Marx - Il «misticismo logico» hegeliano

K. MARX, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico,
in Marx-Engels, Opere complete,
vol. III a cura di N. Merker,
Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 7-8; 10.


Il modo in cui lo Stato si media con la famiglia e la società civile sono «le circostanze, l'arbitrio e la propria scelta della determinazione». La ragione dello Stato non ha dunque niente a che fare con la divisione della materia statale nella famiglia e nella società civile. Lo Stato ne scaturisce in una guisa inconsapevole e arbitraria. Famiglia e società civile appaiono come l'oscuro fondo naturale da cui si accende la luce dello Stato. Per materia statale si intendono gli affari dello Stato, la famiglia e la società civile in quanto costituiscono parti dello Stato, partecipano allo Stato come tale.

Questo sviluppo è notevole sotto un duplice riguardo.

Famiglia e società sono intese come sfere del concetto dello Stato, come le sfere della sua finità, come la sua finità. E lo Stato che si scinde in esse, che le presuppone, e fa questo «per scaturire dalla loro idealità come spirito reale, per sé infinito». «Esso si scinde per.» Esso «assegna perciò a queste sfere la materia della sua realtà, cosicché questa assegnazione ecc. appare mediata». La cosiddetta «idea reale» (lo spirito come spirito infinito, reale) è rappresentata come se agisse secondo un principio determinato e per un'intenzione determinata. Essa si scinde in sfere finite e lo fa «per ritornare in sé, per essere per sé»: lo fa precisamente in modo che ciò è proprio come è in realtà.

E a questo punto che si manifesta molto chiaramente il misticismo logico, panteistico.

Il rapporto reale è «che l'assegnazione della materia statale è mediata nel singolo dalle circostanze, dall'arbitrio e dalla propria scelta della sua determinazione». Questo fatto, questo rapporto reale, è enunciato dalla speculazione come una manifestazione, come un fenomeno. Queste circostanze, questo arbitrio, questa scelta della determinazione, questa mediazione reale, sono soltanto la manifestazione di una mediazione che l'idea reale intraprende seco stessa, e che succede dietro il sipario. La realtà non è espressa come se stessa, ma come una realtà diversa. L'empiria volgare ha come legge non il suo proprio spirito, ma uno estraneo, e per contro l'idea reale ha come sua esistenza non una realtà sviluppatasi da essa idea, ma bensì la volgare empiria.

L'idea è ridotta a soggetto. E il reale rapporto della famiglia e della società civile con lo Stato è inteso come interna, immaginaria, attività dello Stato. Famiglia e società civile sono i presupposti dello Stato, sono essi propriamente gli attivi. Ma nella speculazione diventa il contrario: mentre l'idea è trasformata in soggetto, quivi i soggetti reali, la società civile, la famiglia, «le circostanze, l'arbitrio» ecc., diventano dei momenti obiettivi dell'idea, irreali, allegorici. [...]

La realtà empirica viene dunque accolta tale quale è: essa è anche enunciata come razionale, ma non è razionale per sua propria razionalità, bensì perché il fatto empirico ha, nella sua empirica esistenza, un significato altro da se stesso. Il fatto, da cui si parte, non è inteso come tale, ma come risultato mistico. Ciò ch'è reale diventa fenomeno, ma l'idea non ha per contenuto altro che questo fenomeno. E altresì l'idea non ha alcun altro scopo che lo scopo logico: «di essere per sé infinito, reale spirito». In questo paragrafo è depositato tutto il mistero della filosofia del diritto e della filosofia hegeliana in generale.