Il processo: Socrate all'attacco.

PLATONE, Apologia di Socrate, a cura di M. Valgimigli,
in Opere complete, Laterza, Bari 1974, vol. I, pp. 65-68.


Quest'uomo dunque chiede per me la pena di morte. Sta bene.
E quale pena dovrò chiedere per me io, o cittadini di Atene? Certamente quella che merito, non è vero? E quale? Quale pena merito io di patire, o quale multa pagare? Io che nella vita rinunciai sempre a ogni quiete, e, trascurando quel che curano i più, non badai ad arricchire né a governare la mia casa, non aspirai a comandi militari né a favori di popolo né ad altri pubblici onori, non m'immischiai in congiure né in sedizioni cittadine, ritenendo me stesso troppo sinceramente onesto perché potessi salvarmi se mi ci fossi immischiato; e insomma non m'intromisi là dove sapevo che intromettendomi non avrei recato vantaggio né a me né a voi. Io che, volgendomi invece a beneficarvi singolarmente e privatamente di quello che io reputo il beneficio maggiore, a questo mi adoperai, cercando persuadervi, uno per uno, che non delle proprie cose bisogna curarsi prima che di se stessi chi voglia diventare veramente virtuoso e sapiente, e nemmeno degli affari della città prima che della città stessa, e così via del rimanente allo stesso modo!
Dite, dunque, quale pena merito di patire io se sono così come vi dico? Un premio, o cittadini di Atene, se mi si deve assegnare quello che io merito in verità. E dev'essere un premio tale che mi si addica!
E quale premio si addice a un uomo che è povero e benefattore vostro, e solo prega d'aver agio e tempo per la vostra istruzione? Non c'è premio che meglio si addica, o Ateniesi, se non che tale uomo sia nutrito nel Pritanèo; assai più che non s'addica a quello di voi che con cavallo, o biga o quadriga, abbia riportato vittoria nei Giochi Olimpici. Perché costui fa solo che voi "sembriate" felici, e io, invece, che lo "siate"; e quello non ha bisogno gli si dia da vivere, e io ne ho bisogno.
Se dunque io debbo chiedere, secondo il diritto, quello che mi spetta, questo io chiedo: di essere nutrito nel Pritanèo.
Ma voi, forse, anche in questo mio parlare di ora, credete di scorgere press'a poco quel medesimo sentimento di dispettoso orgoglio che credevate dianzi quando parlavo del far suppliche e destare commiserazione. No, non è così, o Ateniesi, ma un'altra cosa piuttosto.
Io sono persuaso di non aver fatto mai, volontariamente, ingiuria a nessuno; soltanto, non riesco a persuaderne voi: troppo poco tempo abbiamo potuto conversare insieme. E credo che se fosse legge tra voi, com'è presso altre genti, che giudizio di morte non si possa dare in un giorno solo ma in più, ve ne sareste, forse, già persuasi; e invece non è facile ora, in così breve tempo, liberarsi da imputazioni così gravi. E persuaso come sono di non avere mai fatto ingiuria ad alcuno, non so neanche pensare di far ingiuria a me stesso, e di dire io stesso contro di me che sono meritevole di pena, e di richiedere per me, quale ella sia, questa tale pena. E poi, per paura di che cosa dovrei fare così? Forse per paura d'aver a patire quello che per me domanda Melèto, e che io vi dico di non sapere se è bene o se è male? e in cambio di codesto dovrei scegliere qualcuna di quelle pene che so di certo che sono mali, e farne domanda? Il carcere dovrei domandare? e perché dovrei vivere in carcere, al servizio della perpetua magistratura degli Undici? Una pena in denaro, e restare in carcere finché non l'abbia pagata? Ma tant'è, è la stessa cosa che dicevo or ora, perché denari io non ho da pagarla.
E allora chiederò l'esilio? Sì, forse è proprio questa la pena che voi vorreste per me. Ma io in verità, o cittadini di Atene, dovrei esser preso da una ben pazza voglia di vivere, se fossi così irragionevole da non poter fare neanche questo ragionamento: che mentre voi, che siete pure concittadini miei, non foste capaci di sopportare la mia compagnia e i miei discorsi, e anzi la mia compagnia vi fu tanto fastidiosa e odiosa che cercate ora stesso di liberarvene, potrebbero altri, invece, sopportarla piacevolmente? Eh via, Ateniesi! che sarebbe una gran bella vita la mia, a questa mia età, andarmene in esilio, e mutar sempre da paese a paese, scacciato da ogni parte! Perché io lo so bene, dovunque io vada i giovani verranno ad ascoltarmi come qui; e, se io li allontano, saranno essi stessi che mi faranno cacciare persuadendone i più anziani; se non li allontano, mi cacceranno i loro genitori e i loro parenti per cagion loro.

Qui forse uno potrebbe dirmi: "Ma silenzioso e quieto, o Socrate, non sarai capace di vivere dopo uscito di Atene?". Ecco la cosa più difficile di tutte a persuaderne alcuni di voi. Perché se io vi dico che questo significa disobbedire al dio, e che perciò non è possibile che io viva quieto, voi non mi credete e dite che io parlo per ironia; se poi vi dico che proprio questo è per l'uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù e degli altri argomenti sui quali m'avete udito disputare e far ricerche su me stesso e su gli altri, e che una vita in cui non si faccia di cotali ricerche non è degna d'esser vissuta: s'io vi dico questo, mi credete anche meno.
Eppure la cosa è così com'io vi dico, o cittadini; ma persuadervene non è facile. E d'altra parte io non mi sono assuefatto a giudicare me stesso meritevole di nessun male. Se avevo denari, avrei potuto multarmi di una multa che potessi pagare: perché non ne avrei sentito alcun danno. Ma non ho denari, e non posso: salvo che non vogliate multarmi di quel poco soltanto che potrei pagare. Potrei pagarvi una mina d'argento. E dunque mi multo di una mina d'argento. Ma c'è qui Platone, o Ateniesi, e Critone, e Critobùlo e Apollodoro, i quali vogliono ch'io mi multi di trenta mine, e ne fanno garanzia loro stessi. E allora mi multo di trenta mine. E vi saranno garanti della somma questi qui: persone degne di fede.