Socrate: l'elogio di Alcibiade

PLATONE, Simposio, a cura di P. Pucci,
in Opere complete, Laterza, Bari 1974, vol. III, pp. 204-206, 209-212.


Questo elogio di Socrate, o amici, mi proverò a farlo così, adoperando delle immagini. Lui crederà che lo faccia per dire cose più ridicole, ma l'immagine servirà per cogliere il vero, non per far ridere.
Io dico cioè che costui è somigliantissimo a quei sileni esposti nelle botteghe degli scultori, che gli artisti figurano con zampogne e flauti, i quali, se li apri in due, mostrano dentro simulacri degli dèi.
E dico ancora che lui assomiglia al satiro Marsia; e che almeno nell'aspetto tu sia uguale a costoro, o Socrate, nemmeno tu potresti negarlo; e come somigli loro in tutto il resto, ascolta.
Sei insolente, no? Se non consenti produrrò dei testimoni. E non sei flautista? Sì, e molto più meraviglioso di Marsia. Marsia almeno incantava gli uomini per mezzo dei suoi strumenti, con la potenza che gli usciva di bocca, e ancora fa così chi esegue le sue melodie - giacché, quelle che suonava Olimpo, io le dico di Marsia che gliele ha insegnate. Dunque le sue melodie, sia che le esegua un flautista valente, sia una suonatrice da nulla, esse da sole, per la loro potenza divina, trasportano le anime in delirio e discoprono quali di queste anime hanno bisogno degli dèi e devono essere iniziate.
Ma tu sei diverso da lui solo in questo, che ottieni lo stesso effetto senza strumenti e con le nude parole. Noi certo ­ per dirlo chiaro ­ quando ascoltiamo qualcun altro parlare, anche un bravo oratore, su altri argomenti, non ce ne importa nulla: e non ce ne importa di nessuno; ma quando si ascolta te o qualcun altro riporti, anche se è uno sciocco qualunque, i tuoi discorsi e li ascolti una donna, o un uomo, o un ragazzo, ne rimaniamo sbigottiti ed invasati.
Io, sinceramente, o amici, se non fosse che potreste credermi ubriaco del tutto, vi direi giurando quali profonde emozioni ho provato, e provo tutt'ora, ai discorsi di quest'uomo. Perché quando lo ascolto, molto di più che ai coribanti il cuore mi salta dentro e mi prendono le lacrime per effetto delle sue parole e vedo che anche moltissimi altri provano le stessa emozione.
Ascoltando Pericle e altri bravi oratori, sentivo che parlavano bene, ma non soffrivo niente di simile, né l'anima mi tumultuava, né m'irritavo al pensiero di soggiacere come uno schiavo. Ma per questo Marsia qui spesso, sì, mi son trovato in tale stato da pensare di non poter più vivere nelle condizioni in cui sono. E questo, o Socrate, non dirai che non è vero.
Ancor oggi debbo riconoscere a me stesso che se soltanto fossi disposto a prestargli orecchio, non resisterei e proverei gli stessi effetti. Perché lui mi piega a confessare che, mentre difetto di mille cose, di me stesso non mi curo, ma m'occupo degli affari d'Atene. Facendomi violenza, distraggo le mie orecchie da lui, come dalle Sirene, e mi allontano fuggendo, perché non avvenga ch'io invecchi accoccolato vicino a lui.
E solo di fronte a quest'uomo io ho provato, cosa che nessuno sospetterebbe in me, la vergogna di fronte a qualcuno. Ma io di lui solo provo vergogna perché riconosco in me stesso che non sono capace di controbattere che ciò che lui pretende non si debba fare; ma, appena mi allontano da lui, sono vinto dall'ambizione di onori pubblici. Lo tradisco come schiavo fuggitivo e lo abbandono, e quando lo vedo, mi assale vergogna per le cose che mi ha fatto riconoscere.
E spesso sarei felice se non fosse più tra i vivi! Ma so bene che se ciò avvenisse, ne sarei più angosciato, così che non so proprio cosa farne di quest'uomo.

Proprio dalle melodie del flauto di questo satiro qui, io e molti altri abbiamo provato questi effetti. Ma ascoltate ancora come è simile a coloro ai quali l'ho confrontato e il meraviglioso potere che possiede. Perché, sappiatelo bene, nessuno di voi lo conosce! Ma io ve lo scoprirò giacché mi ci son messo.
Voi vedete che Socrate è sempre in amore con persone belle. E' sempre intorno a persone belle e ne è tutto turbato, e poi ... ignora tutto e non sa nulla.., almeno all'apparenza! E non è da sileno questo? Ma è tutto lui! Perché questa è la sua veste di fuori, come nel sileno scolpito. Ma, apritelo dentro, e immaginate mai, miei cari bevitori, di quanta temperanza è pieno? Sappiate che, se uno è bello, a lui non importa niente, ma lo sdegna quanto nessuno crederebbe, né gli importa se è ricco o possiede qualunque altra fortuna di quelle strabenedette dalla gente. Lui ritiene che tutti questi possessi non valgono nulla e che noi siamo nulla. Ve lo dico io! E passa il suo tempo a far l'ingenuo e a prendersi gioco della gente: ma quando fa sul serio e si apre, non so se qualcuno ha mai visto i simulacri che ha dentro! ma io una volta li vidi e li sentii così divini e preziosi e così stupendi e meravigliosi che non mi rimase se non fare all'istante ciò che Socrate voleva. [...] Tutti questi fatti mi erano già accaduti, quando in seguito fummo insieme soldati al campo di Potidea, dove avevamo il rancio in comune.
Per cominciare, nelle fatiche non solo era superiore a me, ma a tutti quanti. Quando, rimasti isolati in qualche parte, come avviene in guerra, ci capitava di dover sostenere la fame, gli altri, in confronto, non valevano nulla in resistenza.
Ma nelle baldorie, invece, lui solo sapeva godere fino in fondo e a bere, ­ non che lo volesse, ma quando lo si forzava ­ vinceva tutti; e ciò che più meraviglia è che ... Socrate nessun uomo mai l'ha visto ubriaco. E di ciò, credo, presto se ne avrà la prova.
Quanto a sopportare l'inverno (perché là erano tremendi) faceva miracoli. Una volta che c'era un gelo da inorridire, tutti stavano rintanati dentro o se uno usciva si avvolgeva in una incredibile quantità di panni, si calzava e si fasciava i piedi con feltri e pellicce; lui invece, con un tempo simile, se ne usciva con questa gabbanina che ha sempre, e camminava scalzo sul ghiaccio, più tranquillo che gli altri tutti iscarponati. E i soldati lo sbirciavano credendo che li volesse mortificare.

E questo basti per tale argomento. «Ma ciò che compì e sostenne il forte eroe», una volta, laggiù al campo, merita ascoltarlo.
Tutto assorto in qualche idea, s'era piantato ritto lì, fino dall'alba, meditando; e poiché non ne veniva a capo, continuava, ritto in piedi, la sua ricerca. E già era mezzogiorno e alcuni uomini se n'erano accorti e meravigliati dicevano l'un l'altro: «Socrate se ne sta lì impalato dall'alba in un qualche pensiero». Alla fine, alcuni Ioni, scesa la sera, dopo aver cenato - poiché allora era estate - portarono fuori i giacigli e si misero a riposare all'aperto e nello stesso tempo a controllare se egli rimanesse piantato là tutta la notte. Ed egli vi stette finché fu l'alba e si levò il sole. Allora si mosse e se ne andò dopo aver fatto la sua preghiera al sole.
Se poi volete, eccolo nelle battaglie, perché è giusto riconoscergli anche questo. Quando ci fu la battaglia per la quale gli strateghi mi decorarono al valore, nessun altro mi salvò se non lui, che non volle abbandonarmi ferito: anzi portò in salvo le armi e me stesso. Ed io, o Socrate, anche allora pregai gli strateghi che premiassero te: né di ciò puoi biasimarmi né dire che sia falso. Ma gli strateghi, considerando il mio grado sociale, volevano insignire me, e tu stesso fosti più sollecito di loro acché le insegne le avessi io invece che te.
Ancora, amici, meritava davvero di vedere Socrate quando l'esercito si ritirava in rotta da Delio! Mi capitò appunto di essergli accanto, io a cavallo e lui a piedi come oplita. Si ritirava dunque, rotte le file, insieme a Lachete: ed io mi ci imbatto contro per caso. Appena li vedo li esorto a star su d'animo e dico che non li abbandonerò. Qui davvero veder Socrate era spettacolo più bello che a Potidea. Io avevo meno da temere perché ero a cavallo, ma lui, innanzitutto vedevo quant'era superiore a Lachete in presenza di spirito; e poi mi pareva che anche là camminasse come qui, Aristofane, come tu dici «tutto gonfio e sbirciando di traverso», e squadrava con calma amici e nemici mostrando chiaro ad ognuno, anche di lontano, che se qualcuno avesse toccato quest'uomo, con gran forza si sarebbe difeso. Anche per questo si ritiravano sicuri lui e l'altro, perché coloro che hanno quest'animo in guerra, si può dire che non sono toccati, ma viene inseguito chi fugge in disordine. [...]

Un uomo come questo qui, con le singolarità sue e dei i suoi discorsi, non lo si troverebbe che gli somigli neppur di lontano, né a cercarlo fra gli uomini d'oggi né fra quelli di ieri; a meno che non lo si paragoni, non a uomini, ma a quelli che dicevo, ai sileni e ai satiri, lui e i suoi discorsi.
Perché c'è ancora questo, che ho tralasciato all'inizio: i suoi discorsi sono quasi identici ai sileni i che si aprono in due. Chi dunque si mette a sentire i discorsi di Socrate, sulle prime li troverebbe del tutto ridicoli; tali sono le parole e le espressioni di cui s'avvolgono di fuori, qualcosa come la pelle d'un satiro insolente: parla di asini bastati, di certi fabbri, ciabattini e conciapelli e con le stesse voci pare sempre che ripeta le stesse cose. Cosicché ogni inesperto o sciocco potrebbe riderci sopra a questi discorsi. Ma chi li veda aperti e vi penetri dentro, troverà innanzitutto che essi soli, fra tutti i discorsi, hanno una mente, e poi che sono i più divini e pieni di ogni immagine di virtù e tendono a ciò che v'è di più grande, anzi a tutto quanto bisogna mirare per chi vuole diventare un uomo nobile e eccellente.