- Tu ricordi, dissi, che dopo aver distinto tre parti nell'anima, abbiamo determinato per via di confronti che cosa fossero rispettivamente la giustizia, la temperanza, il coraggio e la sapienza.
- Se non ricordassi, rispose, mi meriterei di non udire il resto.
- Ricordi anche quello che si era detto prima?
- Che cosa?
- Dicevamo che per arrivare a contemplarle meglio che fosse possibile ci sarebbe voluto un altro giro più lungo e che, quando l'avessimo compiuto, esse sarebbero apparse evidenti; ma che intanto sarebbe stato possibile riallacciare ai discorsi già fatti dimostrazioni da questi derivate. E voi avete dichiarato che poteva bastare, e così l'esposizione di allora venne fatta, a mio parere, senza esattezza; ma se ne siete stati soddisfatti, potrete dirlo voi stessi.
- Per me, fece, è stata una esposizione misurata; e così è certo sembrata anche agli altri.
- Ma, mio caro, ripresi, non è giusta una misura di tali cose se lascia fuori una parte qualsiasi di ciò che è. Perché cosa imperfetta non è misura di nulla; ma talvolta taluni di primo acchito la credono sufficiente e pensano che non occorra cercare nulla di più.
- Certamente, rispose, molti si trovano in questa condizione per indolenza.
- Però, feci io, un guardiano dello stato e delle leggi non deve assolutamente trovarvisi.
- È naturale, disse.
- Un tale uomo, amico mio, ripresi, deve quindi percorrere il giro più lungo e affaticarsi nello studio non meno che nella ginnastica. In caso diverso, come dicevamo or ora, non verrà mai a capo di quella disciplina che è la più sublime e la più atta a lui.
- Non sono dunque queste le discipline maggiori?, chiese. Ce n'è ancora qualcuna maggiore della giustizia e di quelle virtù che abbiamo citate?
- Anche una maggiore, risposi io; e di queste stesse virtù dobbiamo non limitarci, come facciamo adesso, a contemplare la linea generale, bensì non trascurarne la più perfetta realizzazione. Non è ridicolo fare di tutto perché cose di poco conto siano le più esatte, e giudicare le maggiori indegne della maggiore esattezza?
- Certamente, disse [il concetto è degno]. Ma veniamo a quella che tu dici la massima disciplina e al suo oggetto. Credi che ti si potrà lasciar andare, continuò, senza chiederti che cosa è?
- No certamente, feci io, ma chiedilo pure. Comunque ne hai sentito parlare non di rado: adesso o non ci rifletti oppure mediti di crearmi delle noie con le tue obiezioni. E inclino piuttosto a questa seconda supposizione, poiché hai sentito dire spesso che oggetto della massima disciplina è l'idea dei bene; è da essa che le cose giuste e le altre traggono la loro utilità e il loro vantaggio. E pressappoco tu sai ora che voglio dire questo. E inoltre voglio dire che di essa non abbiamo una conoscenza adeguata, ma se non ne abbiamo conoscenza, anche ammesso che conoscessimo perfettissimamente tutto il resto senza di questa, vedi bene che non ne ritrarremmo alcun giovamento, come non lo ritrarremmo se possedessimo una cosa senza il bene. Credi che ci sia vantaggio a possedere una qualunque cosa, se non è buona? o a intendere tutto ad eccezione del bene, senza intendere per nulla il bello e il bene?
- Per Zeus!, rispose, io no.
- D'altra parte tu sai anche che per i più il bene è piacere, ma per i più raffinati è intelligenza.
- Come no?
- E che, mio caro, coloro che pensano così, non possono spiegare che cosa sia l'intelligenza, ma sono costretti infine a dichiarare che è quella del bene.
- Ed è molto ridicolo!, rispose.
- Come non può esserlo, feci io, se, mentre ci rimproverano di non conoscere il bene, ce ne parlano come se lo conoscessimo? Dichiarano che è intelligenza del bene, come se noi comprendessimo ciò che intendono dire quando pronunciano il nome del "bene".
- Verissimo, rispose.
- E coloro che definiscono bene il piacere? Forse che & sbagliano meno degli altri? Non sono costretti anche loro a riconoscere che esistono piaceri cattivi?
- Sicuro.
- Si trovano dunque a riconoscere, credo, che le identiche cose sono buone e cattive. Non è vero?
- Indubbiamente.
- E qui non sorgono evidentemente grandi e numerose dispute?
- E come no?
- E ancora: non è pure evidente che, trattandosi di cose giuste e belle che sono soltanto apparenza senza essere effettivamente tali, molti tuttavia sceglierebbero di farle, di possederle e di far credere di possederle? mentre, se si tratta di beni, nessuno si contenta più di ottenere i beni apparenti, ma cerca quelli effettivi? e che, in questo àmbito, ognuno non esita a sprezzare l'apparenza?
- Certo, rispose.
- Ora, l'oggetto che ogni anima persegue e che pone come mèta di tutte le sue azioni, indovinandone l'importanza, ma sempre incerta e incapace di coglierne pienamente l'essenza e di averne una salda fede come ha negli altri oggetti, onde perde anche l'eventuale vantaggio di questi, dobbiamo dire che un tale oggetto, tanto importante, deve rimanere ugualmente ignorato anche da quelle eminenti personalità dello stato alle quali rimetteremo ogni cosa?
- No, affatto, rispose.
- Credo però, continuai, che per le cose giuste e belle, se si ignora in che relazione siano con il bene, sarebbe un guardiano ben scarso chi ignorasse tale relazione. E profetizzo che prima di conoscere questa relazione nessuno le conoscerà bene.
- Giusta profezia, rispose.
- Godrà dunque di un ordine perfetto la nostra costituzione, se le sovrintende un simile guardiano, che abbia queste conoscenze?
- Per forza, rispose. Ma tu ora, Socrate, dici che il bene sia scienza o piacere o qualcosa di diverso?
- Oh!, caro il mio uomo, replicai, lo sapevo bene, ed era palese da tempo che non ti avrebbe soddisfatto l'opinione degli altri a questo proposito.
- Non mi sembra giusto, Socrate, disse, che uno che da tanto tempo si occupa di questi argomenti sappia riportare le opinioni altrui e la propria no.
- E ti sembra giusto, feci io, che uno parli delle cose che non sa come se le sapesse?
- Come se le sapesse, rispose, no, affatto. È giusto però voler parlare da uomo veramente convinto della sua opinione.
- E non ti sei accorto, continuai, che le opinioni non accompagnate dalla scienza, sono tutte brutte? Di esse le migliori sono cieche. Ti sembra che coloro che hanno una vera opinione su qualcosa, ma sono sprovvisti di intelletto, presentino qualche differenza da ciechi che camminano dritto per una strada?
- Nessuna differenza, rispose.
- Vuoi dunque contemplare cose brutte, cieche e storte, quando ti è possibile sentirne da altri di splendide e belle?
- No, per Zeus!, Socrate, fece Glaucone, non ritirarti come se fossi alla fine. Noi ci sentiremo soddisfatti se tratterai del bene allo stesso modo con cui hai trattato della giustizia, della temperanza e delle altre virtù.
- Anch'io, risposi, mio caro amico, ne sarò molto soddisfatto, ma temo che non ci riuscirò e che, pur mettendocela tutta, farò una brutta figura e mi esporrò allo scherno. Su, benedetti amici, lasciamo stare per il momento che cosa sia mai il bene in sé: mi sembra una cosa troppo alta perché possiamo raggiungere ora, con lo slancio presente, il concetto che ne ho io. Invece voglio dire, se ne siete contenti pure voi, quello che sembra la prole del bene, cui molto somiglia. Se però non ne siete contenti, lasciamolo perdere.
- Su, dillo!, fece. Pagherai il tuo debito un'altra volta, spiegandoci che cosa è il padre. Vorrei poter pagarvelo, risposi, e che voi poteste riscuoterlo tutto, anziché, come adesso, i soli frutti. Prendetevi dunque questo frutto e la prole del bene in sé. State però attenti che, senza volere, in qualche modo non vi imbrogli, rendendovi falsificato il computo del frutto.
- Staremo attenti, rispose, come potremo. Ma tu limitati a parlare.
- Lo farò, dissi, soltanto quando mi sarò messo d'accordo con voi e vi avrò fatto ricordare quello che s'è detto prima e quello che già s'è detto più volte in altre occasioni.
- Che cosa?, chiese.
- Noi affermiamo che ci sono molte cose belle, e belle le definiamo col nostro discorso; e diciamo che ci sono molte cose buone e così via.
- Lo affermiamo. E poi anche che esistono il bello in sé e il bene in sé; e così tutte le cose che allora consideravamo molte, ora invece le consideriamo ciascuna in rapporto a una idea, che diciamo una, e ciascuna chiamiamo "ciò che è".
- E così.
- E diciamo che quelle molte cose si vedono, ma non si colgono con l'intelletto, e che le idee invece si colgono con l'intelletto, ma non si vedono. Senza dubbio.
- Ora, qual è in noi l'organo che ci fa vedere le cose visibili?
- La vista, rispose.
- E, continuai, non è l'udito che ci fa udire le cose udibili? e non sono gli altri sensi a farci sentire tutte le cose sensibili?
- Sicuramente.
- Ora, hai riflettuto, feci io, quanto maggiore pregio l'artefice dei sensi abbia voluto conferire a quello di vedere e di essere visti?
- No proprio, rispose.
- Ma esamina la cosa in questo modo. L'udito e la voce richiedono il concorso di un elemento diverso, il primo per udire, la seconda per essere udita? E se questo terzo elemento non è presente, forse che l'uno non udirà e l'altra non sarà udita?
- Non richiedono il concorso di nulla, rispose.
- E, credo, feci io, nemmeno molte altre facoltà, per non dire nessuna, richiedono alcunché di simile. O ne puoi citare qualcuna?
- Io no, rispose.
- Ma non pensi che lo richiede la facoltà della vista e del visibile?
- Come?
- Ammettiamo che negli occhi abbia sede la vista e che chi la possiede cominci a servirsene, e che in essi si trovi il colore. Ma se non è presente un terzo elemento, che la natura riserva proprio a questo cómpito, tu ti rendi conto che la vista non vedrà nulla e che i colori resteranno invisibili.
- Qual è questo elemento di cui parli?
- Quello, risposi, che tu chiami luce.
- Dici la verità, ammise.
- Di una specie non insignificante sono dunque il senso della vista e la facoltà di essere veduti, se sono stati congiunti con un legame più prezioso di quello che tiene insieme le altre combinazioni, a meno che non sia cosa spregevole la luce.
- Spregevole?, disse. Tutt'altro!
- A quale dunque tra gli dèi del cielo puoi attribuire questo potere? un dio la cui luce permette alla nostra vista di vedere nel miglior modo e aile cose visibili di farsi vedere?
- Quello, rispose, che tu e gli altri riconoscete: è chiaro che la tua domanda si riferisce al sole.
- Ora, il rapporto tra la vista e questo dio non è per natura così?
- Come?
- La vista, né come facoltà in se stessa né come organo in cui ha sede e che chiamiamo occhio, non è ii sole.
- No, certamente.
- Eppure, a mio parere, tra gli organi dei sensi è quello che più ricorda nell'aspetto il sole.
- Sì, certo.
- E la facoltà di cui dispone non l'ha perché dispensata dal sole, come un fluido che filtra in essa?
- Senza dubbio.
- E non è vero anche che il sole non è la vista, ma, essendone causa, è da essa stessa veduto?
- E così, ammise.
- Puoi dire dunque, feci io, che io chiamo il sole prole del bene, generato dal bene a propria immagine. Ciò che nel mondo intelligibile il bene è rispetto all'intelletto e agli oggetti intelligibili, nel mondo visibile è il soie rispetto alla vista e agli oggetti visibili.
- Come?, fece, ripetimelo.
- Non sai, ripresi, che gli occhi, quando uno non li volge più agli oggetti rischiarati nei loro colori dalla luce diurna, ma a quelli rischiarati dai lumi notturni, si offuscano e sembrano quasi ciechi, come se non fosse nitida in loro la vista?
- Certamente, rispose.
- Ma quando, credo, uno li i volge agli oggetti illuminati dal sole, vedono distintamente e la vista, che ha sede in questi occhi medesimi, appare nitida.
- Sicuro!
- Allo stesso modo considera anche il caso dell'anima, così come ti dico. Quando essa si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall'essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed è evidente la sua intelligenza; quando invece si fissa su ciò che è misto di tenebra e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e s'offusca, rivolta in su e in giù, mutandole, le sue opinioni e rassomiglia a persona senza intelletto.
- Le somiglia proprio.
- Ora, questo elemento che agli oggetti conosciuti conferisce la verità e a chi conosce dà la facoltà di conoscere, dici pure che è l'idea del bene; e devi pensarla causa della scienza e della verità, in quanto conosciute. Ma per belle che siano ambedue, conoscenza e verità, avrai ragione se riterrai che diverso e ancora più bello di loro sia quell'elemento. E come in quell'altro àmbito è giusto giudicare simili al sole la luce e la vista, ma non ritenerle il sole, così anche in questo è giusto giudicare simili al bene ambedue questi valori, la scienza e la verità, ma non ritenere il bene l'una o l'altra delle due. La condizione del bene dev'essere tenuta in pregio ancora maggiore.
- Straordinaria deve essere, rispose, la bellezza che gli attribuisci, se è il bene a conferire scienza e verità e se le supera in bellezza; perché dicendo «bene» non intendi certo riferirti al piacere.
- Zitto, feci io; continua piuttosto a esaminare la sua immagine, così.
- Come?
- Dirai, credo, che agli oggetti visibili il sole conferisce non solo la facoltà di essere visti, ma anche la generazione, la crescita e il nutrimento, pur senza essere esso stesso generazione.
- E come potrebbe esserlo?
- Puoi dire dunque che anche gli oggetti conoscibili non solo ricevono dal bene la proprietà di essere conosciuti, ma ne ottengono ancora l'esistenza e l'essenza, anche se il bene non è essenza, ma qualcosa che per dignità e potenza trascende l'essenza.
E Glaucone assai comicamente: O Apollo, disse, che sovrumana eccellenza!
- Sì, feci io, e ne sei tu responsabile, perché mi costringi a dire il mio parere su questo punto.
- Non desistere, rispose; se non altro, riprendi almeno a spiegare la similitudine del sole, per vedere se lasci qualche lacuna.
- Certo, replicai, ne lascio parecchie.
- Non trascurarne nemmeno una, disse, per quanto piccola.
- Credo anzi, feci io, che saranno molte. Tuttavia, per quanto posso in questo momento, non ne lascerò apposta.
- Il cielo te ne guardi!, disse.
- Ebbene, ripresi, immagina che, come stiamo dicendo, siano essi due principi, e che reggano uno il genere e il mondo intelligibile, l'altro quello visibile. Mi esprimo così perché dicendo "mondo celeste" non ti dia l'impressione di sofisticare sul nome. Ti rendi conto di queste due specie, visibile e intelligibile?
- Me ne rendo conto.
- Supponi ora di prendere una linea bisecata in segmenti ineguali e, mantenendo costante il rapporto, dividi a sua volta ciascuno dei due segmenti, quello che rappresenta il genere visibile e quello che rappresenta il genere intelligibile; e, secondo la rispettiva chiarezza e oscurità, tu avrai, nel mondo visibile, un primo segmento, le immagini. Intendo per immagini in primo luogo le ombre, poi i riflessi nell'acqua e in tutti gli oggetti formati da materia compatta, liscia e lucida, e ogni fenomeno simile, se comprendi.
- Certo che comprendo.
- Considera ora il secondo, cui il primo somiglia: gli animali che ci circondano, ogni sorta di piante e tutti gli oggetti artificiali.
- Lo considero, rispose.
- Non vorrai ammettere, feci io, che il genere visibile è diviso secondo verità e non verità, ossia che l'oggetto simile sta al suo modello come l'opinabile sta al conoscibile?
- Io sì, disse, certamente.
- Esamina poi anche in quale maniera si deve dividere la sezione dell'intelligibile.
- Come?
- Ecco: l'anima è costretta a cercarne la prima parte ricorrendo, come a immagini, a quelle che nel caso precedente erano le cose imitate; e partendo da ipotesi, procedendo non verso un principio, ma verso una conclusione. Quanto alla seconda parte, quella che mette capo a un principio non ipotetico, è costretta a cercarla movendo dall'ipotesi e conducendo questa sua ricerca senza le immagini cui ricorreva in quell'altro caso, con le sole idee e per mezzo loro.
- Non ho ben compreso, rispose, queste tue parole.
- Ebbene, ripresi, torniamoci sopra: comprenderai più facilmente quando si sarà fatta questa premessa. Tu sai, credo, che coloro che si occupano di geometria, di calcoli e di simili studi, ammettono in via d'ipotesi il pari e il dispari, le figure, tre specie di angoli e altre cose analoghe a queste, secondo il loro particolare campo d'indagine; e, come se ne avessero piena coscienza, le riducono a ipotesi e pensano che non meriti più renderne conto né a se stessi né ad altri, come cose a ognuno evidenti. E partendo da queste, eccoli svolgere i restanti punti dell'argomentazione e finire, in piena coerenza, a quel risultato che si erano mossi a cercare.
- Senza dubbio, rispose, questo lo so bene.
- E quindi sai pure che essi si servono e discorrono di figure visibili, ma non pensando a queste, sì invece a quelle di cui queste sono copia: discorrono del quadrato in sé e della diagonale in sé, ma non di quella che tracciano, e così via; e di quelle stesse figure che modellano e tracciano, figure che danno luogo a ombre e riflessi in acqua, si servono a loro volta come di immagini, per cercar di vedere quelle cose in sé che non si possono vedere se non con il pensiero, dianoeticamente.
- È vero quello che dici, rispose.
- Ecco dunque che cosa intendevo per specie intelligibile, e dicevo che, ricercandola, l'anima è costretta a ricorrere a ipotesi, senza arrivare al principio, perché non può trascendere le ipotesi; essa si serve, come d'immagini, di quegli oggetti stessi di cui quelli della classe inferiore sono copie e che in confronto a questi ultimi sono ritenuti e stimati evidenti realtà.
- Comprendo, disse, che ti riferisci al mondo della geometria e delle arti che le sono sorelle.
- Allora comprendi che per secondo segmento dell'intelligibile io intendo quello cui il discorso attinge con il potere dialettico, considerando le ipotesi non principi, ma ipotesi nel senso reale della parola, punti di appoggio e di slancio per arrivare a ciò che è immune da ipotesi, al principio del tutto; e, dopo averlo riassunto, ripiegare attenendosi rigorosamente alle conseguenze che ne derivano, e così discendere alla conclusione senza assolutamente ricorrere a niente di sensibile, ma alle sole idee, mediante le idee passando alle idee; e nelle idee termina tutto il processo.
- Comprendo, rispose, ma non abbastanza. Mi sembra che tu parli di una operazione complessa. Comprendo però il tuo desiderio di precisare che quella parte dell'essere e dell'intelligibile che è contemplata dalla scienza dialettica è più chiara di quella contemplata dalle cosiddette arti, per le quali le ipotesi sono principi; e coloro che osservano gli oggetti delle arti sono costretti, si, a osservarli con il pensiero senza ricorrere ai sensi, ma poiché li esaminano senza risalire al principio, bensì per via d'ipotesi, a te sembrano incapaci d'intenderli, anche se questi oggetti sono intelligibili con un principio. E, a mio avviso, tu chiami pensiero dianoetico, ma non intelletto, la condizione degli studiosi di geometria e di simili dotti, come se il pensiero dianoetico venisse a essere qualcosa di intermedio tra l'opinione e l'intelletto.
- Hai capito benissimo, feci io. Ora applicami ai quattro segmenti questi quattro processi che si svolgono nell'anima: applica l'intellezione al più alto, il pensiero dianoetico al secondo, al terzo assegna la credenza e all'ultimo l'immaginazione; e ordinali proporzionalmente, ritenendo che essi abbiano tanta chiarezza quanta è la verità posseduta dai loro rispettivi oggetti.
- Comprendo, rispose, sono d'accordo e li ordino come dici.
- In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un'immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l'entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d'un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.
- Vedo, rispose.
- Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.
- Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.
- Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?
- E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?
- E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?
- Sicuramente.
- Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?
- Per forza.
- E se la prigione avesse pure un'eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell'ombra che passa?
- Io no, per Zeus!, rispose.
- Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.
- Per forza, ammise.
- Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall'incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse scelto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?
- Certo, rispose.
- E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?
- E così, rispose.
- Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l'ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s'irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.
- Non potrebbe, certo, rispose, almeno all'improvviso.
- Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell'acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.
- Come no?
- Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.
- Per forza, disse.
- Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.
- E chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.
- E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?
- Certo.
- Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai premi riservati a chi fosse più acuto nell'osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe «altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza», e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?
- Così penso anch'io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.
- Rifletti ora anche su quest'altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all'improvviso dal sole?
- Sì, certo rispose.
- E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigioneri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l'abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l'ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?
- Certamente, rispose.
- Tutta quest'immagine, caro Glaucone, continuai, si deve applicarla al nostro discorso di prima: dobbiamo paragonare il mondo conoscibile con la vista alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l'ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all'elevazione dell'anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me, dal momento che vuoi conoscere il mio parere. Il dio sa se corrisponde al vero. Ora, ecco il mio parere: nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedersi è l'idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello; e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell'intelligibile largisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto. E chi vuole condursi saggiamente in privato o in pubblico deve vederla.
- Sono d'accordo anch'io, rispose, come posso.
- Su, ripresi, sii d'accordo con me anche su quest'altro punto e non stupirti che chi è giunto fino a quest'altezza non voglia occuparsi delle cose umane, ma che la sua anima sia continuamente stimolata a vivere in alto. È naturale che sia così, se anche per questo vale l'immagine di prima.
- E naturale, rispose.
- E credi che ci si possa stupire, ripresi, se uno, passando da visioni divine alle cose umane, fa cattiva figura e appare ben ridicolo, perché la sua vista è ancora offuscata? e se, prima ancora di avere rifatto l'abitudine a quella tenebra recente, viene costretto a contendere nei tribunali o in qualunque altra sede discutendo sulle ombre della giustizia o sulle copie che danno luogo a queste ombre, e a battersi sull'interpretazione che di questi problemi dà chi non ha mai veduto la giustizia in sé?
- Non ci si può stupire affatto, rispose.
- Ma una persona assennata, feci io, si ricorderebbe
che gli occhi sono soggetti a due specie di perturbazioni, e per due motivi, quando passano dalla luce alla tenebra e dalla tenebra alla
luce. E se pensasse che questi medesimi fatti si producono pure
per l'anima, quando ne vedesse una turbata e incapace di visione
alcuna, non si metterebbe a ridere scioccamente, ma cercherebbe di sapere se, venendo da una vita più splendida, sia ottenebrata perché disabituata; o se, procedendo dall'ignoranza a una condizione di maggiore splendore, si trovi ad essere troppo abbagliata. E così direbbe l'una felice della sua condizione e della sua vita, e avrebbe pietà dell'altra. E se volesse riderci sopra, il suo riso sarebbe meno ridicolo che quello che colpirebbe l'anima che viene dall'alto, dalla luce.
- Sì, rispose, parli a modo.
- Ora, ripresi, se questa è la verità, dobbiamo trarne la seguente conclusione: l'educazione non è proprio come la definiscono taluni che ne fanno professione. Essi dicono che, essendo l'anima priva di scienza, sono loro che la istruiscono, come se in occhi ciechi ponessero la vista.
- Lo dicono, sì, rispose.
- Invece, continuai, il presente discorso vuole significare che questa facoltà insita nell'anima di ciascuno e l'organo con cui ciascuno apprende, si devono staccare dal mondo della generazione e far girare attorno insieme con l'anima intera, allo stesso modo che non è possibile volgere l'occhio dalla tenebra allo splendore se non insieme con il corpo tutto; e questo si deve fare finché l'anima divenga capace di resistere alla contemplazione di ciò che è e della parte sua più splendida. In questo consiste, secondo noi, il bene. No?
- Sì.
- C'è dunque, feci io, un'arte apposita di volgere attorno quell'organo, e nel modo più facile ed efficace. Non è l'arte di infondervi la vista: quell'organo già la possiede, ma non è rivolto dalla parte giusta e non guarda dove dovrebbe; e a quell'arte spetta appunto di occuparsi di questa sua conversione.
- Sembra di sì, rispose.
- Ebbene, le altre che si dicono virtù dell'anima forse si avvicinano in certo modo a quelle del corpo. Ché realmente, anche se non vi sono dentro prima, forse vi vengono infuse più tardi dalle abitudini e dagli esercizi. Ma la virtù dell'intelligenza è propria più di ogni altra, come pare, di un elemento più divino, che non perde mai il suo potere e che, secondo come lo si rivolge, è utile e vantaggioso o inutile e dannoso. Non hai mai pensato quanto sia penetrante lo sguardo dell'animuccia propria dei cosiddetti malvagi sapienti? e quanto acutamente discerna gli oggetti cui è rivolta, appunto perché è dotata di vista non mediocre, ma è costretta a servire alla loro cattiveria sì che i mali da essa prodotti sono tanto più numerosi quanto più acuto è il suo sguardo?
- Senza dubbio, rispose.
- Supponiamo dunque, continuai, che, con un'operazione eseguita fin dall'infanzia, questa natura così formata fosse amputata tutto intorno di quella sorta di masse plumbee che appartengono al mondo della generazione e che le stanno attaccate addosso con gli alimenti, i piaceri e simili golosità, tutte cose che fanno volgere in giù lo sguardo dell'anima. Se ne fosse stata liberata e fosse stata volta alle cose vere, questa medesima natura, di questi medesimi uomini, avrebbe potuto vedere anche quelle, così come vede gli oggetti ai quali è rivolta ora, assai acutamente.
- E ben naturale, rispose.
- E non è naturale, ripresi, anzi non è conseguenza necessaria delle nostre parole che né le persone non educate e inesperte del vero né quelle cui si è permesso di consacrare tutta la vita all'educazione potranno mai amministrare bene uno stato? quelle perché nella loro vita mancano di una mèta cui mirare compiendo tutte le loro azioni private e pubbliche, queste perché non le compiranno spontaneamente, convinte di abitare ancora da vive nelle isole dei beati?
- E vero, rispose.
- È dunque cómpito nostro, dissi, cómpito proprio dei fondatori, quello di costringere le migliori nature ad accostarsi a quella disciplina che prima abbiamo definita la massima, vedere il bene e fare quell'ascesa. E quando sono salite e l'hanno visto pienamente, non dobbiamo permettere loro ciò che si permette ora.
- Che cosa?
- Rimanere colà, feci io, senza voler ridiscendere presso quei prigionieri e partecipare delle fatiche e degli onori del loro mondo, a prescindere dalla minore o maggiore loro importanza.
- Ma, rispose, dovremo veramente fare ingiustizia a queste nature e farle vivere peggio, quando possono vivere meglio?
- Ti sei dimenticato di nuovo, mio caro, replicai, che alla legge non interessa che una sola classe dello stato si trovi in una condizione particolarmente favorevole. Essa cerca di realizzare questo risultato nello stato tutto: armonizza tra loro i cittadini persuadendoli e costringendoli, fa che si scambino i vantaggi che i singoli sappiano procurare alla comunità; e creando nello stato simili individui, la legge stessa non lo fa per lasciarli volgere dove ciascuno voglia, ma per valersene essa stessa a cementare la compattezza dello stato.
- E vero, rispose; me ne sono dimenticato.
- Considera poi, Glaucone, continuai, che non faremo torto nemmeno a quelli che nel nostro stato nascono filosofi; ma che saranno giuste le cose che loro diremo costringendoli a curare e custodire gli altri. Parleremo così: coloro che nascono filosofi negli altri stati, è naturale che non partecipino alle fatiche politiche, perché sorgono spontanei, indipendentemente dalla costituzione dei singoli stati; e ciò che è spontaneo, non dovendo il nutrimento ad alcuno, è giusto che non si senta spinto a pagare ad alcuno le spese. Voi però, vi abbiamo generato per voi stessi e per il resto dello stato, come negli sciami i capi e i re; avete avuto educazione migliore e più perfetta che non quegli altri filosofi, e maggiore attitudine a svolgere ambedue le attività. Ciascuno deve dunque, a turno, discendere nella dimora comune agli altri e abituarsi a contemplare quegli oggetti tenebrosi. Abituandovi, vedrete infinitamente meglio di quelli laggiù e conoscerete quali siano le singole visioni, e quali i loro oggetti, perché avrete veduto la verità sul bello, sul giusto e sul bene. E così per noi e per voi l'amministrazione dello stato sarà una realtà, non un sogno, come invece oggi avviene nella maggioranza degli stati, amministrati da persone che si battono fra loro per ombre e si disputano il potere, come se fosse un grande bene. La verità è questa: lo stato in cui chi deve governare non ne ha il minimo desiderio, è per forza amministrato benissimo, senza la più piccola discordia, ma quello in cui i governanti sono di tipo opposto, è amministrato in modo opposto.
- Senza dubbio, rispose.
- Ebbene, credi che, udendo questi discorsi, i nostri pupilli ci disobbediranno e vorranno non collaborare alle fatiche politiche, ciascuno a turno, e abitare la maggior parte del tempo in reciproca compagnia nel mondo puro?
- E impossibile, disse; perché a persone giuste come sono essi, prescriveremo cose giuste. La cosa più importante di tutte è che ciascuno di essi va al governo per obbligo, mentre chi governa oggidì nei singoli stati si comporta in modo opposto.
- E così, amico, dissi; se per chi dovrà governare troverai un modo di vita migliore del governare, ottima potrà essere l'amministrazione del tuo stato, perché sarà il solo in cui governeranno le persone realmente ricche, non di oro, ma di quella ricchezza che rende l'uomo felice, la vita onesta e fondata sull'intelligenza. Se invece vanno al potere dei pezzenti, avidi di beni personali e convinti di dover ricavare il loro bene di lì, dal governo, non è possibile una buona amministrazione: perché il governo è oggetto di contesa e una simile guerra civile e intestina rovina con loro tutto il resto dello stato.
- Verissimo, rispose.
- Conosci dunque, ripresi, qualche altro modo di vita che spregi le cariche pubbliche e non sia quello del vero filosofo?
- No, per Zeus!, rispose.
- D'altra parte, al governo devono andare persone che non amino governare. Altrimenti la loro rivalità sfocerà in contesa.
- Come no?
- Chi dunque costringerai ad assumersi la guardia dello stato se non coloro che meglio conoscono quali sono i modi per la migliore amministrazione di uno stato, e che possono avere altri onori e una vita migliore di quella politica?
- Nessun altro, rispose.