica e sola discernere queste tre cose: se stessi, le proprie cose e ciò che a queste cose appartiene.
ALC. Probabilmente.
SOCR. E uno che non conosca le cose proprie analogamente non conoscerà quelle degli altri.
ALC. Non può essere diversamente.
SOCR. Ma se non conosce le proprie od altrui cose, non conoscerà neppure quelle attinenti allo stato.
ALC. Per forza!
SOCR. Costui quindi non potrebbe essere un uomo di stato.
ALC. Certamente no.
SOCR. E neppure un amministratore d'una casa.
ALC. Certamente no.
SOCR. E neppure saprà quel che fa.
ALC. D'accordo.
SOCR. E chi non sa, non sbaglierà?
ALC. Certo.
SOCR. Sbagliando non si troverà male tanto in pubblico che in privato?
ALC. Senza dubbio.
SOCR. E chi vive male non è infelice?
ALC. Sì, molto.
SOCR. E quelli per i quali agisce?
ALC. Infelici anch'essi.
SOCR. Dunque non è possibile essere felici se non si è saggi e buoni.
ALC. No, non è possibile.
SOCR. Gli uomini cattivi sono quindi infelici?
ALC. Sì, molto.

SOCR. Dunque, neppure chi diviene ricco sfugge all'infelicità, ma solo chi diventa saggio.
ALC. Evidentemente.
SOCR. Non hanno infine bisogno di mura, di triremi e d'arsenali gli stati, caro Alcibiade, se avranno a prosperare in felicità, né hanno bisogno di masse e di grandezza prive di virtù.
ALC. Veramente no.
SOCR. Così se t'appresti a metter mano agli affari dello stato, correttamente e nobilmente, tu devi far parte ai cittadini della tua virtù.
ALC. Sicuro.
SOCR. Ma potrebbe qualcuno dare ciò che non ha?
ALC. E come farebbe?
SOCR. Per te stesso devi prima conquistarti la virtù, tu o chiunque altro che voglia governare e prendersi cura non solo privatamente di sé e delle sue cose, ma anche dello stato e dei suoi affari.
ALC. È vero.
SOCR. Non devi dunque procurare potere e neppure libertà a te stesso e allo stato per far ciò che ti piaccia, ma giustizia e saggezza.
ALC. Evidentemente. [ ... ]

SOCR. Infatti, mio caro Alcibiade, chi possieda la potenza per far ciò che gli piaccia, ma non abbia alcun senno, cos'è probabile che gli accada, sia lui una persona o uno stato? Se per esempio un malato ha il potere di far ciò che gli piace e, privo d'ogni idea di medicina, spadroneggia a tal punto che nessuno può riprenderlo, cosa accadrà? Non si rovinerà la salute? E ciò non sarà naturale?
ALC. È vero.
SOCR. Se in una nave uno avesse la libertà di fare ciò che gli pare, privo della minima idea di scienza nautica, te lo immagini cosa avverrebbe di lui e degli altri imbarcati?
ALC. Lo vedo: perirebbero tutti.
SOCR. Se dunque, in questo stesso modo, nello stato e in ogni altro tipo di governo e di dominio viene a mancare la virtù, ne consegue il vivere male?
ALC. Per forza.
SOCR. Quindi non è il potere tirannico, mio ottimo Alcibiade, che ti devi procurare, né a te stesso né allo stato, ma la virtù, se volete prosperare in felicità.
ALC. È vero.
SOCR. Ma fino a quando non si possiede questa virtù, è meglio obbedire, piuttosto che comandare, a chi è migliore di noi, anche se siamo uomini fatti e non solo bambini.
ALC. Evidente.
SOCR. E ciò che è migliore non è anche più bello?
ALC. Sì. SOCR. E ciò che è più nobile non è più conveniente?
ALC. Certo.
SOCR. All'uomo senza virtù quindi spetta di essere schiavo, perché per lui è meglio.
ALC. Sì.
SOCR. La mancanza di virtù è condizione da schiavi.
ALC. Evidentemente.
SOCR Mentre la virtù, è condizione da liberi.
ALC. Sì.
SOCR. Amico mio, devi allora fuggire ciò che è condizione da schiavi.
ALC. In modo assoluto, Socrate!
SOCR. E adesso hai coscienza in che condizioni ti trovi? Da libero o no?
ALC. Io credo di averne coscienza con molta chiarezza.
SOCR. Sai però come salvarti dalla condizione in cui ti trovi adesso? E non diamogli il suo nome, davanti a un bell'uomo come te.
ALC. Io lo so.
SOCR. Come?
ALC. Se lo vuoi, Socrate.
SOCR. Così non dici bene, mio caro Alcibiade.
ALC. E come debbo dire?
SOCR. Se il dio lo vuole.
ALC. Dirò così allora. E in più voglio dire questo, che noi siamo lì lì per scambiarci le parti, o Socrate, la tua a me e la mia a te. Perché da oggi in avanti non ci sarà caso che io non ti stia sempre alle costole come tu fossi un bambino, e che tu non mi abbia sempre vicino come tuo tutore.
SOCR. Generoso amico! Il mio amore sarà proprio come quello di una cicogna; esso, dopo aver covato in te un amore alato, sarà poi da questo circondato di cure a sua volta.
ALC. Sì, è così, e voglio cominciare da questo momento a prendermi cura della giustizia.
SOCR. Vorrei che tu arrivassi in fondo; ma ho paura! Non perché io manchi di fiducia nelle tue doti naturali, ma perché vedo la forza dello stato, ho paura che questo ci soverchierà entrambi.